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Iran, gli obiettivi non dichiarati di Donald Trump

Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile, di alleanze regionali in bilico e di egemonia geopolitica. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico senza tenere conto dei diritti umani. Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info è stata intervistata da Adnkronos. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del cambio di regime, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente e non solo.

di Salvatore Rondello | 6 Marzo 2026

Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile, di alleanze regionali in bilico e di egemonia geopolitica. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico senza tenere conto dei diritti umani.
Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info è stata intervistata da Adnkronos. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del cambio di regime, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente e non solo.
Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita in modo diverso rispetto alla narrazione europea, anche perché quest’anno si saranno le elezioni di Meade Term che potranno rafforzare o indebolire Trump al Congresso.
È ancora presto per dirlo con certezza. Un primo sondaggio indica che una parte consistente degli americani non è entusiasta di una politica interventista. Il Midwest e quella che viene definita “Mainland America” hanno espresso più volte frustrazione per le questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come un beneficio diretto per il Paese. Allo stesso tempo, la morte di Khamenei viene percepita da molti come un fatto positivo. C’è un elemento di contraddizione: alcuni di coloro che oggi criticano l’interventismo erano gli stessi che solo pochi mesi fa chiedevano un’azione forte per fermare la repressione in Iran.
Assistiamo a una certa grande confusione dell’opinione pubblica. Si è parlato di cambio di regime che però è cosa diversa dalla decapitazione militare. Inizialmente Trump aveva evocato un cambiamento totale della leadership e dell’assetto politico. Poi ha citato il Venezuela come possibile modello, ma lì non c’è stato un vero cambio di regime. Questa ambiguità crea incertezza nell’opinione pubblica e anche tra i membri dell’amministrazione. È significativo che nessun segretario sia andato nei talk show domenicali per spiegare la linea ufficiale. Ciò lascia pensare che non c’è una narrativa condivisa oppure che si vorrebbe mantenere la riservatezza.
Il dibattito negli Usa non si concentra tanto sulla capacità militare. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, sono chiaramente più forti dell’Iran. La vera preoccupazione è la durata. L’Occidente tende a indebolirsi politicamente con il protrarsi delle guerre. Il consenso interno può erodersi rapidamente se non sono chiari gli obiettivi. Inoltre, le dichiarazioni contraddittorie sul possibile invio di truppe di terra aumentano l’incertezza. Se l’obiettivo fosse davvero un cambio di regime, sarebbe difficile immaginarlo senza una presenza fisica sul territorio o senza una sommossa popolare o una lotta di resistenza degli oppositori al regime degli ayatollah.
Trump ha incitato il popolo iraniano a ribellarsi. Se questo accadesse, potrebbe essere una vittoria politica personale, rafforzando la sua posizione. Ma resta il nodo di chi governerebbe dopo. La diaspora iraniana è enorme, ma non è mai riuscita a esprimere una figura unitaria. Si è parlato di Reza Pahlavi, che non ha un vero sostegno interno. Se il regime repressivo crollasse senza una struttura alternativa pronta, il rischio sarebbe un caos endemico. Gli iraniani hanno una storia di sommosse popolari spesso soffocate nel sangue, ma trasformare una rivolta in governo stabile è un’altra cosa.
Di sicuro non è il petrolio l’obiettivo primario. Gli Stati Uniti oggi sono esportatori netti di energia e non hanno la stessa dipendenza di vent’anni fa. L’obiettivo sembra piuttosto indebolire l’Iran, ridurre la minaccia dei missili balistici e ottenere un negoziato sul nucleare più favorevole all’Occidente. Un eventuale governo filo-occidentale potrebbe aiutare a gestire lo Stretto di Hormuz e stabilizzare il commercio internazionale. Ma l’obiettivo non sarebbe “estrarre petrolio”, come sostengono alcuni.
Hezbollah ha mostrato divisioni interne prima di intervenire. Questo dimostra quanto dipendano dall’Iran per la direzione strategica. Il rischio maggiore è la frammentazione: milizie più autonome e meno coordinabili sono anche più difficili da contenere. Se viene meno un comando centrale forte, si possono creare situazioni ancora più instabili, come già accaduto in Yemen.
Dipende tutto dagli obiettivi e dai risultati. Gli Emirati hanno lasciato intendere di essere pronti a sostenere un’azione risolutiva contro il regime iraniano, ma non vogliono mezze misure. I Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Nel 2019, dopo gli attacchi agli impianti sauditi, la mancata risposta americana fu percepita come un tradimento. Se oggi si ripetesse una percezione simile, il Golfo potrebbe rafforzare ulteriormente i legami con Cina e Russia. La sicurezza del Golfo si basa sulla protezione e sull’alleanza americana. Se questa appare incerta, l’intero assetto regionale, e non solo, potrebbe cambiare.
La scelta di Donald Trump di ordinare l’operazione militare contro l’Iran segna uno dei passaggi più delicati della politica estera degli Stati Uniti degli ultimi anni. L’intervento è stato giustificato come una misura necessaria per impedire a Teheran di sviluppare armi nucleari e missili balistici a lungo raggio, ritenuti una minaccia diretta per la sicurezza americana. La linea della Casa Bianca è stata chiara, senza una rinuncia totale al programma atomico iraniano, l’opzione militare sarebbe rimasta sul tavolo. Il nodo principale era e resta l’incompatibilità tra le richieste americane e la posizione iraniana (casus belli). Washington pretendeva lo stop all’arricchimento dell’uranio e forti limitazioni al programma missilistico, mentre Teheran ha sempre definito questi dossier non negoziabili. Secondo diverse analisi strategiche, proseguire il dialogo avrebbe concesso tempo prezioso al regime per rafforzarsi politicamente ed economicamente.
Tuttavia, il quadro che ha portato all’attacco degli Stati Uniti all’Iran è di fatto molto più complesso. Tra i fattori principali che hanno spinto Trump all’azione emerge la convinzione che l’Iran si trovasse in una fase di debolezza senza precedenti, tra proteste interne e indebolimento delle milizie alleate nella regione. L’intervento decisivo, nelle intenzioni americane, dovrebbe ridisegnare gli equilibri mediorientali; favorire l’integrazione regionale legata agli Accordi di Abramo; riaprire ai mercati occidentali le immense risorse energetiche iraniane.
Un effetto collaterale sarebbe anche la pressione sulla Cina, grande importatrice di petrolio da Paesi ostili a Washington.
L’ipotesi di un cambio di regime rappresenta lo scenario più ambizioso e controverso per Donald Trump. Se da un lato permetterebbe agli Stati Uniti di influenzare la transizione politica iraniana, dall’altro espone al rischio di instabilità interna e di una possibile guerra civile. Anche in questo caso l’Iran non sarebbe più in grado di assolvere al quel ruolo destabilizzante che ha avuto nell’intera regione.
A questo va aggiunto che gli attacchi precedenti avevano solo rallentato lo sviluppo atomico iraniano. La prospettiva che Teheran potesse riprendere rapidamente il percorso verso l’arma nucleare ha accelerato la decisione finale di Trump. Ecco quindi spiegato perché, nel piano della Casa Bianca, l’azione militare è stata l’unica risposta possibile a una minaccia considerata imminente.
Mentre l’offensiva degli Stati Uniti contro l’Iran infrange i tabù diplomatici che resistevano dal 1979, il conflitto rischia di spostarsi pericolosamente verso i confini dell’Europa, mettendo a nudo la fragilità dei vecchi equilibri atlantici. L’attacco diretto a Teheran e il coinvolgimento di asset strategici nel Mediterraneo non sono più solo segnali di una crisi regionale, ma l’inizio di una guerra aperta che scavalca i poteri del Congresso e le tradizionali regole della NATO.
In questo scenario di accelerazione brutale, bisogna porsi due domande. Quanto è realistico l’obiettivo di Donald Trump di imporre un “regime change” a Teheran in tempi brevi? L’Occidente è preparato a gestire un vuoto di potere in Iran o stiamo assistendo a un salto nel buio senza una reale strategia d’uscita?
Dialogando con Affaritaliani, Daniele Fiorentino, professore di Storia degli Stati Uniti presso l’Università Roma Tre, Direttore della Rivista Italiana di Storia Internazionale e membro del Consiglio del Centro Studi Americani di Roma,  analizza l’attuale scenario, abbattendo con franchezza ogni falsa speranza: “Non sarà una guerra breve. Se l’obiettivo di Trump è cambiare la natura stessa del sistema iraniano attraverso un “regime change” servirà molto tempo”.
Secondo il professore di Roma Tre: “Bisogna guardare ai poteri di guerra: secondo la Costituzione appartengono al Congresso, ma Trump ha agito unilateralmente, informando le Camere solo a decisione presa. È una prassi già vista nella storia americana, ma qui c’è un’accelerazione spiazzante. Questo gli ha permesso di superare quel confine che tratteneva gli USA dal 1979, da quando lo shock dell’ambasciata a Teheran rese l’intervento diretto un tabù. Dire che è stata “varcata la linea rossa” è forse un’espressione forte, dato che attacchi ai siti nucleari e dialoghi difficili ci sono sempre stati, anche sotto Obama, ma oggi non siamo più alle schermaglie: questa è una guerra aperta, brutale e decisa, condotta in stretto asse con Israele. Non sarà una guerra breve. Israele e USA stanno cercando di cancellare definitivamente minacce dirette come Hezbollah, che dopo il 7 ottobre ha già perso molta forza. Ma il vero punto interrogativo è cosa succederà dentro l’Iran: le notizie sono pochissime e contraddittorie. Vediamo cerimonie di lutto sotto i bombardamenti, ma anche segnali di giubilo. Il regime è autoritario e reprime con violenza bruta, ma uccidere Khamenei potrebbe non essere la soluzione; il cambiamento spetterebbe al popolo iraniano, che si trova in una situazione tragica dove i diritti vengono violati in ogni direzione. Sulla minaccia diretta all’Europa e l’uso dell’Articolo 5, dubito che al momento ci siano gli estremi. Il caso Cipro è preoccupante, ma non credo che l’Iran o i suoi proxy abbiano interesse a colpire il “ventre molle” dell’Alleanza in Europa per colpire indirettamente gli Stati Uniti. Certo, se la reazione di Teheran venisse classificata come terrorismo internazionale o minaccia diretta, il quadro cambierebbe, ma oggi non lo vedo come un esito immediato. L’Iran minaccia l’UE, ma l’azione europea resta difensiva; non dimentichiamo che molti Paesi, Italia inclusa, hanno mantenuto rapporti commerciali e diplomatici con Teheran per anni. Il punto è proprio questo: continuiamo a guardare alla politica estera USA con una lente del Novecento, legata a regole d’ingaggio del 1949 che oggi sembrano non valere più. Gli equilibri mondiali sono cambiati e si va sempre “oltre”. Ciò che mi preoccupa è la mancanza di un piano effettivo. Rispetto all’Iraq dopo l’11 settembre, dove nonostante la risposta pronta ci fu un lungo dibattito in Congresso, qui l’accelerazione è spiazzante. Come sono entrati gli Stati Uniti in questa guerra? Qual è l’obiettivo finale? Questa velocità nel prendere decisioni così dirompenti senza un confronto democratico preventivo è l’aspetto più critico della fase attuale”.
Dunque, è evidente che entra in gioco la crisi degli equilibri della geopolitica. Finora non si sa ancora come reagiranno gli altri grandi giocatori dello scacchiere internazionale (Russia, India e Cina). La partita è molto complicata e potrebbe essere giocata molto sottilmente, dove la forza militare è una componente, e lo scacco matto non è certamente immediato.
Dalla fine della seconda guerra mondiale Gli Stati Uniti sono stati quasi sempre in guerra: Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan, e adesso Iran.
In ogni cosa, il tempo e la volontà sono due componenti che hanno un loro peso. A volte, il silenzio è più rumoroso delle bombe e, infine, la forza della ragione avrà il sopravvento come è auspicabile. Ma quale è stato finora e quale sarà il prezzo pagato dall’umanità? I trattati ed i principi universali dei diritti umani chi li rispetta? Gli accordi di pace perché non vengono rispettati? Dov’è la morale, l’etica ed il rispetto umano di chi governa nel mondo? E coloro che li hanno eletti non si pongono problemi di coscienza? Quanti errori e quanti orrori affliggono l’umanità che ha smarrito il valore dell’amore.

Salvatore Rondello

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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