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Invecchiamento del cervello e demenze: intervista al Prof. Giuseppe Mascolo su salute, prevenzione e sfide sociali

Cresce l’aspettativa di vita, ma aumentano anche le patologie legate all’invecchiamento cerebrale. Il neurologo e geriatra Giuseppe Mascolo spiega cause, conseguenze e possibilità di rallentamento del declino cognitivo. Un tema che da sanitario diventa sempre più sociale.

di Gabriele Parenti | 18 Luglio 2025

Crescono le aspettative di vita ma, al contempo, per la popolazione anziana divengono cruciali i temi dell’invecchiamento della mente e anche le problematiche legate all’Alzheimer e alla demenza senile.

Ne parliamo in questa intervista con il Prof. Giuseppe Mascolo, neurologo e geriatra, che è stato primario nell’Ospedale di Volterra e docente nelle Università di Pisa e di Siena, e che, fra le altre sue specializzazioni, si interessa appunto di senescenza e di malattie degenerative, di ansia e depressione e di malattie circolatorie acute e croniche.

L’invecchiamento del cervello… a cosa può portare?… ed è possibile rallentarlo?

L’invecchiamento del cervello è un evento naturale ed irreversibile, condizionato dalla propria costituzione genetica ma anche da una serie di fattori esterni come l’ambiente, le malattie, lo stile di vita… Ovviamente non possiamo agire sui fattori genetici, solo parzialmente sulle malattie, ma tantissimo sullo stile di vita.

È da questa complessa interazione che può scaturire una maggiore o minore longevità e la qualità stessa della vita. Quando parliamo di stile di vita non possiamo non pensare all’alimentazione, all’attività fisica, allo stress, alle interazioni sociali, alla qualità del sonno, all’uso e soprattutto all’abuso di fumo e alcol, ecc.

Ci sono poi le malattie che maggiormente incidono sulla biologia del cervello, tra queste innanzitutto l’ipertensione e il diabete, ma anche i traumi cranici, le malattie circolatorie e quelle degenerative come l’Alzheimer e il Parkinson.

I fattori appena citati (ma anche tanti altri sui quali non mi soffermo) condizionano la fisiologica riduzione di volume del cervello, la produzione delle sostanze chimiche (neuromediatori) che sono alla base della comunicazione tra i neuroni, l’accumulo di sostanze tossiche che impoveriscono ulteriormente la struttura stessa dei neuroni e la capacità di comunicare tra loro.

In sintesi: l’invecchiamento del cervello segue un percorso in parte già determinato, ma che può essere condizionato tantissimo dalla corretta gestione di tanti altri fattori correggibili e, in quanto tali, in grado di rallentare questo processo.


L’invecchiamento del cervello ha ripercussioni sull’intero organismo?

Partiamo innanzitutto col dire che tutto l’organismo è al servizio del cervello. È un po’ come se, lungo il percorso evolutivo, il cervello si fosse via via dotato di tutti quegli organi ed apparati grazie ai quali si può muovere, nutrire, ossigenare… in parole povere, sopravvivere, riprodursi, tramandare nel tempo.

Ovviamente l’interazione è reciproca, perché il cervello stesso controlla tutti i suoi organi ed apparati. C’è un acronimo che descrive sinteticamente questa gerarchia di controllo: PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologico).

Si tratta semplicemente di questo: il cervello, nelle sue componenti psichica e motoria, guida le ghiandole endocrine (ipofisi, ipotalamo, tiroide, ghiandole surrenali, ovaie, testicoli…) che non solo controllano il metabolismo in genere ma, a loro volta, influenzano il sistema immunitario e quindi la capacità di difenderci sia da aggressori esterni che interni.

È proprio quanto possiamo osservare nell’organizzazione gerarchica di un Paese democratico: il Parlamento (cervello) invia disposizioni a regioni, province, comuni (ghiandole endocrine) per gestire l’ordinaria amministrazione e, attraverso le forze dell’ordine (sistemi immunitari), per controllare l’ordine pubblico e difenderci dai nemici esterni e interni.


Ma è vero che sono pressoché infinite le potenzialità della mente?

È bello pensarlo, ma non è così. Il cervello umano, come l’hardware di un computer, ha una programmazione di base che è orientata soprattutto verso l’ideazione, la coscienza, il giudizio critico, le emozioni e i sentimenti più complessi: la conoscenza.

È in questo senso che possiamo affermare che il cervello crea la realtà. Non è un elaboratore di dati né un trasmettitore di pensieri a distanza (vedi la presunta telepatia o altre simili fantasie).

Per aggiungere nuove potenzialità, occorrerebbe aggiungere delle “App”… In realtà è quello che stiamo facendo, costruendo elaboratori elettronici capaci di effettuare calcoli inestimabili, devices di ogni tipo che ci permettono di svolgere compiti che il cervello da solo non sarebbe in grado di fare.

Lo stesso telefonino non è altro che un’estensione della nostra memoria, perché riesce a conservare dati che altrimenti non riusciremmo a memorizzare.

In sintesi: non ci sono limiti alla fantasia, ma per realizzare i sogni e superare ogni giorno un nuovo limite, dobbiamo per forza tradurli in nuove conquiste tecnologiche, che sono la proiezione esterna della nostra già straordinaria macchina pensante.


Demenza senile e Alzheimer: una questione non più solo sanitaria ma problema sociale?

Si stima che attualmente in Italia ci siano circa un milione di pazienti affetti da demenza, di cui seicentomila con Alzheimer. In pratica, non c’è nucleo familiare che non sia costretto a confrontarsi con questo problema.

Con il progressivo invecchiamento della popolazione, queste cifre sono destinate a triplicare entro il 2050. Da qualche decennio noi clinici abbiamo lanciato un grido d’allarme che, purtroppo, non è stato colto adeguatamente da chi di dovere.

Occorre innanzitutto un cambiamento culturale: uscire dalla gabbia di una medicina intesa solo come capacità di “curare”, per proiettarci verso un’idea più complessa di “prendersi cura”.

Per quanto riguarda la “cura” (intesa soprattutto in senso farmacologico), si stanno prospettando nuovi indirizzi molto promettenti ma dai costi elevatissimi, per cui occorrerà riorganizzare dei percorsi diagnostici in grado di individuare i pazienti in una fase molto precoce e rendere fruibili le nuove terapie.

Sul piano del “prendersi cura”, occorre potenziare la rete assistenziale sia a livello domiciliare che con strutture residenziali in grado di accompagnare dignitosamente il percorso dei pazienti/ospiti.

Sono queste le sfide che ci attendono, ma senza la minima esitazione, perché l’emergenza è in atto e abbiamo già accumulato troppi ritardi.

Gabriele Parenti

Pubblicato in : Dossier

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

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