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Intervista all’autore Alessandro Gnocchi in attesa del convegno su Guareschi a Pisa

In attesa del Convegno “Giovannino Guareschi, l’attualità di un genio multiforme” che concluderà gli eventi dedicati allo scrittore parmense, intervistiamo Alessandro Gnocchi, autore per dreamBOOK Edizioni del saggio “Andavamo con Dio e tornavamo al tramonto – Scorribande nel Mondo piccolo di Giovannino Guareschi”

di Stefano Mecenate | 22 Marzo 2024

Quando mi sono accinto a chiedere ad Alessandro Gnocchi di scrivere ancora qualcosa su Giovannino Guareschi, l’ho fatto nella convinzione che ciò che era stato fino a quel momento da lui pubblicato non fosse “tutto” quello che aveva da dire su questo straordinario personaggio che io ho amato fin dall’età di otto anni, quando una zia compiacente ha sfilato dalla sua austera libreria Don Camillo per prestarmelo. 

“Leggilo, e poi riportamelo perché ci tengo”. Allora non esistevano ancora le ristampe che poi hanno invaso le librerie e gli originali si trovavano prevalentemente nelle bancarelle dei libri usati. 

È stato sul mio comodino solo pochi giorni: la lettura mi aveva preso e, pur nelle difficoltà dovute all’età, quelle pagine sono volate. Prima di restituirlo ne ho fatta una seconda lettura, soffermandomi su quei racconti che mi risultavano più comprensibili, e infine, seppur a malincuore, ho salito i cinque piani per riportare quel libro a cui mi ero affezionato, dove era stato per molti anni.

Da allora sono passati molti e molti decenni: la curiosità e l’amore per Guareschi era cresciuto man mano che nella mia libreria entravano nuovi suoi libri e la voglia di sapere sempre più cose su di lui, sulla sua vita, sulle ragioni delle sue opere mi spingevano ad un lavoro di ricerca nelle grandi biblioteche fino agli archivi della Rizzoli.

Ad un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere su di lui per condividere quelle emozioni e quelle “scoperte” che mi aiutavano a crescere e a confermare quei valori e quelle scelte che, spontaneamente, mi portavano controcorrente rispetto a ciò che la società di quegli anni suggeriva (o imponeva) attraverso una massiccia azione dei media.

Da adulto ho cominciato ad esplorare anche la saggistica che proliferava intorno alla sua figura di scrittore e di giornalista, cercando un confronto rispetto a ciò che andavo via via maturando; mi sono così imbattuto nei lavori di Alessandro Gnocchi, anch’egli controcorrente come me, come me capace di estrinsecare senza mediazioni i suoi pensieri senza paura di sembrare “scomodo” come lo era stato, in vita e non solo, il nostro Giovannino.

Ho divorato i suoi saggi condividendone lo spirito che li guidava e desiderando, un giorno, potermi confrontare con lui. Quel momento è arrivato quando, divenuto editore oltre che giornalista, l’ho contattato per proporgli di aggiungere ancora qualcosa a ciò che aveva già scritto.

Ne è nato un pregevole saggio che ho visto crescere in un dialogo che si faceva sempre più complice e ricco:

ANDAVAMO CON DIO E TORNAVAMO AL TRAMONTO – Scorribande nel Mondo piccolo di Giovannino Guareschi è davvero “qualcosa in più” di quello che aveva già scritto, una sorta di punto di arrivo che, magicamente, si è trasformato anche in un punto di partenza. 

Da questo incontro “non casuale” (a meno che “caso” non debba essere letto come “destino”) sono nate idee, progetti, proposte che hanno per centro Giovannino e il suo Mondo piccolo ma che si irraggiano in questa società, evidentemente in crisi, con l’intento di portare una parola diversa dalla vulgata corrente, capace di aprire nuovi orizzonti a tutti coloro che non hanno ancora messo “il loro cervello all’ammasso”.

Battesimo del libro è stato l’evento organizzato a Pisa in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune nella persona dell’Assessore Filippo Bedini, che ha visto il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Pisa e del Comune di Pisa e la collaborazione (preziosa e graditissima) del Club dei Ventitré, dell’Ufficio Scolastico Regionale di Pisa e del Centro Studi Arnopolis.

Pisa ha ospitato la mostra del club dei Ventitré TUTTO IL MONDO DI GUARESCHI e il giorno dell’inaugurazione è stato presentato per la prima volta, alla presenza dell’autore, il libro.

Dire che l’accoglienza è stata più che ottima potrebbe sembrare una autocelebrazione, ma così non è: di fronte ad un pubblico eterogeneo per età e punti di vista, la narrazione dei contenuti del libro ha coinvolto tutti alla stessa maniera mostrando come le “duecento parole” dello scrittore parmense sono così efficaci da superare, senza problemi, differenze di età, di pensiero, di livello culturale.

Certamente merito di Alessandro Gnocchi che, con semplicità ma anche con passione, si è incamminato nel Mondo piccolo di Guareschi, conducendoci senza fatica il pubblico in sala che ha ritrovato (o trovato per la prima volta) quelle intense emozioni che la lettura di alcuni stralci della tetralogia sanno dare a chi vi ci si avvicina con animo libero da pregiudizi.

Né si è sottratto alle numerose domande, anch’esse segno di un interesse verso l’argomento, che hanno fatto luce su vicende e momenti storici che hanno visto Guareschi protagonista o vittima.

In attesa del Convegno nazionale “GIOVANNINO GUARESCHI, L’ATTUALITA’ DI UN GENIO MULTIFORME” che il 6 aprile concluderà questo ciclo di iniziative a lui dedicate, abbiamo inteso “far due chiacchiere” con Alessandro Gnocchi per condividere con lui alcune delle tematiche che saranno più dettagliatamente sviluppate nel convegno.

INTERVISTA

Alessandro Guareschi, Alessandro Gnocchi e Stefano Mecenate

A quando il tuo primo “incontro” con Giovannino Guareschi? Qual è stato il libro che ti ha avvicinato a lui?

Parto dal fondo, che poi è anche l’inizio: il Don Camillo. Che è il primo e unico libro che mi abbia regalato mio padre. Avevo quattordici anni, e ora che ne sono passati cinquanta il fascino e il tepore di quelle pagine mi riscalda ancora il cervello, il cuore e l’anima. 

Leggendo le storie di Mondo piccolo mi sono trovato subito a casa. Un po’ perché sono, come diceva Guareschi, “uno di campagna”, ma soprattutto perché mi è parso subito evidente il soffio universale che si trova nei racconti con don Camillo, Peppone, lo Smilzo, il Brusco e, in particolare, il Cristo crocifisso. Un soffio universale che colpisce anche “quelli di città”. Fin dalle prime pagine, mi è parso evidente come quell’uomo, di cui allora mai avrei pensato di diventare così intimo, fosse capace di parlare anche di me e del mio mondo. Dunque, niente di straordinario se è stato capace di fare altrettanto con ciascuno dei suoi lettori. Per anni ho tenuto sul comodino il Don Camillo e, prima di addormentarmi, rileggevo come una preghiera l’ultimo capoverso: “E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone a ripitturato col pennellino”.

Quando mi sono accinto a chiedere ad Alessandro Gnocchi di scrivere ancora qualcosa su Giovannino Guareschi, l’ho fatto nella convinzione che ciò che era stato fino a quel momento da lui pubblicato non fosse “tutto” quello che aveva da dire su questo straordinario personaggio che io ho amato fin dall’età di otto anni, quando una zia compiacente ha sfilato dalla sua austera libreria Don Camillo per prestarmelo. 

“Leggilo, e poi riportamelo perché ci tengo”. Allora non esistevano ancora le ristampe che poi hanno invaso le librerie e gli originali si trovavano prevalentemente nelle bancarelle dei libri usati. 

È stato sul mio comodino solo pochi giorni: la lettura mi aveva preso e, pur nelle difficoltà dovute all’età, quelle pagine sono volate. Prima di restituirlo ne ho fatta una seconda lettura, soffermandomi su quei racconti che mi risultavano più comprensibili, e infine, seppur a malincuore, ho salito i cinque piani per riportare quel libro a cui mi ero affezionato, dove era stato per molti anni.

Da allora sono passati molti e molti decenni: la curiosità e l’amore per Guareschi era cresciuto man mano che nella mia libreria entravano nuovi suoi libri e la voglia di sapere sempre più cose su di lui, sulla sua vita, sulle ragioni delle sue opere mi spingevano ad un lavoro di ricerca nelle grandi biblioteche fino agli archivi della Rizzoli.

Ad un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere su di lui per condividere quelle emozioni e quelle “scoperte” che mi aiutavano a crescere e a confermare quei valori e quelle scelte che, spontaneamente, mi portavano controcorrente rispetto a ciò che la società di quegli anni suggeriva (o imponeva) attraverso una massiccia azione dei media.

Da adulto ho cominciato ad esplorare anche la saggistica che proliferava intorno alla sua figura di scrittore e di giornalista, cercando un confronto rispetto a ciò che andavo via via maturando; mi sono così imbattuto nei lavori di Alessandro Gnocchi, anch’egli controcorrente come me, come me capace di estrinsecare senza mediazioni i suoi pensieri senza paura di sembrare “scomodo” come lo era stato, in vita e non solo, il nostro Giovannino.

Ho divorato i suoi saggi condividendone lo spirito che li guidava e desiderando, un giorno, potermi confrontare con lui. Quel momento è arrivato quando, divenuto editore oltre che giornalista, l’ho contattato per proporgli di aggiungere ancora qualcosa a ciò che aveva già scritto.

Ne è nato un pregevole saggio che ho visto crescere in un dialogo che si faceva sempre più complice e ricco:

ANDAVAMO CON DIO E TORNAVAMO AL TRAMONTO – Scorribande nel Mondo piccolo di Giovannino Guareschi è davvero “qualcosa in più” di quello che aveva già scritto, una sorta di punto di arrivo che, magicamente, si è trasformato anche in un punto di partenza. 

Da questo incontro “non casuale” (a meno che “caso” non debba essere letto come “destino”) sono nate idee, progetti, proposte che hanno per centro Giovannino e il suo Mondo piccolo ma che si irraggiano in questa società, evidentemente in crisi, con l’intento di portare una parola diversa dalla vulgata corrente, capace di aprire nuovi orizzonti a tutti coloro che non hanno ancora messo “il loro cervello all’ammasso”.

Battesimo del libro è stato l’evento organizzato a Pisa in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune nella persona dell’Assessore Filippo Bedini, che ha visto il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Pisa e del Comune di Pisa e la collaborazione (preziosa e graditissima) del Club dei Ventitré, dell’Ufficio Scolastico Regionale di Pisa e del Centro Studi Arnopolis.

Pisa ha ospitato la mostra del club dei Ventitré TUTTO IL MONDO DI GUARESCHI e il giorno dell’inaugurazione è stato presentato per la prima volta, alla presenza dell’autore, il libro.

Dire che l’accoglienza è stata più che ottima potrebbe sembrare una autocelebrazione, ma così non è: di fronte ad un pubblico eterogeneo per età e punti di vista, la narrazione dei contenuti del libro ha coinvolto tutti alla stessa maniera mostrando come le “duecento parole” dello scrittore parmense sono così efficaci da superare, senza problemi, differenze di età, di pensiero, di livello culturale.

Certamente merito di Alessandro Gnocchi che, con semplicità ma anche con passione, si è incamminato nel Mondo piccolo di Guareschi, conducendoci senza fatica il pubblico in sala che ha ritrovato (o trovato per la prima volta) quelle intense emozioni che la lettura di alcuni stralci della tetralogia sanno dare a chi vi ci si avvicina con animo libero da pregiudizi.

Né si è sottratto alle numerose domande, anch’esse segno di un interesse verso l’argomento, che hanno fatto luce su vicende e momenti storici che hanno visto Guareschi protagonista o vittima.

In attesa del Convegno nazionale “GIOVANNINO GUARESCHI, L’ATTUALITA’ DI UN GENIO MULTIFORME” che il 6 aprile concluderà questo ciclo di iniziative a lui dedicate, abbiamo inteso “far due chiacchiere” con Alessandro Gnocchi per condividere con lui alcune delle tematiche che saranno più dettagliatamente sviluppate nel convegno.

INTERVISTA

A quando il tuo primo “incontro” con Giovannino Guareschi? Qual è stato il libro che ti ha avvicinato a lui?

Parto dal fondo, che poi è anche l’inizio: il Don Camillo. Che è il primo e unico libro che mi abbia regalato mio padre. Avevo quattordici anni, e ora che ne sono passati cinquanta il fascino e il tepore di quelle pagine mi riscalda ancora il cervello, il cuore e l’anima. 

Leggendo le storie di Mondo piccolo mi sono trovato subito a casa. Un po’ perché sono, come diceva Guareschi, “uno di campagna”, ma soprattutto perché mi è parso subito evidente il soffio universale che si trova nei racconti con don Camillo, Peppone, lo Smilzo, il Brusco e, in particolare, il Cristo crocifisso. Un soffio universale che colpisce anche “quelli di città”. Fin dalle prime pagine, mi è parso evidente come quell’uomo, di cui allora mai avrei pensato di diventare così intimo, fosse capace di parlare anche di me e del mio mondo. Dunque, niente di straordinario se è stato capace di fare altrettanto con ciascuno dei suoi lettori. Per anni ho tenuto sul comodino il Don Camillo e, prima di addormentarmi, rileggevo come una preghiera l’ultimo capoverso: “E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone a ripitturato col pennellino”.

Guareschi è certamente un “personaggio scomodo”: la sua totale libertà intellettuale lo rende inviso al potere e lo sottrae alle logiche di “appartenenza” che tanto fanno comodo a chi gestisce il potere…

Guareschi è stato nei lager tedeschi durante la Seconda guerra mondiale e poi è incorso nelle ire dei cosiddetti liberatori, bianchi, rossi e di svariate sfumature. Ha sostenuto la Democrazia Cristiana durante le elezioni del 1948 e poi è andato in prigione, dopo un primo processo con Enaudi che lo ha visto prima assolto con formula piena poi condannato “con la condizionale”, per una querela di De Gasperi. Ha reso popolare la figura del sacerdote e del Cristo crocifisso e poi è stato attaccato dall’apparato clericale. 

Era molto più che “scomodo”: come diceva lui, era “un uomo di difficili costumi”. C’è chi, forse pensando di fargli un complimento, lo paragona a Pier Paolo Pasolini, con il quale firmò il film “La rabbia”. In realtà, aveva poco o nulla a che fare con Pasolini. Se c’è una figura di scrittore e intellettuale italiano a cui può essere assimilato, è Leonardo Sciascia. In comune hanno una caratteristica rarissima in Italia: quella di capire i meccanismi del potere. Penso all’invettiva di Sciascia contro i “professionisti dell’antimafia” e al fatto che quella militanza professionale permettesse a molti di accomodarsi sulle poltrone del potere dando a ogni avversario il titolo di mafioso mettendolo così fuori gioco. 

Guareschi fece altrettanto con i “professionisti dell’anticomunismo”. Aveva capito che chi si ammantava della militanza anticomunista di facciata, in genere, finiva per mettere fuori gioco coloro che erano veramente avversari del comunismo, magari tacciandoli di simpatie sinistre che in realtà non avevano. Pensiamo solo a quanto fu sospetta la simpatia di Guareschi per Peppone. Questo ritengo sia il lavoro dell’intellettuale di razza, merce rara in Italia dove invece impera la razza degli intellettuali.

Il senso religioso di Guareschi ha radici “antiche” e non accetta quei compromessi che sembrano essere così di moda dopo il Concilio…

Questo tema si lega direttamente a quando dicevo prima. Guareschi aveva trovato la vera fede dentro ai lager e aveva capito che solo quella lo aveva mantenuto vivo. Dunque, non era disposto ad alcun cedimento. Ciò che gli dava sommamente fastidio era il cedimento sul piano dei princìpi in forza di accomodamenti su quello sociale e politico. Le aperture a sinistra, aveva compreso Guareschi, avevano sempre una contropartita che portava al compromesso sulla fede. Più si allargava il potere in terra e più si cedeva il Cielo. Nella deriva della Chiesa cattolica romana, che lui aveva intuito ben prima del Concilio Vaticano II, leggeva il vero segno dei tempi. Una chiesa sempre più mondana sarebbe stata una chiesa che avrebbe avuto sempre meno da dire e da insegnare al mondo e all’uomo. I suoi ultimi anni, da opere come Don Camillo e don Chichì, pubblicato prima come Don Camillo e i giovani d’oggi, agli articoli scritti per “Il Borghese”, trattavano proprio di questo.

La filosofia di Mondo piccolo parte da pochi assunti ma fondamentali: quali, secondo te, le coordinate etico-morali (oltre che sociali) di quel “punto che si muove nella bassa…”?

L’assunto fondamentale, dal punto di vista letterario e da quello della visione dell’uomo e della sua vita, è l’incanto davanti al grande miracolo della creazione. Penso Guareschi abbia rimpianto di non essere mai stato abbastanza grato al Padre Eterno di avere creato l’universo di avere messo al mondo anche lui. Lo ha fatto con tutte le sue forze di semplice creatura e di grande scrittore; non avrebbe potuto fare di più ma secondo lui, penso che fosse ancora poco. Tutto discende da lì, i princìpi, l’ordine sociale, i rapporti tra gli uomini e Dio, tra gli uomini e i loro simili, tra gli uomini e gli animali, la terra e i suoi frutti, il Grande Fiume. Non si capisce veramente Guareschi se non si medita il libro della Genesi.

Don Camillo, Peppone e… il Cristo: indissolubili protagonisti delle storie di Guareschi. Cosa pensi di loro?

Don Camillo e Peppone sono i vertici di base di un triangolo che ha al suo apice il Cristo. Non è possibile pensare il parroco e il sindaco senza il Crocifisso dell’altare maggiore. Tutto si svolge in quel perimetro e tutte le creature di Mondo piccolo, uomini, bestie, animali, vegetali e minerali sanno che è così. É da notare anche che nei 346 racconti di Mondo piccolo, il Cristo non rimprovera mai Peppone mentre lo fa spesso con don Camillo.

Quasi impossibile scegliere tra gli oltre 300 racconti di Mondo piccolo, ma quali consiglieresti come percorso conoscitivo dell’animo dell’autore?

Non si può non partire dal prologo al Don Camillo, che si intitola “Qui, contre storie e una citazione, si spiega il mondo di Mondo piccolo”. Ritengo che sia un gioiello della letteratura del Novecento, ma, soprattutto, con quelle tre storie, mostra veramente che cosa sia il mondo cantato di Guareschi. Molti capitoli del mio ultimo libro sono dedicati proprio a quelle storie. Il titolo Andavamo con Dio e tronavamo al tramonto, è tratto proprio da lì. Poi, direi, racconti come “Giallo e rosa”, “Giacomone”, “Nel paese del melodramma”, “Emporio Pitaciò”, “Due santi di mezza stagione”… Senza dimenticare di imparare quasi a memoria il Diario clandestino, sugli anni del lager.

Il compagno don Camillo merita una certa attenzione: i contenuti del libro, ben oltre ciò che appare nell’omonimo film, sono profondi e interrogano sulla natura umana e sulle scelte di vita. Cosa ne pensi considerando quando è stato scritto?

Il compagno don Camillo è l’opera in cui si manifesta in maniera più esplicita una verità invisa al mondo moderno: che l’uomo sempre lo stesso in ogni luogo e in ogni tempo e ha bisogno sempre dello stesso alimento spirituale. In Russia, don Camillo trova persone uguali a lui che cercano le stesse cose che cerca lui. E ne rimane persino sorpreso perché nessuno è immune dal morbo ideologico, specialmente in tempi come quelli della cortina di ferro. Ma quello che don Camillo sa è che i comunisti della sua terra, se non hanno la terza narice spirituale, diventano le persone più miti dell’universo davanti all’incanto di ciò che porta sulla terra il Bambinello.

Don Camillo e i giovani d’oggi è, a mio avviso, una sorta di testamento spirituale di Guareschi. Come giudichi questo ultimo volume della tetralogia di Mondo piccolo e cosa trovi meriti di essere evidenziato?

Questo libro è un vero e proprio trattato sociale e spirituale. Parecchi anni fa, pensando all’opera di Julius Evola, lo avevo definito una Rivolta contro il mondo moderno in chiave cristiana. In realtà, allo stesso tempo, è sia di più sia di meno. Di meno perché non ha l’approccio sistematico e schematico dell’opera evoliana. Di più perché è capace di introdurre chiunque a una inesorabile critica alla modernità che proviene dalla propria anima invece che da principi assimilati per questioni sociali, politiche, ideologiche o anche religiose. Il racconto di Guareschi mostra una realtà evidentissima e osteggiatissima: l’uomo è naturaliter antimoderno. Questo è messo ben in evidenza dall’amore e dalla difesa con cui don Camillo circonda e mantiene il proprio sacerdozio. La Chiesa romana, ormai avviata alla fornicazione con il mondo, non poteva perdonarglielo. Non si trattava solo di salvaguardare la Messa in latino, ma lo spirito con cui la liturgia viene celebrata: per Dio e quindi per l’uomo e per il mondo, oppure solo per l’uomo e per il mondo. Non si ammettono mediazioni.

Guareschi non è solo Mondo piccolo: come scrittore ha al suo attivo numerose altre pubblicazioni, come giornalista ha dato vita a riviste come “Bertoldo” e “Candido” ma anche a efficacissimi articoli su altre testate… Puoi raccontarcelo alla tua maniera?

Della sua collaborazione al “Borghese” abbiamo già detto. Possiamo ricordare quella con il “Corriere della Sera”, dove pubblicò i tre racconti che poi mise nel prologo al Don Camillo. E poi quella con “La Notte”, il quotidiano milanese diretto da Nino Nutrizio. In totale libertà, per “La Notte”, scrisse e disegnò le malefatte della politica e del costume italiani degli anni Sessanta. Un lavoro commovente perché, sia nello scrivere che nel disegnare, Guareschi tirò fuori quel tratto pastoso e profondo che lo aveva reso unico fin dai tempi giovanili. Penso che, dopo la fine di “Candido”, sacrificato dall’editore Rizzoli sull’altare dell’apertura a sinistra, quelle della “Notte” e del “Borghese” fossero due delle collaborazioni che più gli permisero negli ultimi anni della sua vita di sentirsi ancora vivo come intellettuale. E uso proprio il termine “intellettuale”, che lui stesso in qualche modo disdegnava, poiché Il vero intellettuale è colui che conosce il mondo in cui e intuisce dove andrà a finire. Non gli attribuirei invece la qualifica di profeta, poiché in Italia è stata regalata a coloro che le profezie le hanno sbagliate tutte, ma proprio tutte. Guareschi, invece, è qui tra noi ancora, in tutta la sua freschezza e la sua attualità.

Cosa ritieni possa essere fatto perché l’eredità di Guareschi non resti solo un mausoleo alla memoria ma continui a vivere e a produrre risultati? 

Cominciamo con il dire che cosa non farei. Per esempio, eviterei di cadere nel solito, irritante ritornello: che cosa direbbe oggi Guareschi? Come facciamo a sapere che cosa direbbe oggi se è morto nel 1968? Chiediamoci, invece, quali strumenti Guareschi ci ha consegnato per comprendere che cosa accade oggi. Strumenti intellettuali, culturali, spirituali. Cerchiamo di capire quali sono state le ragioni profonde del suo essere uomo integralmente libero davanti agli altri uomini. Non dimentichiamoci che Guareschi ha avuto la lucidità e il coraggio di scrivere che l’uomo ha solo dei doveri e Dio solo ha i diritti. E poi, leggiamolo, leggiamolo, leggiamolo… perché solo leggendo si impara a scrivere e solo leggendo cose belle e buone si impara a scrivere cose belle e buone. Non imitiamolo, non scimmiottiamolo, saremmo solo ridicoli. Gli autorucoli che scrivono storielle con Peppone e don Camillo piegandoli alle proprie idee fanno solo pena. Leggiamolo e studiamolo per capire meglio noi stessi.

I tempi sono difficili, la società sembra essere meno interessata ad accogliere esempi come quello di Guareschi… Cosa possiamo e dobbiamo fare per farlo conoscere a chi non ha mai sentito parlare di lui?

Parliamogli di noi. Ma con totale e assoluta sincerità.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: anni, chiesa, chiesa cattolica, comunismo, crisi, de gasperi, democrazia, elezioni, giovani, guerra mondiale, intervista, italia, lavoro, lega, macchine, merito, mondo, nato, natura, persone, pisa, processo, punti di vista, punto di vista, regione toscana

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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