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Instabilità politica in Asia meridionale: il Nepal alla prova del cambio di regime

L’ondata di proteste che ha colpito l’Asia meridionale tra il 2024 e il 2025, che aveva già colpito Sri Lanka e Bangladesh, non ha risparmiato il Nepal. Una protesta pacifica iniziata l’8 settembre contro la decisione governativa di interdire l’utilizzo di alcuni social media nel paese si è poi trasformata in uno scontro violento con le forze dell’ordine, che non sono riuscite a impedire che molti palazzi del potere e residenze governative venissero date alle fiamme. Dopo le dimissioni del premier Khadga Prasad Sharma Oli, la guida del governo è ora nelle mani della ex giudice capo della Corte suprema Sushila Karki, che ha il compito di traghettare il paese fino alla nuova tornata elettorale, prevista per il 5 marzo 2026. Il ruolo ricoperto dalla “generazione Z” – che ha guidato attivamente la protesta ed è stata coinvolta direttamente nella selezione della prima ministra ad interim Karki – evidenzia come, nella regione, siano le fasce più giovani della popolazione a fungere da motore della protesta sociale contro la crisi economica e la corruzione diffusa tra la classe politica.

di Istituto Ispi | 16 Febbraio 2026

di Michele Danesi*

L’ondata di proteste che ha colpito l’Asia meridionale tra il 2024 e il 2025, che aveva già colpito Sri Lanka e Bangladesh, non ha risparmiato il Nepal. Una protesta pacifica iniziata l’8 settembre contro la decisione governativa di interdire l’utilizzo di alcuni social media nel paese si è poi trasformata in uno scontro violento con le forze dell’ordine, che non sono riuscite a impedire che molti palazzi del potere e residenze governative venissero date alle fiamme. Dopo le dimissioni del premier Khadga Prasad Sharma Oli, la guida del governo è ora nelle mani della ex giudice capo della Corte suprema Sushila Karki, che ha il compito di traghettare il paese fino alla nuova tornata elettorale, prevista per il 5 marzo 2026. Il ruolo ricoperto dalla “generazione Z” – che ha guidato attivamente la protesta ed è stata coinvolta direttamente nella selezione della prima ministra ad interim Karki – evidenzia come, nella regione, siano le fasce più giovani della popolazione a fungere da motore della protesta sociale contro la crisi economica e la corruzione diffusa tra la classe politica.

Da dove nascono le proteste

La storia politica del Nepal ha seguito un corso particolare, che lo distanzia dal resto del subcontinente indiano. L’unificazione del paese è avvenuta intorno alla metà del diciottesimo secolo, con l’ascesa di una monarchia che riuniva sotto la propria autorità i territori dell’area himalayana schiacciata fra l’impero cinese e l’India. Il regno instaurato si è mantenuto indipendente durante l’era del colonialismo britannico, mantenendo rapporti stretti con le autorità inglesi presenti in India, e si è protratto fino ai primi anni Duemila. Nonostante i tentativi di democratizzazione degli anni Cinquanta, le grandi svolte storiche si sono compiute solo negli anni Novanta: nel 1990 fu adottata una nuova costituzione e venne reintrodotta la democrazia multipartitica ma nel 1996, dato il protrarsi della difficoltà economica e della corruzione delle élite, il Partito comunista del Nepal – di ispirazione maoista – diede inizio a una guerra civile decennale, che avrebbe portato poi all’abolizione della monarchia nel 2008 e alla nascita della Repubblica federale democratica del Nepal[1]. Infine, nel settembre 2015, fu introdotta l’attuale costituzione del paese dal presidente Ram Baran Yadav, concludendo un processo durato oltre sessant’anni e sancendo definitivamente l’articolazione della repubblica federale in sette province, a loro volta identificate con margini di autorità ben definiti per i governi centrale, provinciali e locali[2].

Il Nepal repubblicano è stato tuttavia caratterizzato da grande fragilità politica e sociale. L’economia nazionale è stata trainata negli ultimi anni dalle rendite del turismo e dalle rimesse dei nepalesi espatriati e, sebbene il Pil del paese sia in crescita (+4,6% nel 2024-2025), l’industria copre solamente poco più del 12% del totale, a fronte del settore primario che vale ancora intorno al 25%. Parallelamente, la disoccupazione giovanile ha superato il 20%[3]. Sul piano amministrativo, le forze politiche dominanti sono il Nepali congress (NC) e i partiti comunisti, sia d’ispirazione marxista-leninista (Communist party of Nepal-Unified Marxist-leninist, Cpn-Uml) che di stampo maoista (Communist party of Nepal-Maoist Centre, Cpn-MC): diverse coalizioni trainate da questi partiti hanno tentato di guidare il paese, ma dal 2008 a oggi si sono susseguiti 14 governi senza che nessuno riuscisse mai a completare i cinque anni di mandato[4]. Come anticipato, l’ultimo primo ministro salito al potere nel luglio 2024 e in carica al momento delle proteste è stato Khadga Prasad Sharma Oli, leader del Cpn-Uml, che decise immediatamente di rompere l’alleanza del proprio predecessore con il Cpn-MC per unirsi invece al NC, con lo scopo di unire i due partiti principali e ottenere un’ampia maggioranza di governo. Tuttavia, l’inizio del 2025 è stato comunque caratterizzato dall’assenza di un accordo politico forte, diffuse accuse di corruzione e tensioni sia interne al partito di Oli che all’interno della coalizione[5].

Le proteste di settembre 2025 e il governo di transizione di Sushila Karki

Nel mese di marzo 2025 è iniziata una serie di manifestazioni guidate da sostenitori della monarchia nepalese. Accompagnati da slogan come “Come Back King, Save Nepal!” e “Restore the Monarchy!”, i partecipanti esprimevano il dissenso per la gestione della situazione economica da parte del premier Oli e chiedevano il ritorno dell’ex re Gyanendra Shah, in carica fino alla transizione nel 2008[6]. Il movimento ha poi lasciato il posto in primavera alla protesta degli insegnanti, scesi in piazza contro la mancata approvazione della riforma del sistema scolastico che avrebbe dovuto garantire maggiore stabilità ai posti di lavoro nelle scuole: solo durante le dimostrazioni di marzo e aprile si sono registrati almeno 190 feriti e tre vittime[7].

Il 4 settembre è poi scoppiato il caso che avrebbe dato il via agli scontri tra manifestanti e forze di polizia: il governo di Katmandu ha infatti bloccato 26 piattaforme di social media internazionali, quali WhatsApp, Instagram, Facebook e YouTube. La manovra è stata immediatamente letta dal paese, che ha uno dei tassi di utilizzo di social media più alti su scala globale, come un tentativo di bloccare il dissenso sempre più dilagante in quei mesi[8]. Di conseguenza la popolazione, e in particolare una forte componente di giovani appartenenti alla generazione Z, è scesa nuovamente in piazza e lunedì 8 settembre si è arrivati a uno scontro violento con la polizia che ha causato almeno 19 vittime. Il giorno stesso, il ministro dell’Interno ha rassegnato le proprie dimissioni, mentre il giorno successivo lo hanno seguito i ministri dell’Agricoltura, dell’Acqua e della Salute e, infine, anche il premier Oli[9]. Dopo gli scontri e la ritirata del governo, i manifestanti hanno preso di mira i simboli del potere politico, giuridico e mediatico nella capitale e in altre città principali, dando fuoco – tra gli altri – al palazzo del parlamento e della presidenza, alla sede del Cpn-Uml, della Corte suprema, Corte speciale e della Corte distrettuale di Katmandu; anche le residenze di esponenti del governo sono state incendiate, tra cui quella del premier Oli e di alcuni altri ministri ed ex ministri[10]. Infine, anche l’Hilton hotel di Katmandu, la sede di Kantipur media group e altri siti culturali tra cui scuole e piazze, anche al di fuori della capitale.

La situazione si è risolta con l’intervento dell’esercito che, una volta ristabilito l’ordine nella capitale, ha monitorato l’insediamento di un nuovo governo ad interim, alla cui guida è stata posta l’ex giudice capo della Corte suprema Sushila Karki: si tratta di una figura apprezzata della popolazione, soprattutto per la propria battaglia contro la corruzione portata avanti tra il 2016 e 2017, proprio quando guidava la Corte suprema[11]. Karki, nominata ufficialmente venerdì 12 settembre dal presidente Ram Chandra Poudel, era la candidata proposta dai giovani della generazione Z insorti nei giorni di protesta: nella sera del 10 settembre, infatti, si sono riuniti in oltre 7000 sulla piattaforma Discord per votare il proprio candidato su un canale dedicato, intitolato “Youths Against Corruption”[12]. Sebbene tra le prime mosse della nuova premier ci siano stati l’annuncio di nuove elezioni ufficiali, poi fissate per il marzo 2026, e l’apertura al dialogo con tutte le parti politiche e anche con i rappresentanti della generazione Z, non sono mancate difficoltà e critiche, anche da parte degli stessi giovani che avevano avanzato il nome di Karki. La principale rimostranza dei manifestanti di settembre – tornati in piazza anche all’inizio di gennaio 2026, anche se in proporzioni decisamente minori – è legata alla lentezza mostrata dalla campagna anticorruzione che era stata promessa dalla prima ministra al suo insediamento[13]. Al momento, infatti, sarebbe stato esposto un solo caso di alto profilo: a dicembre scorso, 55 persone sono state accusate di collusione in una truffa da $74 milioni in relazione al progetto di costruzione dell’aeroporto internazionale di Pokhara, gestito dall’impresa statale cinese Camc engineering[14]. Tuttavia, i rappresentanti della generazione Z e il governo di transizione sono arrivati a un accordo: l’11 dicembre Karki ha firmato un documento che riconosce ufficialmente le richieste avanzate dai manifestanti nei confronti della futura leadership, tra cui l’aconfessionalità dell’amministrazione, l’impegno a investigare i crimini commessi durante le proteste del 2025 e a studiare le possibilità di una riforma istituzionale che si occupi del problema della corruzione ad alti livelli nel paese[15].

Fig. 6 – Principali eventi della storia del Nepal, dalla svolta democratica al crollo della monarchia (1951-2008)

Il futuro del Nepal nella regione: i rapporti con India e Cina

Il Nepal ha tradizionalmente avuto come principale partner internazionale l’India – soprattutto dati prossimità geografica e affinità culturale – con cui intrattiene ancora importanti rapporti politici ed economici. Nel 2014, all’inizio del suo primo mandato di governo, il primo ministro indiano Narendra Modi si era recato in visita a Katmandu per il lancio della sua “Neighbourhood first”, ovvero la strategia di politica estera con cui avrebbe dato priorità alla partnership economica e politica con i paesi dell’Asia meridionale[16]. Nuova Delhi è inoltre il primo partner del Nepal in ambito commerciale ($8 miliardi di interscambio totale nel 2023, di cui $7,25 miliardi di importazioni nepalesi dall’India[17]) e di investimenti diretti, che riguardano in particolar modo i progetti per la generazione e lo sfruttamento di energia idroelettrica, i progetti infrastrutturali fondamentali per la connettività aerea e autostradale del paese, e alcuni progetti di irrigazione e trasporto di energia attraverso il confine condiviso[18].

La principale sfida per le relazioni tra Nepal e India è data dalla crescente presenza economica e politica della Repubblica popolare cinese (Rpc) nel paese. Katmandu, infatti, che necessita di un forte sostegno finanziario e infrastrutturale, ha cercato negli ultimi anni di mantenere solidi rapporti con entrambi i giganti della regione. Dopo un periodo in cui la Cina ha guardato al Nepal principalmente con lo scopo di tenere sotto controllo la diaspora tibetana nel paese, negli anni Duemila Pechino ha iniziato a intensificare la cooperazione economica con Katmandu. L’adesione alla Belt and road initiative (Bri), siglata nel 2017 e rinnovata a dicembre 2024, ha dato infatti ulteriore linfa allo sviluppo nazionale e all’apertura di nuovi progetti energetici e infrastrutturali, come gli impianti idroelettrici di Gandaki e Bagmati[19]. Tuttavia, le proteste di settembre e il governo ad interim di Karki rappresentano per Pechino una sfida nelle sue relazioni con Katmandu: sul piano politico, infatti, la Rpc è stata promotrice dell’intesa tra i partiti comunisti nepalesi nel 2018 e ha poi sostenuto il governo guidato da Oli e dal Cpn-Uml fino alla sua caduta[20]. Questi sviluppi privano Pechino, almeno per il momento, di un alleato politico prezioso per gli interessi economici nel paese, oltre a mettere la Cina al centro di un’indesiderata attenzione mediatica con lo scandalo di corruzione dell’aeroporto di Pokhara menzionato in precedenza [21].

Conclusioni

Il risultato delle elezioni di marzo 2026 potrebbe aprire una nuova fase per il Nepal dopo l’incertezza degli ultimi mesi, ma a determinare realmente la tenuta del prossimo governo sarà la risposta che verrà data alle richieste popolari emerse dalle proteste dello scorso settembre. La sfida elettorale più attesa è quella fra l’ex premier Sharma Oli e l’ex sindaco di Katmandu, il trentacinquenne Balendra Shah, uno dei vertici della rivolta del 2025: i due concorrono infatti per un posto nella stessa circoscrizione e il partito di Shah, il Rastriya Swatantra Party (RSP), lo ha identificato come figura possibile come candidato premier per guidare il paese verso una mitigazione della crisi[22]. Tuttavia, senza importanti riforme strutturali, infatti, la politica del paese rimane estremamente fragile: l’enorme frammentazione politica – si sono presentati in tutto 118 partiti per le prossime elezioni, di cui circa il 25% nati dopo il movimento di settembre[23] – e la caducità dei governi rischiano fortemente di compromettere lo sviluppo economico e sociale del paese; nel 2026 il Nepal vedrà inoltre cambiare il proprio status da paese sottosviluppato a paese in via di sviluppo, che significherà perder l’accesso ad alcuni finanziamenti e prestiti speciali erogati da istituti internazionali come la Banca mondiale e la Banca asiatica di sviluppo[24]. Sul piano internazionale, invece, l’India, che continua a occupare il 60% del commercio internazionale nepalese, potrà godere di un probabile rallentamento dell’influenza cinese, ma Pechino cercherà di mantenere i propri interessi nel paese e allo stesso tempo, continuare a esercitare la propria influenza tramite l’ascendente che ha sui partiti comunisti a Katmandu.

Michele Danesi

ISPI Research Assistant

* Istituto Ispi


[1] A. Kumar, “Nepal’s Political Journey: From Ancient Monarchies to a Federal Democratic Republic”, Defense News, 10 settembre 2025.

[2] H. Phuyal, “Nepal’s New Constitution: 65 Years in the Making”, The Diplomat, 18 settembre 2025.

[3] Nepal Rastra Bank, “Current Macroeconomic and Financial Situation of Nepal”, agosto 2025.

[4] H. Haqqani, “Nepal’s political and economic uncertainty likely to continue”, Geopolitical Intelligence Services, 25 marzo 2025.

[5] A. Sigdel, “Corruption and crisis define Nepal’s 2024”, East Asia Forum, 20 marzo 2025.

[6] N. Nandini, “From teachers agitation to pro-monarchy march: What led to deadly Nepal protest and REAL reason for GenZ’s frustration”, WION News, 9 settembre 2025.

[7] “School Education Bill Report Submitted to Parliamentary Committee After Extensive Discussion”, Khabar Butwal, 18 maggio 2025.

[8] “Why Nepal’s Gen Z are rising”, Dhaka Tribune, 10 settembre 2025.

[9] Alcune fonti d’informazione riportavano inizialmente che Oli sarebbe stato scortato in salvo dall’esercito in attesa di fuggire dal paese, probabilmente verso Dubai, mentre egli stesso ha in seguito affermato ai media di non avere intenzione di lasciare il Nepal. “Ex Nepali PM says no plans to flee”, Khmer Times, 30 settembre 2025.

[10] “Gen Z demonstrators set fire to Supreme, Special and Kathmandu District Courts”, Annapurna Express, 9 settembre 2025; “Nepal violence: Ex-PM Khanal’s wife dies after protestors torch house; president urges calm, dialogue”, The Times of India, 10 settembre 2025.

[11] “In Nepal è stata nominata come nuova prima ministra Sushila Karki, proposta dagli organizzatori delle enormi proteste degli ultimi giorni”, Il Post, 12 settembre 2025.

[12] A.R. Mulmi, “From Streets to Discord: How Nepal’s Gen Z Toppled a Government”, Carnegie Endowement for International Peace, 24 settembre 2025.

[13] B. Gurubacharya, “Gen Z activists who toppled Nepal’s government are frustrated with the leaders they brought to power”, AP News, 8 gennaio 2026.

[14] B. Bhandari, “Nepal charges Chinese contractor with corruption over airport deal”, South China Morning Post, 9 dicembre 2025; D. Adhikari, “Nepal’s antigraft body faults China-funded airport after Gen Z protest”, Nikkei Asia, 9 dicembre 2025.

[15] A. Giri, “Government, Gen Z leaders sign pending blueprint for reforms”, The Kathmandu Post, 11 dicembre 2025.

[16] Ministry of External Affairs, Government of India, “Joint Press Statement on the Visit of the Prime Minister to Nepal”, 4 agosto 2014.

[17] Observatory of Economic Complexity, India/Nepal, ultimo accesso effettuato: gennaio 2026.

[18] S. Shekhawat, “Reimagining India-Nepal ties: The decade that was and the road ahead”, The Annapurna Express, 20 maggio 2024; A. Acharya, “Nepal-India: An Understated Partnership”, Nepal Institute for International Cooperation and Engagement, 7 dicembre 2023.

[19] A. Giri, “Nepal and China sign framework for BRI cooperation in Beijing”, The Katmandu Post, 5 dicembre 2024; Boston University Global Development Policy Center, “China’s Global Power Database”, ultimo accesso: gennaio 2026.

[20] Il Cpn-Uml e il Cpn-MC, le due principali fazioni di sinistra della politica nepalese, si erano uniti nel maggio 2018 per formare un unico Partito comunista del Nepal, con forte supporto della Cina di Xi Jinping. Tuttavia, a causa di divergenze ideologiche fra i due gruppi e dello scontro tra i due leader K.P. Sharma Oli e Pushpa Kamal Dahal (conosciuto come Prachanda), il Cpn si è sciolto nell’ottobre 2021, tornando a formare i due partiti precedenti e originandone un terzo – il Communist Party of Nepal-Unified Socialist –, nato da un’ulteriore scissione interna al Cpn-Uml. Prachanda sarebbe poi diventato capo del governo nel dicembre 2022, per poi essere sostituito da Oli nel luglio 2024. “Nepal’s 2 major parties merge to form Nepal Communist Party”, Xinhua, 18 maggio 2018; A. Sigdel, “Personalities split Nepal’s communist parties”, East Asia Forum, 22 ottobre 2021.

[21] P. Jaiswal, “Himalayan Geopolitics: Nepal Between India and China”, ISPI, 27 gennaio 2026.

[22] “Top leaders file candidacies nationwide as House elections draw closer”, The Kathmandu Post, 20 gennaio 2026; B. Baral, “Nepal’s Post-uprising Elections Take Shape”, The Diplomat, 23 gennaio 2026.

[23] Election Commission Nepal, “Registered Political Parties (Updated List)”, ultimo accesso effettuato: gennaio 2026; “Nepal approves 114 parties for post-uprising polls”, The Straits Times, 9 dicembre 2025.

[24] B. Baral, “Nepal’s LDC Graduation Masks Deep Economic Fragility”, The Diplomat, 8 agosto 2025.

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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