
Alla fine Narendra Modi ha rotto il silenzio. Con un raro videomessaggio, trasmesso nella tarda notte di ieri, il primo ministro indiano ha annunciato una serie di concessioni rispetto alle richieste degli studenti che ormai da settimane mobilitano le piazze dell’India. Modi si è impegnato a istituire tribunali speciali per garantire una giustizia rapida e pene più severe per coloro che hanno fatto trapelare i risultati degli esami pubblici alle facoltà universitarie, una vicenda che ha innescato le proteste dei giovani indiani e fomentato il malcontento verso un sistema di concorsi pubblici che molti in India ritengono corrotto e iniquo. Il primo ministro ha inoltre rimosso il più alto funzionario del Ministero dell’Istruzione, trasferendolo a un altro dipartimento, astenendosi però dal licenziare il titolare del dicastero, Dharmendra Pradhan, un alleato politico chiave, di cui i manifestanti chiedono la destituzione. “So che la fuga di notizie sui risultati degli esami non è una questione di poco conto”, ha detto Modi. “Per milioni di studenti e genitori è profondamente dolorosa. Per questo motivo abbiamo preso diverse misure. I colpevoli sono stati arrestati e si trovano in carcere”. Non è chiaro tuttavia se le aperture del primo ministro basteranno a placare il malcontento e quella che si va articolando come la più massiccia crisi di popolarità e consenso per Modi, da quando il suo partito nazionalista indù si è insediato al potere nel 2014. “Gli studenti non rimarranno più in silenzio” ha scritto uno degli animatori del movimento sul suo account X. “Questa non è solo una protesta, è un movimento giovanile contro un sistema corrotto”.

Com’è nata la protesta degli ‘scarafaggi’?
Tutto ha avuto inizio la scorsa primavera, dopo che la fuga di notizie su un questionario dell’esame nazionale di ammissione alla facoltà di medicina aveva portato alla cancellazione del test, gettando nell’incertezza oltre 2 milioni di giovani che avevano dedicato anni e, in molti casi, ingenti somme di denaro per la preparazione dell’esame. In quei giorni di confusione, il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, aveva definito i giovani manifestanti scesi in piazza per protestare “pigri, parassiti e scarafaggi”. Un appellativo che gli studenti hanno fatto proprio creando il partito satirico ‘Cockroach Janta Party’, Partito popolare degli scarafaggi, il cui acronimo CJP fa palesemente il verso al Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi. Con il passare delle settimane il ruolo politico degli ‘scarafaggi’ indiani si è fatto sempre più vocale e impossibile da ignorare. Lunedì scorso, ad aggravare la situazione è stata la violenta repressione con cui le forze dell’ordine hanno respinto – con idranti, fumogeni e manganelli – i circa 50mila manifestanti che avevano deciso di marciare verso la sede del Parlamento.
Dal malcontento alla sfida politica?
All’indomani degli scontri, le cui immagini sono diventate virali sulle piattaforme indiane in poche ore, l’opposizione parlamentare del Partito del Congresso e degli altri gruppi di minoranza hanno deciso di sostener le istanze della piazza e chiedere le dimissioni del ministro dell’Istruzione. Con una mossa senza precedenti nella politica indiana, Rahul Gandhi, il principale leader dell’opposizione, e sua sorella Priyanka, sono stati fermati per tre ore dalla polizia martedì sera mentre partecipavano a un sit-in davanti alla residenza ufficiale di Modi. Le immagini dei due pronipoti di Jawaharlal Nehru, primo capo di governo dell’India indipendente, sollevati e portati via di peso dalla polizia in mezzo a una enorme folla di persone hanno provocato sconcerto ed emozione nell’opinione pubblica indiana. Sonia Gandhi, madre di Gandhi e presidente del partito del Congresso, ha accusato Modi di trattare gli studenti come “nemici della nazione” e accusato il BJP di aver contribuito al declino dell’istruzione pubblica, costringendo i genitori a spendere ingenti somme per lezioni private. “La profonda disperazione dei nostri studenti è una diretta conseguenza della privatizzazione e della commercializzazione dell’istruzione”, ha scritto.
Modi non ha visto arrivare la GenZ?
Il discorso di Modi rompe un silenzio che aveva contribuito a nutrire la protesta e che era frutto di un errore di valutazione: La vicenda in sé infatti mette in luce la progressiva sfiducia dei giovani indiani nei confronti di un sistema di esami che milioni di persone considerano la via maestra per la mobilità sociale. “In India, la casta, la nascita e la povertà ti definiscono” spiega Mahua Moitra, parlamentare del partito di sinistra Trinamool Congress: “L’unico modo per spezzare il ciclo di casta e povertà è superare un concorso pubblico, che ti permetta di entrare nella polizia o nel servizio pubblico di ingegneria, un ambiente in cui le persone ti salutano, a prescindere dalla tua casta di appartenenza o dal tuo credo religioso”. Il sospetto di irregolarità che aleggia su questi esami incrina proprio quel patto di fiducia tra Stato e cittadini. Per questo, a differenza di altre proteste antigovernative dell’ultimo decennio – sulla cittadinanza o sulle leggi agricole – questo movimento attraversa comunità e classi sociali diverse. “Il collante è la disoccupazione giovanile, o meglio la sua frustrazione” osserva Pramit Pal Chaudhuri, della società di consulenza Eurasia: “Abbiamo 370 milioni di giovani e tassi di disoccupazione abbastanza alti da produrre un bacino enorme di insoddisfatti”. Modi, reduce da una lunga serie di vittorie elettorali, si trova oggi ad affrontare una protesta inattesa, montata proprio dentro la sua base elettorale. Nei vicini Nepal e Bangladesh, le proteste della Generazione Z sono bastate a far cadere due governi. la vera domanda, ora, non è se Modi cederà ancora, ma quanto gli costerà aver aspettato così a lungo per farlo.
Il commento
Di Nicola Missaglia, ISPI
“Il movimento CJP ha trasformato lo scandalo degli esami in una crisi di fiducia tra lo Stato e la generazione su cui Modi ha costruito la promessa dell’India emergente. Per milioni di giovani, un concorso trasparente è il patto tra sacrificio, merito e mobilità sociale: ma quando quel patto si spezza, la crescita economica non basta più a tradursi in fiducia nel futuro. È per questo che il movimento colpisce il governo nel suo punto più sensibile, saldando la frustrazione economica alla richiesta di trasparenza e di risposte politiche concrete, anche attraverso una comunicazione digitale ormai fuori dalla regia del BJP. L’apertura del negoziato, però, mostra che Delhi ha compreso il rischio. L’età media del Subcontinente è di 28 anni: solo finché i giovani indiani continueranno a vedere nel proprio paese un futuro possibile, l’India potrà aspirare a essere una grande potenza.”
Alessia De Luca

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