
Raramente negli ultimi 12 anni la presa del primo ministro Narendra Modi sull’India era apparsa più incerta. Le proteste del movimento degli “scarafaggi” nelle principali città della più grande democrazia al mondo non accennano a placarsi mentre, al contrario, l’ondata di malcontento comincia a configurarsi come la principale sfida al governo centrale. Fonti locali hanno riferito al Washington Post che “non si vedeva un movimento nazionale e una rabbia di questo tipo dal 1975”. A testimonianza della gravità della situazione, migliaia di agenti delle forze di sicurezza hanno isolato il centro di Nuova Delhi mentre internet funziona a singhiozzo. Nonostante ciò, lunedì migliaia di manifestanti e leader dell’opposizione politica hanno sfilato per la capitale per chiedere le dimissioni del presidente della Commissione elettorale Gyanesh Kumar, accusato di aver orchestrato la modifica delle liste elettorali privando del diritto di voto milioni di elettori a vantaggio del governo e del partito di maggioranza, il Bharatiya janata party (Bjp). La risposta delle autorità alle proteste, compresi arresti di massa e di alcuni dei principali animatori delle manifestazioni, ha suscitato critiche da parte dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani e di organizzazioni come Amnesty international. Il governo indiano ha respinto le critiche come “un’ingerenza inaccettabile” negli affari interni del Paese.

Cosa è successo alle liste elettorali
La Special intensive revision, revisione straordinaria delle liste elettorali, è partita nell’estate del 2025 in Bihar – lo stesso Stato in cui, a novembre, il Bjp e i suoi alleati hanno vinto nettamente le elezioni. Poi l’operazione è stata estesa al resto del Paese e il Bjp ha inanellato una serie di successi elettorali. La scintilla che ha innescato le proteste è arrivata il 23 settembre con un’inchiesta dell’Indian Express che stima che circa 130 milioni di nomi, pari a circa il 13% dell’elettorato totale, siano stati rimossi dalle liste. La Commissione elettorale ha difeso l’operazione, affermando che i nomi erano duplicati, appartenenti a persone decedute o immigrate. Ma i critici sostengono che la cancellazione di milioni di elettori, in particolare musulmani, sia ingiusta e che rientri nell’ambito di una campagna di privazione selettiva del diritto di voto volta a favorire il partito al governo. Modi ha respinto le accuse e i funzionari hanno difeso l’iniziativa come necessaria per impedire il voto degli “infiltrati”, un termine dispregiativo usato principalmente per riferirsi agli immigrati musulmani provenienti dal vicino Bangladesh o ai rifugiati Rohingya dal Myanmar. La piazza chiede perciò la rimozione di Kumar e l’annullamento di tutte le modifiche apportate alle liste elettorali. Su uno dei ricorsi l’udienza è fissata per il 28 ottobre davanti al presidente della Corte suprema indiana Surya Kant.
Chi sono gli scarafaggi?
Il nome del movimento nasce da un’offesa pronunciata proprio da Kant, che a maggio scorso aveva paragonato i giovani disoccupati a “scarafaggi” e “parassiti”. La risposta era stata la nascita di un partito-parodia, il Cockroach janta party (Cjp) – “Partito del popolo degli scarafaggi” – il cui nome fa il verso a quello del Bjp, che significa “Partito del popolo indiano”. Nato online, il movimento era sceso in piazza a giugno contro la fuga delle tracce dell’esame nazionale di ammissione a medicina. Già a luglio, a seguito di uno scandalo riguardante gli esami di Stato, il Cjp aveva costretto alle dimissioni il ministro dell’Istruzione. Era stata una sconfitta senza precedenti per il primo ministro e un segnale che il movimento, nato quasi per gioco, era giunto a rappresentare una vera forza politica. Ora il Cjp ha spostato il bersaglio dagli esami al voto, ma dietro la mobilitazione c’è un malessere più ampio: disoccupazione giovanile, mobilità sociale bloccata, sfiducia verso le istituzioni. Lo stesso malessere che negli ultimi anni ha cambiato il volto politico dell’Asia meridionale. Nel 2022 i giovani srilankesi avevano occupato il palazzo presidenziale e costretto la leadership alle dimissioni. Nel 2024 gli studenti del Bangladesh avevano rovesciato il governo di Sheikh Hasina; i manifestanti nepalesi della Generazione Z hanno fatto lo stesso a Kathmandu l’anno successivo. Sebbene sia improbabile che le proteste rovescino il governo indiano, difficilmente resteranno senza conseguenze.
Quanto rischia Modi
Dal 2014 ad oggi, il governo del primo ministro Modi è finito più volte al centro delle critiche, a livello nazionale e internazionale, per la sua politica nazionalista indù, la limitazione delle libertà civili e la repressione di gruppi dissidenti e minoranze religiose. Ma fino alle proteste degli ultimi mesi, il potere politico e il consenso di Modi erano rimasti pressoché incontrastati. Ora però la brutale repressione del dissenso, unita ad un movimento di proteste sempre più massiccio e trasversale, potrebbe aver spinto le cose troppo oltre. Se a luglio Modi aveva placato le piazze sacrificando il ministro dell’Istruzione, stavolta concedere ai manifestanti le dimissioni di Kumar sarebbe una pillola troppo amara da ingoiare poiché alimenterebbe dubbi sulla legittimità di un governo in evidente deficit di fiducia. Nell’ultimo anno il Bjp ha ottenuto una serie di vittorie a livello statale, tra cui nello Stato del Bengala Occidentale, precedentemente controllato dall’opposizione, e il partito e i suoi alleati ora controllano un territorio che copre oltre il 70% della popolazione, un risultato paragonabile al dominio del Congresso nazionale indiano sotto Indira Gandhi negli anni ‘70. Il governo punta inoltre a mantenere il controllo dell’Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso dell’India, che ospita una numerosa minoranza musulmana, in vista delle elezioni di febbraio. Ma le cose potrebbero andare diversamente. “Finalmente la gente ha capito come il Bjp stia rubando le elezioni”, ha affermato il principale oppositore di Modi, Rahul Gandhi del partito del Congresso, aggiungendo che “non importa quante elezioni dobbiate rubare, ma dovrete affrontare la rabbia che c’è nel popolo”.
Il commento
di Nicola Missaglia, Head of Communications and Publishing, ISPI
“Il Cjp ha trasformato una crisi nata nelle scuole in una più ampia questione di fiducia tra lo Stato e la generazione su cui Modi ha costruito la promessa dell’India emergente. Il passaggio dagli esami all’integrità del voto mostra quanto rapidamente la frustrazione per lavoro e mobilità sociale possa diventare domanda di qualità democratica. È un malessere generazionale che, con tutte le differenze del caso, riecheggia anche nelle piazze europee. Per l’India, però, la posta è particolarmente alta: l’ambizione di essere una grande potenza dipende anche dalla capacità di offrire ai propri giovani un futuro credibile e istituzioni di cui fidarsi.”
Alessia De Luca

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