Luciano Pellicani è stato all’attenzione pubblica per la sua non comune statura accademica e per la direzione brillante della rivista socialista Mondoperaio durante anni cruciali per le sorti di un nuovo socialismo, che egli sperava aperto e liberale in Italia, ma che vedeva pesantemente ricoperto dalla pietra tombale del partito comunista. Come Eric Voegelin, Alain Besançon e pochi altri, vedeva il comunismo come una teologia truccata e, come aveva scritto lo stesso Marx, pensando alla Russia, la “restaurazione del dispotismo orientale”.
Non era certo il solo ad attaccare il marxismo comunista teorico e storico, ma fu il solo ad attaccare i comunisti, non tanto per le ragioni ideologiche, ma per il loro istinto demagogico, l’intemerata arte nel falsificare i fatti, manipolare la storia e trafficare con le parole. E’ precisamente l’efficacia schiacciante di questa sua instancabile e certificata critica che il mondo comunista, e un certo conformismo quietista di sinistra, hanno ritenuto insopportabile Pellicani.
Se l’Italia non fosse stata un paese libero il PCI avrebbe fatto a Pellicani ciò che Lenin fece al social-democratico Kautsky e ai suoi amici e, non potendo scendere in campo con lui lealmente sul piano intellettuale, e naturalmente su quello della politica italiana, scelse di isolarlo. Ci è riuscito. Come spesso succede, bisogna morire per ottenere giustizia. E’ bello constatare che, forse è solo a causa del periodo “riflessivo” dovuto alla pandemia, Luciano Pellicani, oltre al valore intellettuale, che da tutti gli è stato riconosciuto, grazie alle molte testimonianze diffuse anche da centinaia dei suoi studenti, sta ottenendo giustizia e il riconoscimento di una vittoria umana e persino politica.
Marco Patriarca

Ho visitato la Polonia come turista nel marzo del 1991. Ricordo ancora che durante la visita alla cattedrale di Cracovia la guida polacca disse in perfetto italiano, fra le altre cose, venendo a parlare del comunismo “……….questa ideologia contro natura venuta dal’est…..”. Non ho più dimenticato questa definizione del comunismo. Credo di essere un autentico socialdemocratici che ha 17 anni si iscrisse a un vero partito socialista, il Partito Socialista dei Lavoratori, ed aveva come simbolo il sole nascente. Partito fondato da Giuseppe Saragat, nato nel gennaio del 1947 dalla scissione del PSIUP. I comunisti di allora dicevano “di essere progressisti perchè nel ’21 erano socialisti mentre nel ’46 erano comunisti” . Chiamavano i socialdemocrati del PSLI : socialtraditori, perchè accettarono il Piano Marschal ed il patto atlantico. Non conoscevo Luciano Pellicani prima di leggere quest’articolo. Penso, da quello che ho letto, che vivendo in Italia, sia morto nel suo letto. La stessa cosa, probabilmente, non sarebbe accaduta se fosse vissuto in opposizione alla ideologia dominante, in un paese dell’est europa.
Pellicani è sicuramente uno storico a cui si deve rispetto, per questo credo che non avrebbe digerito questo commento poco storico e molto ideologico. Mi hanno sempre insegnato che la storia si fa con i fatti, senza se e senza ma. Non vedo francamente l’accostamento Lenin – Kautsky che fanno parte di una fase storica politica di altri tempi legati alla rivoluzione russa e lontano mille miglia dalla svolta di Togliatti di Salerno che rilanciava un CNL fatto da tutti in partiti antifascisti compreso i monarchici e “i fascisti ” onesti, come diceva il leader del PCI. Tra l’altro i socialisti fino al ’56 e ai fatti dell’Ungheria erano uniti da un patto indissolubile ì, rotto solo precedentemente dalla scissione di Palazzo Barberini che decretava la rottura dei socialisti. Insomma se vogliamo discutere di storia, alla luce del crollo dei Paesi del socialismo reale, con coscienza e scienza bisogna riconoscere che le intuizioni di Giuseppe Saragat ebbero la meglio sul comunismo in tutti i Paesi del blocco di Varsavia. Saragat ì, sia pure con un piccolo gruppo parlamentare fu la diga al comunismo, schierandosi sin dall’inizio con gli Stati Uniti e con la NATO, sotto il cui ombrello si pose il comunista Berlinguer. E poi con lungimiranza lo statista piemontese guardò ai paesi del nord Europa dove il socialismo democratico si affermò con l’appoggio delle masse popolari e attraverso politiche riformiste. Riforme vere, non progetti che si perdono con il tempo. Credo che l’onestà politica ed intellettuale di Pellicani , non dissimile da altri storici di valore e ne cito uno solo per tutti, Gaetano Arfè, avrebbe meritato da parte del signor Patriarca un giudizio più ponderato.
(Salvatore Lagaccia)
Cari amici, ho sentito il bisogno di ritornare sull’argomento, non del tutto soddisfatto dal primo intervento . Molti temi erano sfuggiti, e per questo ho sentito il bisogno di ritornarci. Ho sentito poi il bisogno di replicare a Marco Patriarca, di cui ignoravo fino ad oggi la sua attività di “storico”, non per spirito di contrapposizione ma solo per difendere dei valori, la verità storica, di cui il professor Pellicani era attento fautore. Voglio ribadire meglio il mio concetto per sottolineare che lo storico socialista non avrebbe gradito un giudizio o forse meglio un pregiudizio ideologico, a cui poteva arrivare alla fine di una lunga ed attenta analisi sull’imbarbarimento della politica nell’Unione Sovietica, sull’immobilismo Krusciovisno, sul lungo periodo di governo e di lotte interne al PCUS che governò dal 1917, ammainando la bandiera rossa del Cremlino solo nel 1991. Il professor Pellicani avrebbe parlato di verità storica, di obiettività storica, non avrebbe offerto il fianco a chi si occupa solamente di frivolezze che pure fanno parte di un contenitore nel quale si ritrovano i fatti, le testimonianze, le verità. Insomma lo storico Pallicani ci ha lasciato una grande eredità: la storia è laica e non puo’ essere tirata per la giacca come spesso fanno i politici.