Mi sono chiesto infinite volte come è possibile che una Giustizia che si dice ingolfata, sottodimensionata negli organici e perennemente impegnata a combattere seri fenomeni di delinquenza di tutti i tipi, abbia potuto, nel mio irrilevante caso, correre come una lepre.
Ho vissuto da imputato per quattro anni. Ancora non ho capito perché e di cosa. Ma ho potuto verificare che le mostruosità vere della nostra Giustizia penale non sono quelle che caratterizzano i grandi processi e gli imputati famosi. Al contrario: stanno nelle pieghe dei processi piccoli, che passano al setaccio scene di vita quotidiana e che, dunque, possono capitare a tutti. Ed è per questo che racconto la mia storia, una delle infinitamente tante che potrebbero assurgere ad emblema di una situazione non più tollerabile.
Sono da diversi anni presidente della Fondazione Turati: una Onlus che opera nel campo della riabilitazione e della assistenza ad anziani e disabili. Posso dirmene fiero, perchè tutto quello che la Turati ha creato nel corso di cinquanta anni (proprio l’anno prossimo cade il cinquantenario) non è merito mio bensì di mio fratello Antonio e di un gruppo di persone generose e capaci che lo anno affiancato. Loro, animati da sentimenti di grande solidarietà sociale, sono riusciti a creare un patrimonio immobiliare e di attività che consta attualmente di quattro Centri sociosanitari: Pistoia, Gavinana, Zagarolo e Vieste. In quest’ultima località il complesso, oltre alla riabilitazione e alle residenze per anziani e disabili, comprende una bellissima e ampia Casa per ferie (140 posti) ed una concessione demaniale per spiaggia attrezzata. Ed eccoci al punto.
Correva l’estate del 2011. Per gestire il bar della spiaggia la Fondazione aveva scelto la via dell’affidamento ad un terzo. Il quale pose come condizione di poter dislocare sull’arenile un bugigattolo in legno. Presentammo il progetto al Comune di Vieste (che lo approvò) per una struttura precaria, da rimuovere non appena finita la stagione. La dimensione? Circa due metri per uno e mezzo. Insomma, meno di quattro metri quadri, dicasi quattro: ripeto, precari ed amovibili. Ma senza tamponature laterali, ovvero senza possibilità di finestre chiuse. Nell’imminenza di Ferragosto, succede che agenti della Guardia di Finanza, Capitaneria e Dogana, uniti per compiere una delle pubblicizzate azioni antiabusivismo sui litorali della Puglia ritengono di individuare nel nostro povero stabilimento, certo di gran lunga il più spartano di tutti, un possibile luogo di magagne occulte. E, purtroppo, fanno centro. Colui al quale avevamo affidato la gestione del misero chiosco di quattro metri quadri, a nostra insaputa, lo aveva munito di due finestrelle anch’esse amovibili. Le forze dell’ordine passarono più che un’intera giornata a scovare l’inghippo, a interrogare, verbalizzare, rovistare in ogni genere di incartamenti antichi e recenti. Conclusione? Molto semplice: verbale al PM (che verosimilmente nemmeno legge le carte, certamente non le più importanti fra quelle da scartabellare quotidianamente), e tre rinvii a giudizio: il sottoscritto, in quanto legale rappresentante della Fondazione, il direttore del centro di Vieste, e il legale rappresentante della ditta incaricata di gestire i 4 metri quadri del chiosco.
Da allora, fino alla sentenza di primo grado, qualche giorno fa, ho fatto Firenze-Foggia e ritorno almeno una dozzina di volte: le udienze effettive e brevissime saranno state quattro o cinque. Ma io, rispettoso oltre ogni limite, ho risposto a tutte le chiamate: anche per sentire solo dire che “causa il carico di lavoro, l’udienza veniva rinviata al….”. Mi sono chiesto infinite volte come è possibile che una Giustizia che si dice ingolfata, sottodimensionata negli organici e perennemente impegnata a combattere seri fenomeni di delinquenza di tutti i tipi, abbia potuto, nel mio irrilevante caso, correre come una lepre. Dal momento in cui l’operazione combinata di varie forze dell’ordine portò all’accerchiamento del chiosco, precario, di quattro metri quattro, in meno di un anno non solo ero stato rinviato a giudizio, ma partecipavo alla prima udienza del processo. E mi sono chiesto cosa si pretendeva da me: che stessi ventiquattro ore al giorno, in quella dannata estate, a vigilare sul gestore perché non aggiungesse quelle finestrelle (peraltro amovibili)? Del fatturato complessivo della Fondazione, la Casa per Ferie, cioè gli ospiti che affittano le Camere, al servizio dei quali è lo stabilimento balneare con il suo bar, rappresenta nemmeno l’1,5%; il contratto non era a percentuale, era previsto solo il rimborso delle spese della concessione: dunque, non c’era da parte nostra nessun bisogno di “giocare sporco”. Inoltre, l’incarico che svolgo di Presidente della Fondazione, una realtà con oltre duecento dipendenti e circa 500 posti letto nel settore socio-sanitario, è a titolo assolutamente gratuito. Figurarsi se, in aggiunta, intendo correre rischi con la giustizia.
Vi risparmio le mille altre considerazioni, le rabbie e le paure tipiche di queste situazioni. Del tipo: se succede tutto questo casino per una bischerata c’è da temere che qualcuno ce l’abbia con me. E arrivo alla conclusione. Dopo quattro anni, vicino alla prescrizione, il giudice ha emesso la sentenza con tre assoluzioni. Perché il fatto non costituisce reato per chi lo aveva commesso; e per non avere commesso il fatto per me e per il direttore del Centro di Vieste. Sembra ovvio pensare che tutto abbia preso avvio da una grossolana interpretazione della legge da parte di chi aveva inoltrato il verbale al PM. E che la faccenda sia andata avanti in automatico, senza alcun vaglio. Non oso paragonare la mia situazione a quelle che si ritrovano in romanzi e racconti di celebri scrittori, a cominciare da Kafka: non sapevo sinceramente di cosa fossi accusato perché la sostanza del reato contestatomi consiste in una irrimediabile alterazione urbanistica. Invece il bugigattolo era destinato a durare solo un paio di mesi, era stato autorizzato dal Comune, e, comunque, nessuno ne aveva ampliato la piccolissima cubatura. E, in ogni caso, se reato c’era, non lo avevo commesso io. Posso e devo, invece, rivolgere il mio pensiero alle decine di casi analoghi nei quali mi sono imbattuto nelle mie frequentazioni del tribunale di Foggia: persone semplici, smarrite e impaurite che ingolfavano il corso della giustizia con le loro misere storie. Ricordo l’ultima alla quale ho assistito, prima dell’udienza conclusiva del mio processo. Un uomo accusato di avere ostacolato il corso della legge, reato non proprio leggerissimo. Era stato fermato e multato perché sprovvisto di assicurazione. Quando gli avevano comunicato anche il sequestro della vettura, si era rivolto in maniera inurbana contro gli agenti. Il suo avvocato ha chiesto e ottenuto di acquisire il verbale delle forze dell’ordine, rinunciando ai testimoni. Nel verbale c’era scritto che in quattro minuti, dalle 12 e un minuto alle 12 e cinque, tutto si era risolto, compreso il pagamento della multa. Difficile sostenere che la legge fosse stata intralciata, se quattro minuti erano stati sufficienti. Non so quale sia stata la sentenza. So che i fatti erano del 2010, che cinque anni per arrivare a conclusione (del primo grado di giudizio) sono una enormità, e che fattispecie come queste dovrebbero risolversi diversamente dal tenere occupato il mastodontico apparato della Giustizia in toga.

Questo apparato si nutre di lui stesso medesimo, sto avendolo stesso problema qui in Francia, ma devono “viverci” avvocati, huissier di giustizia, e tutta la macchina infernale. Io sono nel caso opposto, visto che attacco, ma anche in questo caso la “giustizia” tende a dirti, tra virgolette, avrai anche ragione, ma la devi scontare con la lungagnata, infatti pur avendo già vinto in Cassazione, non ne sono ancora fuori, appunto dopo 4 anni e mezzo. Sono i tempi allucinanti, per dire “A” ci mettono 6 mesi, che diventano un anno per arrivare a “B”, tutte tutele eccessive quando le cose sono scritte nero su bianco e in una settimana si dovrebbero verificare e discutere, ma appunto ci guadagnerebbero meno in tutti gli ingranaggi infernali.
Ci vuole pazienza e speranza di vita lunga. E un buon avvocato, senza il quale è tempo perso.