Il confine tra la spesa facile, lo spreco e l’appropriazione indebita, quando non si hanno responsabilità di carattere finanziario diretto, si affievolisce.

A ben vedere vi sono analogie che travalicano la cronaca. In tutte le regioni italiane dopo un accentuato tasso di ricambio degli eletti avvenuto con le elezioni del 1995 è prevalsa, a partire dalle elezioni del 2000, nuovamente la stabilizzazione del ceto politico regionale e una sua scarsa circolazione nel circuito politico nazionale. La carriera politica di Roberto Formigoni, sotto questo profilo è paradigmatica. Una permanenza ai vertici della giunta regionale per 17 anni rappresenta un motivo evidente della deriva politica della realtà lombarda. Eppure la persistenza nella carica non spiega del tutto il degrado etico morale cui assistiamo.
Il regionalismo italiano sembrò subire una accelerazione importante quando con la riforma del Titolo V, nel 2001, si ampliarono le competenze regionali, senza però attribuire le necessarie responsabilità alla classe politica regionale in campo finanziario. La finanza locale e regionale conserva il carattere prevalente di “finanza di trasferimento”, cosicché la questione prevalente del rapporto stato-regioni è diventata quella dell’allocazione delle risorse. Terreno su cui il conflitto è sempre latente.
È in questa deresponsabilizzazione della classe dirigente regionale sul versante del reperimento delle risorse che si annida uno dei fattori della sua deriva etica. Il confine tra la spesa facile, lo spreco e l’appropriazione indebita, quando non si hanno responsabilità di carattere finanziario diretto, si affievolisce.
Siamo pertanto ad un bivio della storia del regionalismo italiano. Il disegno di legge costituzionale del Governo Monti, d’inizio ottobre, mira a ridisegnare i rapporti fra autorità centrali e amministrazioni locali definendo più stringenti controlli da parte della Corte dei Conti sulle Regioni.
Nella vicenda di Regione Lazio, in un contesto di grave crisi della finanza regionale, prevale l’uso indebito del denaro pubblico da parte dei gruppi politici. Siamo in presenza di partiti che appropriandosi di consistenti poste di denaro pubblico, lo utilizzano per la loro perpetuazione. La questione, in questo caso, rimanda alle condizioni della gara democratica per l’ascesa al governo della cosa pubblica. È evidente che la competizione elettorale non avverrà mai ad armi pari fra chi si trova nelle istituzioni e chi ne è escluso dal momento che i primi possiedono ingenti risorse.
In Lombardia, la costruzione del consenso si manifesta attraverso una ramificata rete di potere che trova nell’affiliazione a Comunione e Liberazione, un’associazione ecclesiale, con una forte vocazione all’affarismo, la sua premessa. Anche in questa circostanza, si tratta di un uso delle risorse pubbliche fortemente orientato. Canalizzare le risorse pubbliche verso circuiti amici è la specialità del sistema di potere di Roberto Formigoni. In entrambi i casi vi è forte identificazione fra ruoli personali e pubblici.
C’è, infine, una differenza che turba ancora di più. Riguarda la valutazione che i commentatori esprimono verso il governo della Lombardia. Può esserci una gestione eccellente del servizio pubblico della sanità e in genere della cosa pubblica e contemporaneamente una corruzione diffusa? Giuliano Amato, in un recente articolo (Senza virtù regionalismo vano, “il Sole 24 Ore”, 14 ottobre 2012), parafrasando Romano Prodi, (“il Messaggero”, 7 ottobre 2012) individua nel ritorno all’etica, nella virtù, la condizioni di fondo per un sano governo democratico.
A questo punto bisogna interrogarsi sul perché le “virtù dei migliori” siano così modeste nello scenario pubblico italiano. Da Leopardi in poi sappiamo che le virtù pubbliche degli italiani sono piuttosto fievoli, per questo forse bisognerebbe far funzionare una regola soprattutto e cioè quella del ricambio. Porre limiti ai mandati, controllare la ricchezza in ingresso e poi in uscita egli esponenti del ceto politico, deprofessionalizzare la politica per ostacolare l’ingresso nelle élite dirigenti di personale politico poco affidabile e facilmente corruttibile.
Possono quindi coesistere eccellenza e corruzione? La risposta è, no! In Lombardia bisognerà parlarne, per evitare di santificare il governo del ‘Celeste’ e derubricare il malaffare malavitoso (dalla ‘ndrangheta a quello meno visibile dei palazzi dei poteri forti) ad un accidente di un povero assessore “incontinente”.

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