
A Genova venticinque anni fa io c’ero, giovane assessore alla salute della Toscana, insieme al mio presidente Claudio Martini.
In piazza vidi persone molto diverse per storia, cultura e appartenenza: la sinistra radicale, il mondo cattolico, l’associazionismo, il sindacato, tanti giovani alla loro prima grande esperienza politica.
Non erano uniti da un’ideologia comune, ma da alcune domande semplici e profonde. Contestavano una globalizzazione presentata come progresso inevitabile, ma fondata in realtà sul dominio del capitale, sullo sfruttamento del lavoro e delle risorse naturali, sull’aumento delle disuguaglianze. E contestavano la guerra, che proprio in quegli anni tornava a essere considerata uno strumento ordinario della politica internazionale.
Quella piazza sosteneva che un altro mondo fosse possibile. Era uno slogan, certo, ma esprimeva una critica che il tempo ha dimostrato tutt’altro che infondata. La finanziarizzazione dell’economia, la precarizzazione del lavoro, la crisi ambientale e la crescente concentrazione della ricchezza hanno confermato molte delle preoccupazioni sollevate allora.
L’anno dopo ci fu anche la grande manifestazione di Firenze, durante il Forum sociale europeo. Fu un’altra prova della forza e dell’ampiezza di quel movimento. Non è vero, quindi, che tutto sia svanito in quarantotto ore, come sostiene Marco Damilano con una formula efficace, ma eccessiva. Genova lasciò una ferita profonda, soprattutto per la violenza e per le menzogne che seguirono, ma non cancellò le idee, le relazioni e le esperienze nate in quella stagione.
Il problema fu un altro. I movimenti possono aprire conflitti, imporre temi, modificare il linguaggio pubblico e scuotere le coscienze, ma da soli non riescono a trasformare le loro richieste in scelte durature. Serve la politica e servono i partiti capaci di raccogliere quelle domande e tradurle in leggi, diritti, servizi pubblici, lavoro dignitoso e tutela dell’ambiente, politiche internazionali di pace.
È qui che si consumò il fallimento più grave. Il Partito Democratico, invece di raccogliere la critica al liberismo, finì in larga parte per assumerne il linguaggio e i principi. Accettò l’idea che il mercato dovesse prevalere sulla politica, che la competitività venisse prima della giustizia sociale e che la modernizzazione coincidesse con privatizzazioni, flessibilità e riduzione della presenza pubblica.
Il tentativo di Bersani di correggere quella rotta fu importante, ma insufficiente e tardivo. Non riuscì a ricostruire un legame stabile con il lavoro, con i movimenti e con i settori sociali colpiti dalla crisi.
L’esperienza del governo Monti, durata troppo a lungo, fu in questo senso esiziale.
Oggi Elly Schlein riapre quella discussione. Rimette al centro le disuguaglianze, il lavoro, la sanità pubblica, l’ambiente e la pace. Il percorso è ancora incerto e le resistenze dentro il Pd sono forti.
Rimane il fatto che tornare a mettere in discussione il liberismo significa recuperare la lezione fondamentale di Genova: la politica non deve limitarsi ad amministrare il mondo così com’è. Deve provare a cambiarlo.
Enrico Rossi

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