Il governo Renzi all’attacco di contrattazione nazionale e concertazione. Anche Confindustria si schiera. La maggiore flessibilità indispensabile a far ripartire il Paese.
La lezione tedesca non era bastata. Ad inizio degli anni 2000, a fronte di una crisi economica gravissima, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroder lanciò un programma di riforme, denominato Agenda 2010, i cui pilastri erano due: la modifica del welfare, con un deciso intervento nel settore pensionistico, e la trasformazione del mercato del lavoro, con un forte ridimensionamento della contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. I due provvedimenti, accettati dai sindacati sia pure dopo lunghi contrasti, restituirono al sistema economico tedesco quella flessibilità che era indispensabile per competere efficacemente sul mercato globale. In pochi anni la Germania da malato d’Europa si trasformò nel Paese leader del Vecchio Continente.
Qualche anno dopo, quella ricetta, limitatamente ai contratti di lavoro, fu ripresa in Italia da Sergio Marchionne. Era il 2010 e la Fiat pose sul piatto della bilancia il rilancio dello stabilimento di Pomigliano d’Arco, in forte crisi come del resto tutta l’azienda, a fronte della possibilità di applicare un contratto che derogava dal contratto nazionale di categoria. Fu una battaglia epocale. I sindacati scesero sul piede di guerra ma Fiat vinse con il voto positivo, determinante, dei lavoratori interessati. Il contraccolpo fu forte. Anche Confindustria stette alla finestra tanto che Marchionne, nel 2012, portò fuori dall’Associazione degli Industriali la più grande e famosa azienda italiana. E’ storia recente e i fatti sono sotto gli occhi di tutti. Anche grazie a quelle misure la Fiat è uscita dalla crisi diventando un’industria leader a livello mondiale e i posti di lavoro sono aumentati. Ancora una volta la possibilità data ad un azienda di essere più flessibile e di seguire le esigenze del mercato globale aveva dato i suoi frutti. Eppure anche quella lezione non è servita. Il principale protagonista sindacale della vicenda, Maurizio Landini, è ancora sulla cresta dell’onda e parla, rilascia interviste, minaccia l’occupazione delle fabbriche e chi più ne ha più ne metta. Chi invece sembra aver capito la musica è il Governo Renzi che dopo aver fatto la riforma dell’art. 18 ha manifestato l’intenzione, per rilanciare l’economia, di andare all’attacco di un tabù altrettanto ingombrante, quello della contrattazione nazionale. I sindacati però non vogliono rinunciarvi perché è da qui che è nata la pratica della concertazione su tutto e per tutto ed è da qui che è derivato a cascata il grande potere della triplice. Quando nacque, nell’estate del ’93, la concertazione aiutò l’economia italiana a risollevarsi ma poi, portata all’esasperazione, si è trasformata in un’ insopportabile camicia di Nesso che impedisce qualsiasi forma di flessibilità, sempre più indispensabile se si vuole competere sul mercato globale. La battaglia ora è appena iniziata. La novità è che questa volta anche Confindustria sembra aver capito l’antifona. Squinzi ha fatto sua la battaglia per la contrattazione aziendale che, per il solo fatto di esistere, toglie forza e valenza a quella nazionale. Meglio tardi che mai. Sono passati 12 anni da quando la Germania ha imboccato questa strada e 5 dai contratti aziendali di Marchionne. Tutto tempo perso. Ora però, anche se con forte ritardo, la concertazione sembra avere i giorni contati. Finalmente.

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