
Negli Stati Uniti la Corte Suprema, seppure a maggioranza conservatrice, ha fermato Trump e ha ribadito la validità costituzionale dello ius soli: chi nasce sul suolo americano è cittadino. Non conta se i genitori siano immigrati regolari, irregolari o presenti solo temporaneamente.
È il cuore del 14° emendamento, approvato nel 1868, nato dopo la guerra civile: nessun bambino deve ereditare l’esclusione.
In Italia siamo ancora fermi allo ius sanguinis. Chi nasce qui da genitori stranieri non diventa italiano alla nascita. Può chiedere la cittadinanza solo a 18 anni, se ha vissuto legalmente e senza interruzioni in Italia, e deve farlo entro i 19, con un percorso burocratico complicato.
Parliamo di circa un milione di minori senza cittadinanza italiana.
L’America, nata come terra di immigrazione, ha usato il 14° emendamento per ricucire le ferite della schiavitù; l’Europa, e l’Italia in particolare, hanno storicamente vissuto dinamiche diverse, passando solo di recente dall’essere terre di emigrazione a paesi di immigrazione.
Il paradosso oggi è che in America Trump viene fermato proprio sullo ius soli, mentre l’Italia democratica continua a negarlo.
Siamo in presenza di una questione morale e politica enorme. Stiamo crescendo centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi insieme ai nostri figli e ai nostri nipoti. Frequentano le stesse scuole, parlano la stessa lingua, giocano nelle stesse piazze, tifano le stesse squadre, condividono le stesse paure e gli stessi sogni. Sono italiani nella vita quotidiana, ma stranieri per lo Stato italiano.
Dovrebbero essere fratelli d’Italia. Invece li trattiamo come diversi. Li teniamo sulla soglia e diciamo loro che non sono uguali a noi.
È un messaggio devastante che produce distanza e risentimento.
Spezza il legame democratico prima ancora che possa formarsi.
La verità è che una comunità nazionale intelligente non deve escludere i giovani che ha già formato ma deve riconoscerli e coinvolgerli, chiedendo loro responsabilità perché concede diritti, costruendo in questo modo il patto che tiene insieme la società.
Negare la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia vuol dire restare fermi ad una idea della comunità nazionale basata sulla discendenza e sul sangue. Questa idea oggi mostra tutto il suo limite storico e politico. È una discriminazione che indebolisce tutti: chi viene escluso e chi esclude.
L’Italia ha bisogno di più cittadinanza, non di meno. Ha bisogno di un popolo più largo, più consapevole, più unito. Chi nasce e cresce in Italia deve essere italiano.
La sfida che l’Italia ha davanti è decidere se il patto di cittadinanza debba fondarsi sul passato, la discendenza e l’appartenenza etnica o sulla condivisione del presente e del futuro promuovendo la convivenza.
Enrico Rossi

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