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In Francia c’è aria di crisi

La Francia sembra trovarsi all’inizio di una tempesta perfetta dopo che lo spread tra i propri titoli di Stato, gli Oat, con quelli tedeschi, i Bund, si è posizionato a 131 punti base, il massimo dal 2012, provocando un aumento dei costi di finanziamento a lungo termine a livelli che non si vedevano da quasi 25 anni. Un chiaro campanello d’allarme per i mercati obbligazionari, colpiti da una combinazione micidiale di deterioramento delle finanze pubbliche, aumento dell’inflazione e crescita dei costi energetici.

di Istituto Ispi | 2 Ottobre 2026

La Francia sembra trovarsi all’inizio di una tempesta perfetta dopo che lo spread tra i propri titoli di Stato, gli Oat, con quelli tedeschi, i Bund, si è posizionato a 131 punti base, il massimo dal 2012, provocando un aumento dei costi di finanziamento a lungo termine a livelli che non si vedevano da quasi 25 anni. Un chiaro campanello d’allarme per i mercati obbligazionari, colpiti da una combinazione micidiale di deterioramento delle finanze pubbliche, aumento dell’inflazione e crescita dei costi energetici. Mentre la crescita economica ha subìto un netto rallentamento, Parigi si trova in difficoltà nel mantenere sotto controllo i propri conti pubblici. Nel corso della presidenza di Emmanuel Macron, il debito pubblico francese ha raggiunto i livelli più alti dal dopoguerra, e gli economisti non prevedono che diminuirà nel 2027. A differenza di prima, infatti, il debito diventa particolarmente insostenibile per colpa di una lenta crescita economica e i tassi d’interesse elevati. Oggi il primo ministro Sébastien Lecornu ha presentato all’Assemblea nazionale un piano di contenimento della spesa e di riduzione del deficit. Il tutto mentre il Paese è attraversato da proteste di piazza contro l’aumento del costo della vita e a pochi mesi da un’elezione che potrebbe portare l’estremista di destra Marine Le Pen alla presidenza.

Finanze pubbliche alle strette

Davanti ai deputati francesi e senza una maggioranza favorevole, Lecornu si è trovato in una situazione paradossale e contraddittoria: drammatizzare la posta in gioco, al fine di responsabilizzare le forze politiche; e al contempo rassicurare i mercati, per allontanare lo spettro della crisi finanziaria. Come precedentemente dichiarato a Le Figaro, la manovra del suo governo prevede tagli alla spesa per 54 miliardi di euro, il blocco delle uscite per la sanità e la proroga parziale della tassa sulle grandi imprese (per un gettito di 5 miliardi di euro). Senza interventi, il disavanzo rischia di toccare il 6,5%. In questo contesto, l’agenzia francese per la gestione del debito ha annunciato l’emissione record di 340 miliardi di euro in titoli a medio-lungo termine per il 2027 (più 10% rispetto all’anno precedente). La tensione sui conti di Parigi si inserisce in un rialzo globale dei rendimenti dei titoli di Stato, che fa salire i costi di mutui e prestiti: i Treasury Usa a dieci anni sfiorano i massimi dal 2007, al 5,23%, i titoli giapponesi crescono di 42 punti base nel trimestre e il Bund tedesco ha superato il 3,65%. In Italia, il Btp a 10 anni è salito al 4,65%, portando lo spread Btp-Bund fino a toccare quota 100 punti base. I mercati restano in ansia soprattutto per la frammentazione politica in vista delle presidenziali francesi del prossimo aprile, quando secondo recenti sondaggi elettorali potrebbero andare al ballottaggio Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, a capo del partito di sinistra La France insoumise.

Verso le elezioni

La Francia è già entrata in clima preelettorale e il recente risultato al Senato ha messo le ali a Le Pen: grazie ai 14 seggi ottenuti tramite scrutinio indiretto, per la prima volta il suo Rassemblement national potrà costituire un gruppo parlamentare insieme ai propri alleati, assumendo così maggior influenza politica attraverso un tempo di parola più lungo, la facoltà di porre questioni dirette al governo e la possibilità di definire l’agenda dei lavori parlamentari. La popolarità della destra radicale non sembra essere scalfita dalle recenti accuse di antisemitismo per fatti risalenti a più di dieci anni fa rivolte dal presidente Macron a Jordan Bardella, leader di Rassemblement national insieme a Le Pen. Secondo le proiezioni, al voto di aprile Le Pen dovrebbe capitalizzare tra il 32% e il 34% delle preferenze. Molto dipenderà dalla presenza dei candidati delle forze centriste, gli ex premier Edouard Philippe (dato al 16%) e Gabriel Attal (8%). Dall’altra parte, Mélenchon si attesta intorno al 15%. In queste settimane, la critica da parte di sigle della sinistra e sindacati si concentra sull’austerità sgradita ai lavoratori ed è proprio per la presentazione del bilancio di oggi che martedì era stata indetta una giornata di scioperi per protestare in particolare contro il blocco delle retribuzioni dei dipendenti pubblici.

La protesta cresce

E mentre Lecornu presentava il taglio da 54 miliardi di euro, gli studenti liceali hanno dato vita all’ennesima protesta, con episodi violenti soprattutto a Marsiglia, dove un preside sarebbe stato cosparso di benzina: secondo media locali, sarebbero stati emessi oltre 600 fermi di polizia in tutta la Francia. Quella studentesca è una protesta che va avanti da settimane e che rientra nella cornice delle insoddisfazioni sociali contro il governo. Gli studenti, cui si sono aggiunti gli insegnanti, oltre a denunciare i tagli all’istruzione, lamentano le condizioni delle scuole francesi, con classi sovraffollate e orari scolastici eccessivamente lunghi. Una protesta che fa eco a quella sul carovita, scoppiata per gli aumenti dei costi di energia e carburanti, e che le misure di austerità appena presentate non potranno che esacerbare. “Même combat, même colère, plus forts qu’avant!”, cioè “stessa lotta, stessa rabbia, più forti di prima”, è lo slogan con cui lavoratori, studenti e cittadini insoddisfatti chiamano i francesi a raggiungerli in piazza per la grande mobilitazione del prossimo 17 ottobre – data legata alla memoria di un’altra grande sollevazione sociale non tanto distante, quella del 2018 dei gilet gialli.

Il commento

di Franco Bruni, Co-Head, Europa e Governance Globale, e Presidente del Comitato di supervisione ISPI

“Negli ultimi mesi i tassi di interesse a medio lungo termine sono cresciuti dappertutto, ma è stato particolarmente accentuato il rialzo dei rendimenti sui titoli di Stato italiani e francesi. La ragione è il minor gradimento che, a parità di rendimento, essi hanno per i gestori di portafogli internazionali. Ciò è dovuto ad almeno tre fattori: l’elevatezza del debito pubblico dei due Paesi, l’assenza di piani credibili per un suo ridimensionamento, la natura segmentata e ristretta del mercato dove vengono trattati. Infatti, senza l’unione bancaria e finanziaria europea, i titoli in euro hanno scarsa fungibilità e liquidità, che ne deprime la domanda. Per contro, gli Usa vivono un periodo di scarsa credibilità politica, hanno un debito pubblico enorme e crescente, e attese di nuovi e grandi deficit. Eppure, i rendimenti dei titoli Usa crescono quasi solo come le aspettative di rialzo dei tassi: il premio per il cosiddetto ‘rischio paese’ non cresce e continuano a trovare il loro posto nei portafogli di tutto il mondo. Questo perché il mercato è ampio, liquido, efficiente e indispensabile per qualunque tesoreria. Certo non è un concorrente un’Europa anche finanziariamente disunita.”

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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