
Giovedì 16 marzo alle ore 21.15 presso i locali de Il Pinturicchio a Lucca, Emiliano Sarti presenterà i suoi saggi IL MIO MISTERO E’ CHIUSO IN ME -Vita e opere di Giacomo Puccini e PUCCINI AL GIGLIO – Le opere di Puccini al teatro di Lucca (dreamBOOK edizioni).
Ad accompagnare le sue parole, un concerto di pagine pucciniane con le voci di Adriana Crispo, soprano, e Alessandro Ceccarini, basso. Al pianoforte il M° Francesco Saviozzi.
Emiliano Sarti è lucchese e chi meglio di lui può raccontarci i rapporti del Maestro Puccini con la sua città? Lo abbiamo intervistato per conoscere in anteprima alcune sue considerazioni che saranno sviluppate nel corso dell’incontro.
Lucca ai tempi del primo Puccini com’era?
Puccini è nato a Lucca nel 1858 in una casa di corte San Lorenzo, in pieno centro storico. Lì ha abitato fino al suo trasferimento a Milano. Era una dimora assai grande, dove viveva una famiglia numerosa, discendente da una dinastia di musicisti originaria del paese di Celle nel comune di Pescaglia. In questo ambiente il giovane Puccini ebbe senz’altro i primi contatti con le musica: molto probabilmente fu il padre a trasmettergli i rudimenti dell’arte musicale, come lo stesso musicista ricorderà più avanti.

Lucca era lontana dai principali centri della musica italiana, ma nel corso dell’Ottocento la città conobbe momenti di fioritura nell’arte musicale, grazie a Elisa Baciocchi e Maria Luisa di Borbone. La musica vi era sempre stata coltivata a fondo e aveva raggiunto buoni livelli, con importanti scuole come quella del Seminario e l’Istituto Musicale “Pacini”, oggi intitolato a Boccherini.
In occasione delle solennità religiose i compositori mettevano in luce le proprie capacità ed eseguivano i loro lavori. Anche Puccini si impegnò in queste feste, tanto che nella Basilica di S. Paolino riscosse il primo successo nel 1878 con il Mottetto per San Paolino e dove, un paio di anni dopo, presentò la Messa a 4 voci. Inoltre il Teatro del Giglio ogni anno metteva in scena opere dei grandi musicisti da Rossini a Verdi a Donizetti. Puccini ebbe senz’altro la possibilità di assistere a vari spettacoli in teatro. Nel decennio 1870/1880 furono eseguite al Giglio, tra le altre, La forza del destino, Norma, Guglielmo Tell, Lucia di Lammermoor. All’ambiente musicale lucchese Puccini deve la sua prima formazione, sotto la guida di vari maestri come Fortunato Magi e Carlo Angeloni; naturalmente studiò all’Istituto “Pacini”, dove conseguì il diploma.
La vita culturale della città durante la giovinezza di Puccini era piuttosto vivace ed egli vi coltivò amicizie che sarebbero durate tutta la vita. A Lucca in quegli anni venivano stampati vari giornali (tra gli altri L’Esare, Il Fulmine Secondo, La Gazzetta di Lucca), che hanno continuato ad esistere ancora nei primi decenni del Novecento. Nella via principale, il Fillungo, si apriva il celebre Caffè Caselli, luogo di ritrovo di artisti e intellettuali. Il proprietario, Alfredo Caselli, interessante figura di mecenate, era un intimo amico del musicista e lo rimase fino alla morte avvenuta pochi anni prima di quella di Puccini.
E il giovane Puccini come vedeva la sua Lucca?

L’amore di Puccini per la sua città natale è sintetizzato in queste celebri parole: “Quando sentirò la dolce nostalgia della mia terra nativa”. E’ una frase tratta da una lettera che il musicista inviò al Sindaco di Lucca il 9 gennaio 1911, dopo essere ritornato da New York, dove aveva assistito alla prima della Fanciulla del West. E’ un’espressione che dimostra quanto Puccini fosse legato alla sua terra d’origine. Qui egli aveva amici con cui rimase in contatto per tutta la vita e le sorelle alle quali sarà sempre molto legato. Il legame stretto di Puccini la sua famiglia e con Lucca è testimoniato anche dal fatto che nel 1894, ormai divenuto celebre, ricomprò la casa paterna dal cognato Raffaello Franceschini, al quale il musicista e il fratello Michele l’avevano ceduta qualche anno prima. La gioia del recupero della casa, tuttavia, non poté condividerla con il fratello, che nel frattempo era morto.
Dal punto di vista più strettamente professionale, tuttavia Lucca non poteva dare al giovane Maestro la possibilità di spiccare il volo per le mete a cui aspirava e per questo motivo dovette recarsi a Milano per perfezionare la sua preparazione, non senza grandi difficoltà economiche.
Ma è necessario ribadire un elemento di grande interesse. Sulla vita del giovane Puccini a Lucca è fiorita una folta aneddotica, magari simpatica e divertente, ma per nulla importante per comprendere l’evoluzione del musicista e le caratteristiche della sua personalità. Si tratta di aneddoti che possono anche avere un fondo di verità, ma che spesso sono nati per collocare in eventi esterni e casuali i segni premonitori della grande carriera del musicista.
Puccini, Elvira e… Lucca: una “rottura inevitabile”?

Puccini ed Elvira si conoscevano da bambini, in quanto avevano ricevuto insieme la prima comunione. Intorno al 1885, o forse anche prima, i due iniziarono una relazione clandestina. Elvira era sposata con Narciso Gemignani e dal matrimonio erano nati due bambini, Renato e Fosca. Nel 1886 Elvira lasciò il marito e andò a vivere con Puccini, portando con sé la figlia Fosca, alla quale il musicista si affezionò moltissimo, come risulta da numerose lettere. Lo scandalo causato dall’evento a Lucca fu enorme, perché la donna abbandonava la famiglia e iniziava una relazione che poté essere regolarizzata solo dopo la morte del marito. Molte e di considerevole preoccupazione furono le difficoltà che Puccini ed Elvira dovettero affrontare. Intanto gravi erano i problemi economici: Puccini non era ancora famoso e la sua carriera era appena agli inizi. Il musicista poteva contare solamente sulle somme corrispostegli da Ricordi. A questa difficoltà si aggiungevano il disprezzo e le critiche della società in generale. In una lettera a Elvira Puccini lamenta il fatto che la padrona dell’albergo in cui alloggiavano gli aveva chiesto di non far tornare la compagna perché era venuta a sapere che non era la moglie. E’ ovvio che continuare a vivere a Lucca per i due non era possibile e quindi Puccini, Elvira e i bambini (nel frattempo era nato Tonio) furono costretti a vivere lontano dalla città, a Milano o in Svizzera. Anche se Puccini a volte tornava a Lucca, per Elvira la situazione era molto più complessa: a lei non venivano perdonati l’abbandono della famiglia e la fuga con l’artista.
Torre del Lago: una scelta obbligata o un amore a prima vista?
Puccini si stabilì a Torre del Lago a partire dal 1891, prima in una casa di proprietà del Marchese Ginori-Lisci, poi nella villa fatta costruire in riva al lago. Il musicista però aveva scoperto Torre del Lago anni prima e aveva subito pensato di farne la sua residenza stabile. Le ragioni di questa scelta sono molteplici. Non gli era certo possibile stabilirsi a Lucca, dove era ancora vivo lo scandalo provocato dalla sua relazione con Elvira, che a Lucca aveva ancora il marito (Gemignani morì nel 1903 e solo allora i due poterono sposarsi). Inoltre a Torre del Lago, allora un piccolo paese di poche centinaia di abitanti, la vita era a buon mercato e quindi adatta al tenore di vita di Puccini, che prima del successo di Manon Lescaut non poteva permettersi lussi e agi. Il paese era poi vicino a centri più grandi, come Viareggio, Pisa, la stessa Lucca. Un altro vantaggio era dovuto al fatto che rimaneva assai vicino alle sorelle con le rispettive famiglie.
Fu amore a prima vista, cresciuto nel corso degli anni anche per le numerose amicizie strette con personaggi che abitavano nei dintorni: i pittori Angiolino e Ludovico Tommasi, il giornalista Carlo Paladini, l’avvocato Carrara, Ferruccio Pagni e Guido Marotti, autori questi ultimi due di una delle prime biografie del Maestro, Angelo Magrini, che lo avrebbe raggiunto a Bruxelles pochi giorni prima della morte. In mezzo a questi amici Puccini passava il suo tempo libero e alcuni di loro furono suoi compagni nelle battute di caccia. A Torre del Lago Puccini fondò il Club La Bohème, che prese il nome dall’opera alla quale stava lavorando in quegli anni. Si trattava di un’associazione a carattere ludico e ricreativo, ispirata a uno spirito goliardico, come si evince dalle regole che lo disciplinavano.
Torre del Lago per Puccini fu non solo il luogo dove compose la maggior parte delle sue opere, fu anche porto dell’anima, un porto sicuro dove rifugiarsi e trovare serenità e pace. L’epistolario è ricco di richiami alla tranquillità della sua terra, chiamata nei modi più affettuosi: “paradiso”, “eden”, “empireo”, “turris eburnea”. Il legame con Torre del Lago non è stato troncato neppure dalla morte: le spoglie del Maestro riposano nella villa sul lago, oggi divenuta Museo.
Puccini e le sue opere a Lucca: come sono state accolte? Quali, in particolare, hanno toccato il cuore dei lucchesi e quali invece sono state accolte tiepidamente?
Per comprendere come furono accolte le opere di Puccini nella sua città natale, basta riflettere su un dato: molte delle sue opere sono apparse al Giglio pochi mesi dopo la prima assoluta. Questo vale per Edgar, Manon Lescaut, La Bohème, Tosca, La Fanciulla del West. Questo fatto da solo dimostra l’interesse, la curiosità con cui si seguiva a Lucca la carriera di Puccini. I giornali dell’epoca sono ricchissimi di particolari e di notizie riguardanti i lavori che si stavano allestendo. Di ogni opera i giornali fanno ampi resoconti e non mancano a volte di proporre interviste a Puccini, che seguiva personalmente la messa in scena delle opere, intervenendo nella scelta dei cantanti e partecipando alle prove. Si preoccupava insomma che nella sua città le opere fossero rappresentate nella maniera migliore possibile.
Le reazioni erano improntate sempre a grande entusiasmo, talora venato di una certa ingenuità. Puccini sentiva sempre il bisogno di ringraziare la città per l’accoglienza e l’entusiasmo con cui aveva seguito gli spettacoli, inviando un telegramma al Sindaco per esprimere tutta la sua riconoscenza. Le opere di Puccini più amate dai suoi concittadini, stando almeno al numero delle recite al Giglio, sono La Bohème (la più eseguita in assoluto), Madama Butterfly e Tosca. Da segnalare che Le Villi e La Rondine sono apparse molto tardi, la prima nel 1987 e la seconda nel 1971. Questo particolare dimostra come anche a Lucca le due opere in questione abbiano risentito della loro minore fortuna rispetto alle altre.
E lui come ha vissuto la sua città dopo essere diventato famoso?
Dopo essere diventato famoso, Puccini ha continuato a mantenere rapporti stretti con la sua città. Partecipava spesso alle rappresentazioni delle sue opere al Teatro del Giglio, sempre commosso per le attestazioni di stima e affetto a lui riservate. E’ importante anche sottolineare che Puccini non rimase affatto estraneo ai problemi e alle istituzioni di Lucca. Dimostrò grande interesse per il teatro, e in più di un’occasione cercò di farlo adattare alle tecniche più avanzate. Durante la prima guerra mondiale il teatro era stato sequestrato per scopi militari e, alla fine della guerra, Puccini si adoperò perché fosse restituito alle sue funzioni. Poco prima di morire, fece parte di un comitato che aveva lo scopo di occuparsi del rinnovamento dell’edificio e si fece mandare foto di teatri europei per avere modelli cui ispirarsi.
Ebbe molto interesse anche per le sorti dell’Istituto Musicale in cui aveva studiato: all’archivio dell’Istituto fece dono della musica dei suoi antenati. In una lettera indirizzata al Sindaco nel giugno 1924 sottolinea la necessità di curare la vita musicale cittadina, soffermandosi in particolare sull’importanza delle bande, da lui definite “il pane musicale del popolo”. Anche il principale monumento cittadino, le Mura, fu oggetto delle preoccupazioni di Puccini. Nel 1905 fu progettata l’apertura di un’altra porta sul lato ovest della cinta. La cosa fece molto scalpore e suscitò ampi dibattiti e aspre critiche, anche al di fuori dell’ambiente cittadino. Persino Gabriele D’Annunzio intervenne nella questione. Puccini prese posizione con una lettera indirizzata al Sindaco Del Carlo, nella quale si diceva del tutto contrario al progetto, da lui ritenuto un “vero sfregio alle nostre belle mura”.
Puccini ha avuto sempre un legame molto stretto non solo con Lucca, ma anche con il paese di Celle, originario della sua famiglia. Un mese prima di morire prese parte a Celle a una cerimonia durante la quale venne apposta sulla facciata della casa una lapide: una celebre foto ha immortalato quel momento.
29 novembre 2024 Puccini muore: come ha reagito la sua città?
Le reazioni di Lucca alla morte di Puccini furono improntate alla più grande commozione. I giornali dell’epoca sono ricchi di articoli, commenti, testimonianze sulla morte del musicista e molti furono gli eventi per ricordarlo. Nel dicembre 1924 andò in scena al Giglio Madama Butterfly, la prima opera eseguita dopo la morte del musicista, e il 29 dicembre, in occasione del trigesimo della morte, si tenne una serie di manifestazioni che culminarono in una serata al Teatro del Giglio, durante la quale furono eseguiti l’Intermezzo di Manon Lescaut, l’intero secondo atto di Madama Butterfly e l’Andante della Terza Sinfonia di Beethoven. Inoltre, poiché a Lucca non erano ancora state rappresentate le ultime opere di Puccini, Il Trittico e Turandot, si iniziò a pensare a una loro rappresentazione al Giglio, che avvenne alcuni anni dopo. Nel 1931 fu la volta di Turandot: in occasione della prima l’opera fu sospesa nel punto in cui Puccini l’aveva lasciata incompiuta e, con il pubblico in piedi e in silenzio, il Podestà di Lucca tenne un breve discorso per ricordare la figura del musicista; terminato il discorso, l’opera riprese con il finale di Alfano. L’anno successivo il Giglio ospitò per la prima volta Il Trittico, che vide sulla scena cantanti di eccezionale bravura: Franca Somigli (Suor Angelica), Armando Borgioli (Michele), Giacomo Rimini (Gianni Schicchi).
E nei decenni successivi, cosa è successo?
Negli anni successivi credo che si siano affievolite le difficoltà che contraddistinsero i rapporti fra Puccini e la sua città natale. C’è voluto molto tempo perché certe fratture si ricomponessero, ma si può dire che ormai l’atteggiamento di Lucca verso il suo più celebre figlio sia completamente diverso, anche se personalmente credo che l’ostilità dei lucchesi per Puccini sia stata molto amplificata e non corrisponda pienamente alla realtà delle cose. Certamente problemi ci furono e lo stesso Puccini, pochi anni prima di morire, in una lettera all’amico Paladini gli chiedeva di opporsi a qualunque ricordo volessero fargli i suoi concittadini dopo la morte. Si tratta di una lettera scritta in un momento di sconforto, dovuto alla mancata collocazione di una lapide commemorativa degli antenati di Puccini, il quale alla fine della lettera dice di essere “amaro come il veleno”. Tuttavia le cose con il tempo sono cambiate e si è giunti a un riconoscimento da parte della città di quanto essa sia debitrice al suo illustre concittadino. Gli eventi più importanti sono stati la creazione della “Fondazione Puccini”, che si occupa tra l’altro della gestione della casa natale, divenuta museo, visitato ogni anno da migliaia di persone, e la nascita nel 1996 del “Centro Studi Giacomo Puccini”. Quest’ultima istituzione ha lo scopo di diffondere la conoscenza dell’arte e della vita del musicista con progetti di studio, ricerca, concorsi. Il Centro Studi è stato fondato da musicologi di fama internazionale: Julian Budden, il primo presidente e autore di fondamentali studi sul musicista, Gabriella Biagi Ravenni, attuale presidente e animatrice infaticabile di attività, pubblicazioni, convegni e profonda conoscitrice della vita e della musica di Puccini, Dieter Schickling, autore del Catalogo delle opere di Puccini e di una monumentale e aggiornatissima biografia, Virgilio Bernardoni, presidente dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giacomo Puccini, Michele Girardi, autore di importanti studi sul musicista, e altri. In particolare, va segnalata un’importante iniziativa del Centro: il progetto relativo all’Epistolario, del quale sono usciti i primi tre volumi. Si tratta di un lavoro di enorme impegno e rilevanza, che mette a disposizione di studiosi e appassionati migliaia di lettere pucciniane, molte delle quali inedite, recuperate negli anni grazie a un capillare lavoro di ricerca.
Fra pochi mesi, il centenario della morte: come si sta organizzando la città, cosa sa (o immagina) che sarà fatto in suo onore?
A questa domanda voglio rispondere dicendo quali sono le mie attese. Spero che si tenga un convegno con studiosi di livello internazionale, per fare il punto sulla musica di Puccini a cento anni di distanza dalla morte e per mettere in luce la sua straordinaria grandezza e la sua statura di intellettuale, facendo giustizia una volta per tutte delle riserve che talora si sono appuntate sulla sua musica nel corso del Novecento. Inoltre mi aspetto che il Teatro del Giglio metta in scena due-tre opere in produzioni di eccellenza, come accadde nel 1974, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, quando uno splendido Bruno Bartoletti, uno dei principali e più sensibili interpreti pucciniani, diresse una memorabile Bohème con Katia Ricciarelli, Josè Carreras, Rolando Panerai e i concittadini Franco Calabrese e Leonardo Monreale, nonché un’edizione di Tosca diretta da Josif Conta con Lucia Stanescu, Veriano Luchetti, Sesto Bruscantini. Sono sempre stato convinto che il modo migliore per rendere omaggio a Puccini sia quello di mettere in scena le sue opere in edizioni che ne valorizzino al meglio la grandezza.
Qual’è il suo giudizio su Puccini uomo e quale quello sul compositore?
Per esprimere un giudizio su Puccini utilizzo le parole di Roman Vlad, che condivido pienamente. Quando tenne il discorso commemorativo a Torre del Lago nel 1975 pronunciò le seguenti parole, poi riprodotte nel volume Critica Pucciniana, pubblicato a Lucca nel 1976: “Giacomo Puccini è stato il più grande operista che l’Italia e il mondo abbiano avuto nel nostro secolo. Non solo. Puccini è stato – come fermamente credo – uno dei massimi compositori in genere che abbiano fatto storia: la storia della musica italiana, la storia della musica occidentale. Anche se certi critici, certi presunti studiosi e certi presunti intenditori non vogliono riconoscerlo neanche oggi. Il pubblico l’ha riconosciuto da sempre. Il pubblico vero. Quello formato da ascoltatori semplici come da autentici, coltissimi veri intenditori; da musicisti come da gente comune appartenente a tutti i paesi, a tutti i ceti, a tutte le classi sociali”. Credo che meglio non si possa dire.
Sull’uomo Puccini occorre ribadire che per conoscerlo veramente a fondo vadano abbandonati gli stereotipi e gli aneddoti sul Puccini cacciatore, amante delle macchine, ecc. Queste cose non hanno la minima importanza e francamente hanno stufato. L’Epistolario sta mettendo in luce sempre di più un aspetto dell’uomo Puccini poco considerato in passato. Egli è stato un grande intellettuale, attento a quello che si verificava attorno a lui nel mondo musicale e capace di far sue e rielaborare le nuove tendenze. Basta ricordare che fu l’unico tra i musicisti dell’epoca a recarsi a Firenze ad ascoltare le prima italiana del Pierrot Lunaire di Schönberg, e la cosa è molto significativa, se si pensa a come fu accolta negli ambienti musicali l’opera del musicista viennese. Inoltre, per capire al meglio Puccini, vanno approfonditi i rapporti che ebbe con musicisti, cantanti, direttori d’orchestra, teatri, e le molte letture che faceva alla ricerca delle trame da mettere in musica: un tema affascinante da esplorare sarebbe quello dei soggetti presi in esame e non musicati e indagare le ragioni per cui Puccini a un certo momento li accantonò.
Attendo con ansia la pubblicazione degli altri volumi dell’Epistolario, anche se so che ci vorranno ancora diversi anni: sono particolarmente curioso di scoprire qualcosa di nuovo relativamente agli anni in cui Puccini compose La Fanciulla del West, che ho sempre ritenuto il suo capolavoro, e iniziò a percorrere strade nuove, che lo portarono alla stesura di quei gioielli che sono Il Trittico e Turandot.
Stefano Mecenate




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