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Imprese, Pnnr, Export: occasioni da valorizzare…

I risultati 2024 dell’economia italiana saranno ufficializzati a breve, e magari – sfruttando il fatto che vi sono stati 4 giorni lavorativi in più – si starà sopra lo 0,5%, che manderebbe subito all’aria gli impegni settennali appena presi nel piano di stabilità europeo. Magari saliamo allo 0,7%, ma il traguardo, un anno fa, era sopra l’1%, e non è una consolazione sapere che gli altri europei stanno peggio (non la Spagna), perché il -0,2 tedesco fa parte dei nostri problemi. Sta di fatto che tutto il secondo semestre 2024 è a crescita zero e che l’industria ormai ha raggiunto i 23 mesi di stasi, appena attenuati da un effimero mese di novembre.

di Beppe Facchetti | 4 Febbraio 2025
I risultati 2024 dell’economia italiana saranno ufficializzati a breve, e magari – sfruttando il fatto che vi sono stati 4 giorni lavorativi in più – si starà sopra lo 0,5%, che manderebbe subito all’aria gli impegni settennali appena presi nel piano di stabilità europeo. Magari saliamo allo 0,7%, ma il traguardo, un anno fa, era sopra l’1%, e non è una consolazione sapere che gli altri europei stanno peggio (non la Spagna), perché il -0,2 tedesco fa parte dei nostri problemi. Sta di fatto che tutto il secondo semestre 2024 è a crescita zero e che l’industria ormai ha raggiunto i 23 mesi di stasi, appena attenuati da un effimero mese di novembre.

Trump fa lo smargiasso, ma almeno entra in scena con il +2,3% lasciatogli da Biden mentre Meloni&Giorgetti sono in riserva, e il 2025 si preannuncia foriero di un altro zero virgola, ben sotto il +1,2% segnato in tabella.

Il Governo si aggrappa ai buoni dati sull’occupazione, e in effetti è necessario spiegare come mai quest’ultima tiene in un quadro economico in calo.

Non c’è dietro una ragione contingente politica, come da regolare propaganda. Ovvero, se mai, c’è l‘effetto positivo delle leggi sul lavoro che negli anni pre Meloni hanno disintossicato un mercato ansiogeno, e dato più orizzonte alle imprese, insieme ai buoni incentivi del 4.0, salvati a stento dalla superbia della gestione ministeriale di Antonio Di Maio, Ma incombe un referendum molto politico, la cui essenza può riassumersi in un quesito: è accettabile un buon risultato nell’occupazione, se questo contraddice i luoghi comuni della proclamazione sindacale? E’ davvero meglio affidare alla tombola referendaria qualcosa che ha comunque aumentato i posti di lavoro, e li ha resi più stabili facendo crescere i contratti a tempo indeterminato? In un anno, ce ne sono stati 687 mila in più, contro i -402 mila a tempo determinato. Non era questo lo storico punto debole dell’occupazione?

Siamo a mezzo secolo dalla grande sconfitta inflitta da Craxi a Berlinguer sul punto di contingenza.

Andando più a fondo, resta da capire se un merito della crescita del lavoro c’è e, se c’è, a chi attribuirlo. A prima vista sembra soprattutto una scelta delle imprese, che scommettono sulla fine di questa stagnazione, bloccano il turn over e soprattutto – azzardiamo – puntano su nuove assunzioni di qualità, legate alle nuove sfide digitali e all’AI. In numeri relativi, i giovani occupati calano (-3,6% sotto i 34 anni), ma un po’ è perché la crisi demografica restringe il campo, un po’ perché quelli buoni mancano e li si cerca talora disperatamente, un po’ perché le politiche dell’immigrazione bloccano tutto indiscriminatamente. Lontano il momento in cui, Merkel aprì le porte ai siriani laureati di livello.

Quando la ripresa ripartirà, si vedrà se c’è stata lungimiranza, dietro questa tenuta, ma in tal auspicabile caso, occorrerà finalmente mettere mano ad una politica salariale degna, per non farsi scappare i migliori.

Intanto, si prenda atto che l’industria – devastata nel suo core storico, l’automotive – fa la sua parte, pur con soli 6,5 milioni di occupati contro i 16,7 del terziario (che non ha la stessa qualità, ma tiene a galla tutto il resto).

E allora è la politica che deve fare la sua parte, senza piagnistei sulle spese per la difesa (qui ha ragione Trump) e sui dazi, ma cogliendo l’occasione per rispondere all’attacco evitando furberie e gomitate ai partner europei. C’è insomma la piattaforma Draghi, non la scorciatoia delle visite a Mar-a-lago, c’è da spiegare all’opinione pubblica USA che i prodotti europei (per l’Italia la moda, i macchinari, la farmaceutica) sono il vero legame da valorizzare, non il sovranismo muscolare di Musk.

Per noi italiani, banco di prova decisivo di serietà, l’attuazione del PNRR. I dati sono stati finalmente aggiornati, e la spesa effettiva dei miliardi erogati è leggermente aumentata ma ancora troppo bassa: 30,14%, poco più di 50 miliardi spesi su 194.

Numeri che ci sembrano spietati. Se siamo allo 0,5% di crescita 2024 e altrettanto 2025, senza Europa quanto in basso saremmo caduti?

Beppe Facchetti

Pubblicato in : AperturaTag: anni, assunzioni, craxi, crisi, draghi, europa, giorni lavorativi, giovani, governo, lavoro, meloni, mercato, merito, merkel, posti di lavoro, referendum, spagna, usa

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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