
C’è qualcosa di profondamente ipocrita nel modo in cui, in Italia, si discute di immunità parlamentare. È un riflesso condizionato, un tic ideologico: se a beneficiarne è “uno dei nostri”, diventa una vittoria della democrazia; se a usufruirne è “uno degli altri”, diventa scandalo, arroganza del potere, casta. Il voto del Parlamento europeo che ha confermato l’immunità per Ilaria Salis , con un solo voto di scarto, 306 contro 305 , ha riportato alla ribalta questo paradosso: chi per anni ha chiesto di cancellare le guarentigie parlamentari oggi le invoca come baluardo di libertà.
Eppure la verità è un’altra, più antica e meno strumentale: l’immunità parlamentare non è un privilegio del potente, ma una tutela degli elettori.
Un voto che divide ma svela l’amnesia democratica
A Strasburgo, la plenaria ha deciso di non revocare la protezione a Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, accusata in Ungheria di lesioni gravi e associazione a delinquere in un procedimento che la stessa Commissione giuridica del Parlamento ha definito viziato da fumus persecutionis, ovvero dal sospetto che l’azione penale miri più a colpire la sua figura politica che a perseguire un reato.
Salis si è salvata per un soffio. Ha esultato parlando di “vittoria dell’antifascismo”, alzando il pugno chiuso in Aula come se l’immunità parlamentare fosse una medaglia ideologica. Ma quella tutela è bene ricordarlo non serve a difendere l’attivista, bensì l’eurodeputata. E non protegge lei, bensì chi l’ha eletta, consentendole di esercitare il mandato senza condizionamenti o ritorsioni.
Non un salvacondotto, ma un principio democratico
Nelle aule parlamentari di mezza Europa, l’immunità è nata per un motivo preciso: garantire l’indipendenza del rappresentante rispetto al potere giudiziario e a quello esecutivo. È una barriera contro l’abuso, non contro la giustizia.
L’articolo 9 della Costituzione francese del 1791, e poi gli statuti liberali dell’Ottocento, l’hanno concepita come difesa del principio di rappresentanza. In Italia, l’articolo 68 della Costituzione ribadisce che il parlamentare non può essere perseguito per le opinioni espresse o i voti dati nell’esercizio del mandato. È una garanzia del popolo, non una zona franca del diritto.
Quando negli anni Novanta , sull’onda di Tangentopoli e dell’antipolitica , si gridava “aboliamo l’immunità”, si è commesso un errore di prospettiva: si è scambiata una tutela istituzionale per un privilegio personale. Oggi, ironia della storia, la sinistra che ha demolito quella cultura delle garanzie scopre di averne bisogno per difendere una propria esponente.
L’immunità non salva Salis: salva l’idea stessa di rappresentanza
Il voto segreto che ha mantenuto l’immunità a Ilaria Salis non assolve nessuno. Non dice che è innocente, né la sottrae al giudizio della storia o dell’opinione pubblica. Dice, più semplicemente, che un governo nazionale , in questo caso quello di Viktor Orbán , non può usare il processo penale come strumento politico contro un’eurodeputata liberamente eletta.
L’Europa, in questo, ha compiuto un atto di coerenza giuridica, non di simpatia ideologica.
Ha difeso la propria autonomia istituzionale, il diritto di chi siede in quell’emiciclo di rappresentare i cittadini senza il timore di una vendetta giudiziaria.
La retorica e il silenzio dei convertiti
Chi oggi esulta, alza pugni e grida alla “vittoria dell’antifascismo”, dimentica che la stessa immunità fu abolita, contestata, vilipesa quando a goderne erano gli avversari politici. E chi oggi la definisce “vergogna” dimentica che, in uno Stato di diritto, le tutele valgono anche per chi non ci piace.
Il diritto, a differenza della militanza, non conosce simpatie.
La verità è che l’immunità parlamentare serve a tutti ,soprattutto a chi ancora non ne ha bisogno.
Perché il giorno in cui un potere giudiziario o un governo tenteranno di colpire un deputato per le sue idee, per un voto scomodo o per una parola di troppo, quella stessa garanzia diventerà l’unico scudo tra la democrazia e la sua erosione.
Il caso Salis non è un “salva potenti”, ma un test di civiltà giuridica.
Ha ricordato all’Europa e, soprattutto, all’Italia, che le istituzioni non si difendono con gli slogan, ma con le regole.
Quelle regole che, quando non servono a noi, tendiamo a disprezzare.
E che, quando finalmente ci proteggono, fingiamo di aver sempre rispettato.
Daniela Piesco

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