
Ci risiamo. Appena si apre uno spiraglio utile alla polemica, ci si infilano tutti dentro senza guardare dove mettono i piedi, in particolar modo quando di mezzo c’è Israele, figurati. Destra, sinistra, centro. Bipartisan, appunto. E quando poi la realtà rimette le cose al loro posto, resta solo una scia di dichiarazioni scomposte e una credibilità che si scioglie come neve al sole.
La vicenda delle parole di Pierbattista Pizzaballa di ieri è l’ennesima dimostrazione. In un primo momento passa il messaggio che le autorità israeliane avrebbero impedito l’accesso al Santo Sepolcro, per le preghiere pasquali, come se fosse un dispetto. Tempo zero e parte il coro indignato. Dichiarazioni, post, interviste. Il copione è sempre quello: Israele sul banco degli imputati, processo immediato, sentenza già scritta.
La reazione è stata trasversale, quasi sincronizzata. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di una vicenda grave, esprimendo vicinanza al cardinale e sottolineando come un gesto del genere fosse percepito come un’offesa ai fedeli. Matteo Salvini si è accodato con toni altrettanto netti, parlando di una situazione da chiarire e di un episodio che non poteva essere ignorato, mentre Antonio Tajani almeno ha chiesto spiegazioni formali, definendo la vicenda delicata sul piano diplomatico e religioso.
Dall’altra parte, Elly Schlein ha chiesto chiarimenti immediati e una presa di posizione netta antiisraeliana, definendo la situazione inaccettabile sul piano politico e religioso. Sulla stessa linea Giuseppe Conte, che ha invocato un passaggio parlamentare per fare luce sull’accaduto, usando toni accesi e molto duri, mentre il magico duo Bonelli-Fratoianni hanno parlato apertamente di un fatto grave, arrivando a chiedere addirittura iniziative diplomatiche e chiarimenti formali nei confronti di Israele.
Poi però succede una cosa semplice, arrivano i fatti.
Le autorità israeliane avevano avvisato il cardinale. Non solo avvisato, ma avevano fatto presente con largo anticipo il rischio concreto di assembramenti pericolosi, in un contesto che non è quello di una processione qualunque, ma di un paese in guerra, sotto pressione costante, essendo tra l’altro Gerusalemme un obiettivo sensibile.
A quel punto, con grave ritardo, un imbarazzato Pierbattista Pizzaballa è stato obbligato a correggere il tiro. Ammette che le informazioni c’erano, che il quadro era noto, con tanto di motivazioni da parte dell’intelligence israeliana. E lì si consuma l’ennesima figura di merda della politica italiana, sempre pronta a cavalcare l’impossibile pur di dare contro Israele.
Perché tutta quella indignazione, costruita in poche ore, resta quella che è: un’informativa manipolata, utilizzata per distorcere l’opinione pubblica. L’aggravante è che nessuno torna davvero indietro con la stessa forza con cui aveva parlato. Tutti zitti, muti, allineati. Nessuno ricalibra pubblicamente il giudizio con lo stesso volume. Nessuno chiede scusa o fa pubblica ammenda. Si passa oltre, come se nulla fosse.
Non è difficile comprendere che non si tratta di un problema di schieramento. È un problema di metodo. Si parla prima di capire, si accusa prima di verificare, si costruisce una narrazione e poi, quando quella narrazione si sgonfia, si cambia pagina come se nulla fosse.
Il risultato è una figura che non ha colore politico, ha solo un colore, marrone, come la merda. È collettiva. È il triste riflesso di una politica che ha perso il senso del tempo, della misura, del peso delle parole.
L’ aspetto più profondo e più scomodo resta tuttavia la prevenzione culturale verso Israele che ormai scatta in automatico, quasi fosse un riflesso condizionato. Non serve capire, basta reagire. In sostanza il discorso smette di essere solo politico e diventa qualcosa di più serio, più brutto da guardare. Perché questa distorsione, ripetuta nel tempo, non è più un incidente. È un’abitudine.
Però si sa come funziona. Mai rompere il cazzo agli ebrei. Ricordatelo.
Hag Pesah Sameah e Shalom.
Piero Terracina

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