
Questo è l’inizio: “E’ cominciata così. Io, avevo detto mai niente. Niente. E’ Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. (…)”. Questa è la fine: l’immagine di un rimorchiatore il cui richiamo (il fischio) “ha passato il ponte, ancora un’arcata, un’altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutte le chiatte del fiume tutte, e la città intera, e il cielo e la campagna, e noi, tutto si portava via, anche la Senna, tutto, che non se ne parli più.” Aver detto e dire niente, ma proprio niente, e non parlarne più, sono indizi corposi di quel nulla di cui è il manifesto, fradicio, il “Viaggio al termine della notte” del dottor Louis Ferdinand Destouches (che avrebbe sostituito il cognome con Céline, il nome della prediletta nonna materna).
Che cosa è questo “Viaggio”? L’opera era già sembrata all’editore Denoël “impossibile da classificare e da definire a causa della sua originalità”.
L’elemento fondamentale è senza dubbio la scrittura. Osservazione forse banale – anzi démodé – se e come oggigiorno (in ossequio alla lezione del buono ed edificante – parzialmente traducibile nel più abusato politically correct – che infesta ogni angolo dello scibile) il messaggio, l’insegnamento tendono a sopraffare linguaggio, stile e qualità letteraria. Gli scrittori (o aspiranti tali), mossi da soverchiante vanità, si fanno latori di premure pedagogiche, giocano a fare i maestri di vita, desiderano brillare nelle pagine social e collezionare i ‘like’ dei followers, però dimenticano di confezionare testi convincenti, di buona fattura. E qui casca l’asino. Nella fedeltà ai trending topics “il prezzo da pagare per piacere a molti consiste (…) nel fermarsi un attimo prima di toccare e approfondire il nucleo più profondo, sgradevole e però sincero della propria vocazione” (da “Scrivere per piacere (a molti)”, Gianluigi Simonetti, Il Sole 24 Ore, 19 giugno 2022). Per questo genere di operazioni non sembra necessario uno sforzo (letterario) particolare, è sufficiente un linguaggio piano – diciamolo pure piatto -, privo di cifra stilistica.
Agli antipodi di questa steppa contemporanea, il Viaggio, che si erge in un antico bosco letterario popolato da giganti sempreverdi, interpella con vena autentica il fondo, il buio, la notte dell’uomo, quella sorta di “dolciastra, spaventevole catastrofe spirituale”, il senso che scivola via da ogni umana cosa. Come si potevano rendere sulla pagina il disincanto, il delirio, il panorama dello sfacelo, la strisciante disperazione, le parentesi di acquietamento? La scelta vincente di Destouches è partita da qui: lo stile doveva essere gergale/colloquiale, sarebbe stato abbrancato, preso dalla vita, dall’uomo della strada. Una scelta non ristretta ai dialoghi ma estesa a tutta la narrazione, aveva da essere una discesa coerente negli ultimi gradini della scala sociale. E se qualcuno pensa trattarsi di una decisione semplice, allora non conosce le asperità, i tormenti della scrittura (Henry Miller l’ha chiamata “tortura”, non importa se “deliziosa”). Per tradurla appieno Céline deve aver studiato il parlato quotidiano con una attenzione – si è detto (E. Ferrero, vedasi oltre) – “da antropologo”; e proprio per questo, come succede agli artisti (cfr. Paolo D’Angelo, “Ars est celare artem”, Quodlibet, 2014) senza aggettivi, “l’immediatezza di quel che sembra naturale è frutto di un artificio curato maniacalmente in ogni minimo dettaglio” (“L’auto-intervista del reprobo”, Ernesto Ferrero, Il Sole 24 Ore, 19 luglio 2020). Un esempio di tale artificio si riscontra nei traumi di una assai maltrattata consecutio temporum (“Bisognerebbe allora che lui si rassegni ad accettare il suo degrado e la sua angoscia” / “La nuora Henrouille, (…), era venuta a trovarlo (…), poco tempo dopo l’attentato perché lui li tiri fuori dal brutto pasticcio in cui s’erano cacciati”).
Questa rivoluzione del linguaggio prorompe da un non-letterato di professione, da un fervente autodidatta, da un individuo avverso ad ogni istituzione. E lancia una graffiante polemica letteraria, che si salda con l’altra, prettamente sociale (E. Ferrero, “Céline, lo scandalo di un secolo”, postfazione al romanzo, Corbaccio, 1992): “Certo, noi siamo abituati ad ammirare ogni giorno dei grandissimi banditi, di cui il mondo intero venera con noi la ricchezza e la cui esistenza si dimostra, non appena la esamini un po’ più da vicino, come un lungo crimine rinnovato ogni giorno, ma quelli si godono la gloria, gli onori e il potere, i loro misfatti sono consacrati dalle leggi, mentre per quanto indietro ci si spinga nella storia (…) tutto ci dimostra che un furtarello veniale, e soprattutto di alimenti poveri, (…), attira immancabilmente sull’autore l’obbrobrio formale, la scomunica categorica della comunità, i maggiori castighi, il disonore automatico e la vergogna inespiabile”, che diventano un “monito severo a tutti gli sventurati di doversene stare al loro posto (…), tranquilli, allegramente rassegnati a crepare lungo i secoli e all’infinito di miseria e di fame…”. La parola, mordace e corrosiva, risparmia niente e nessuno (“Parlando di famiglie, conosco per esempio un farmacista, avenue de Saint-Ouen, che ha un bel manifesto in vetrina, una bella réclame: Tre franchi la scatola per purgare tutta la famiglia! Un affare! Giù rutti! Si fa tutto insieme, in famiglia. Ci si odia a morte, è il vero focolare, ma nessuno protesta, perché è comunque meno caro che andare a vivere in albergo”), mentre la prima parte del romanzo è tutta un rifiuto della guerra (“Lui, il nostro colonnello, sapeva forse perché quei due là sparavano, i tedeschi forse anche loro lo sapevano, ma io, veramente, non lo sapevo. Per quanto lontano cercassi nella memoria, gli avevo fatto niente io ai tedeschi. (…). La guerra insomma era tutto quello che non si capiva. ‘Sta cosa non poteva andare avanti”). Il suo però non pare pacifismo, piuttosto è il corollario della visione di follia/incomprensibilità della vicenda umana, di cui la guerra è una tragica estremità.
Il Viaggio squaderna pagine forti, da torcere le budella, che parlano di sangue, di corpi straziati; ti pare di vederlo, l’agghiacciante abbraccio di morte tra il soldato e il colonnello, scolpito da una granata. Una scena da cui il protagonista, Bardamu (alter ego dell’Autore), fugge quasi con euforia, come per una (fugace) liberazione: “Ho lasciato quei posti senza insistere, tutto felice di avere un così bel pretesto per svignarmela”. Malgrado tutto, la vita – una vita da tradurre pulsante nella pagina, così come da vivere nella carne – è/viene prima di tutto e una voce insopprimibile (al tempo arditissima, dominando la retorica patriottarda) invoca di lasciare la guerra, la sua esperienza di morte vieppiù atroce e ripugnante (“Di colpo scoprivo la guerra tutta intera. Ero sverginato. Bisogna essere all’incirca solo davanti a lei come lo ero io in quel momento per vederla bene la carogna, di fronte e di profilo”), il rito dell’“assassinio di gruppo”, giostra di scervellati, di fanatici, di veri matti.
Il Viaggio è poi anche il lato comico/grottesco della faccenda, che a volte si coglie un attimo dopo, è una sfumatura, un retrogusto. La sorpresa del lettore marca la maestria dello scrittore. E si farebbe torto alla pagina del Viaggio se essa non si dicesse anche sprezzante (“Nel grande abbandono molle che circonda la città, là dove la menzogna del suo lusso viene a trasudare e finire in marciume, la città mostra a chi vuol vedere il suo gran deretano nelle casse dei rifiuti”), venata di pungente, amara ironia (“Man mano che resti in un posto, le cose e le persone si sbracano, marciscono e si mettono a puzzare appositamente per te”), ristorata da vivide pennellate (“Un delizioso ultimo sole conservava ancora un po’ di tepore intorno a noi, facendo saltare sull’acqua piccoli riflessi intagliati d’azzurro e d’oro”), sempre sul punto di condensare l’osservazione o l’analisi in espressioni magistrali, di notevole efficacia (“Alla fine delle giornate ci si impietosisce sul po’ di movimento che i tram creano riportando da Parigi gli impiegati, in docili mucchi” / “Lei capiva la necessità dei cambiamenti nelle distrazioni del sesso. Disposizione avventurosa, dannatamente rara, bisogna ammettere, tra le donne”).
Alla fine bisogna riconoscere che la qualità del Viaggio è auto-evidente, non ha bisogno di essere troppo studiata e razionalizzata; forse l’approccio più adatto alla lettura son proprio le viscere, del tipo di quelle con cui il romanzo pare essere stato concepito e compiuto.
Sono trascorsi 90 (e passa) anni da quando fu pubblicato la prima volta, nel 1932, e il capolavoro di Céline può festeggiarli ruttando con gioia controversa la propria impudica giovinezza, perché purtroppo la notte non ha termine.
Paolo Marini


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