
Il problema non è l’islam in sé. Il problema è l’ingenuità con cui una parte dell’Occidente, con il Vaticano in prima fila, ha creduto che il permissivismo e l’apertura indiscriminata fossero letti allo stesso modo da tutti. La Chiesa cattolica arriva da duemila anni di prediche sul perdono, sul compromesso, sul “tendere l’altra guancia”. Ha interiorizzato l’idea che aprirsi sia sempre segno di forza morale. Ma questa categoria mentale, incollata a qualunque interlocutore, diventa pericolosa quando dall’altra parte ci sono anche correnti radicali che non leggono l’apertura come gesto nobile, ma come segnale di debolezza dell’avversario.
Il Vaticano, trascinato da decenni di ecumenismo di facciata, ha spesso fatto finta di non vedere il punto centrale: non tutte le culture reagiscono allo stesso modo alla parola “dialogo”. Per una certa visione radicale, l’apertura non è un terreno comune, è una breccia. E una breccia, se non la controlli, prima o poi viene allargata. In nome di un universalismo astratto, si sono spalancate porte senza pretendere reciprocità, senza fissare condizioni chiare su integrazione, rispetto delle leggi, accettazione delle regole minime di uno Stato laico. Molti appelli alla fratellanza, zero lucidità strategica. Si è confuso il Vangelo con la geopolitica, come se bastasse dire “pace” per neutralizzare ideologie, dottrine, rancori storici.
L’Italia è diventata il laboratorio di questo esperimento rischioso. Non è un Paese qualunque: ospita la culla del cristianesimo, è il simbolo di una certa idea di Europa. Eppure, tra politica inginocchiata al politically correct e gerarchie ecclesiastiche ossessionate dall’immagine di un’“accoglienza” senza condizioni, si è finito per mandare un messaggio chiaro: le radici cristiane sono quasi un imbarazzo, qualcosa da tenere in sottofondo mentre ci si affanna a dimostrare al mondo di non essere “chiusi”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. In nome del rispetto, si è arrivati a costruire il più grande luogo di culto islamico d’Italia proprio a Roma, la città che per secoli è stata il centro simbolico della cristianità, la città ecumenica per eccellenza.
Non è un problema che esista una grande moschea. Il problema è il contesto mentale con cui è stata pensata e giustificata. Una classe dirigente che ha paura di dire no, che confonde il diritto al culto con l’autolesionismo identitario. Si concede tutto, ci si racconta che così si “previene il radicalismo”, mentre chi vuole sfruttare la debolezza culturale dell’Occidente interpreta ogni concessione come conferma: l’altro ha smesso di credere davvero in sé stesso. È stanco, colpevolizzato, pronto a chiedere scusa per la propria storia prima ancora di aprire bocca.
Roma è il simbolo di questa contraddizione esplosiva. Da un lato si parla di tradizione, di radici, di valori. Dall’altro si è disposti a sacrificare pezzi di immaginario collettivo pur di non essere accusati di intolleranza. La popolazione, intanto, vive lo strappo: c’è chi non riconosce più il proprio Paese e chi liquida ogni disagio come “razzismo”, “islamofobia”, “intolleranza”. Si difendono giustamente i diritti delle minoranze, ma si calpesta la percezione della maggioranza, che chiede solo di non vedere dissolte le basi culturali su cui è cresciuta.
Il Vaticano ha una responsabilità enorme in questa deriva. Per anni ha spinto l’idea che l’Occidente dovesse quasi vergognarsi della propria storia, del proprio passato, delle proprie battaglie. A furia di recitare il mea culpa, ha dimenticato che se svaluti continuamente le tue radici stai dicendo al mondo che ciò che sei non merita di essere difeso. Chi ha una visione più dura e identitaria dei rapporti tra civiltà questo messaggio lo capisce benissimo. Non è dialogo, è resa morale.
Accoglienza non significa buttare alle ortiche la propria identità. Libertà religiosa non vuol dire rinunciare a se stessi per paura di essere giudicati. Chi entra in casa d’altri deve rispettare chi già ci vive, non pretendere che si ridipinga tutto per non urtare la sua sensibilità. Questo è il punto che Vaticano, politica italiana ed establishment culturale hanno sistematicamente evitato, preferendo nascondersi dietro una retorica zuccherosa di “ponti”, “abbracci”, “inclusione”.
Se continuiamo così non sarà solo una questione di singoli imam, di singole moschee o di singole espulsioni. Sarà la storia dell’ennesima civiltà che confonde debolezza e superiorità morale, che chiama resa “dialogo” e autodistruzione “apertura”. Quando una civiltà smette di credere nel diritto di esistere, qualcuno pronto a occupare lo spazio che lascia libero lo trova sempre. E a quel punto non basteranno più convegni, dichiarazioni e appelli al rispetto reciproco. Sarà semplicemente troppo tardi.
Piero Terracina

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