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Il tribunale girondino non separava le carriere

I Girondini davanti al tribunale rivoluzionario, l’ipocrisia di un processo costruito per uccidere, pubblicato dalla casa editrice Mimesis giusto l’anno scorso, contiene gli studi di tre illustri giuristi italiani. Paolo Ferrua, Daniele Negri e Lorenzo Zilletti, con il francese Jean D’Andleau analizzano il processo alla Gironda. Tralasciamo che il Tribunale rivoluzionario fu istituito da Danton ministro della Giustizia del governo girondino e che immediatamente la Gironda ci deferì Marat con intenzione omicida. Il lavoro compiuto dai quattro docenti resta, sotto il profilo del diritto, esemplare. I girondini, una volta davanti al loro Tribunale, non hanno scampo.

di Riccardo Bruno | 16 Marzo 2026

 I Girondini davanti al tribunale rivoluzionario, l’ipocrisia di un processo costruito per uccidere, pubblicato dalla casa editrice Mimesis giusto l’anno scorso, contiene gli studi di tre illustri giuristi italiani. Paolo Ferrua, Daniele Negri e Lorenzo Zilletti, con il francese Jean D’Andleau analizzano il processo alla Gironda. Tralasciamo che il Tribunale rivoluzionario fu istituito da Danton ministro della Giustizia del governo girondino e che immediatamente la Gironda ci deferì Marat con intenzione omicida. Il lavoro compiuto dai quattro docenti resta, sotto il profilo del diritto, esemplare. I girondini, una volta davanti al loro Tribunale, non hanno scampo. Anche se lo storico noterebbe che fra il decreto di arresto ed il processo passano tre mesi. I girondini non furono posti sotto sorveglianza armata. Erano invitati a scappare e alcuni lo fecero. Se poi Marat e Chalier non fossero stati assassinati, senza processo alcuno, dalle lame della Gironda, i girondini sarebbero stati dimenticati in fretta. I girondini sono dei sonnambuli, attraversano il palcoscenico della Rivoluzione senza rendersi conto del danno che fanno. Dormono. Si svegliano solo davanti ai giudici, quando è troppo tardi. Il loro maggiore contributo per i posteri è la critica allo strumento che loro stessi avevano voluto edificare, attraverso il cordigliere Danton, per non sporcarsi le mani. I girondini non erano più liberali dei montagnardi. Liberali diventeranno coloro che ne seguono gli argomenti in sede processuale, il primo dei quali è la distinzione fra membri giudicanti e funzioni di accusa. Il Tribunale rivoluzionario non la riconosceva.

La separazione delle carriere che oggi è istituita in tutte le democrazie occidentali, esclusa l’Italia, è frutto della vana difesa della Gironda. Solo il 10 marzo 1793 Vergniaud inalbera l’ideale del processo accusatorio. Lo avrebbe dovuto fare quando era al governo, lo fa quando comprende di essere già condannato. Piangendo i girondini e mitizzando il loro martirio, la società liberale spera di esorcizzarlo.

Stendhal descrivendo l’Italia della Restaurazione ne La Certosa di Parma, dice dei suoi giudici, “quelli non sono magistrati, sono farabutti”. Educato anche lui dall’esempio della Gironda, Stendhal guardava con ribrezzo ad una giustizia sottoposta al signorotto locale italiano. Lo stesso Vergniaud si era reso conto che il tribunale rivoluzionario valeva “l’inquisizione veneziana”, peggiore di quella spagnola. La giustizia in Italia si fonda su una tradizione dispotica fino all’unità inclusa. Relativamente presto il fascismo erigerà il Tribunale speciale. Come il comitato di salute pubblica in Francia, nemmeno il fascismo riusciva a controllare pienamente la macchina giudiziaria. Perché la politica possa davvero controllare la Giustizia, occorrerebbe che il parlamento stesso si costituisse in tribunale e sopprimesse i giudici in quanto tali. Un’idea di Mirabeau.

La Costituzione del 1948 è riformabile e può elaborare sull’ordinamento giudiziario, purché segua la norma di revisione, tanto che finalmente siamo arrivati anche in Italia al processo accusatorio. Questo richiede carriere separate ed è incredibile che ancora non siano state fatte. In compenso abbiamo giudici che passano il loro tempo in televisione a spiegarci come si interpreta la legge. Degli opinionisti, più che dei funzionari dello Stato.

Alla fine di questa settimana si recheranno alle urne due tipi di cittadini. Coloro che pensano che la separazione delle carriere, piaccia o meno, sia un esito scontato della dottrina giuridica liberale e coloro preoccupati del risultato politico del referendum, come pure è lecito e doveroso essere, ci mancherebbe. Non fosse che per le elezioni politiche si vota fra un altro anno. Sul referendum della separazione delle carriere solo il prossimo 22 e 23 marzo.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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