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Il triangolo del Golfo: perché Trump punta su Pechino per disinnescare Teheran

La rottura delle trattative tra Washington e Teheran non è il frutto di un improvviso capriccio, ma il risultato inevitabile di due visioni del mondo totalmente opposte e apparentemente inconciliabili. L’Iran si trova in una posizione disperata e cerca ossigeno per la sua economia ormai asfissiata, chiedendo come condizione minima la fine del blocco navale e la rimozione delle sanzioni più dure. Tuttavia, la delegazione di Teheran non è disposta a mettere sul tavolo l’unica concessione che l’America pretende: la rinuncia definitiva al programma nucleare.

di Antonio Laraia | 13 Maggio 2026

La rottura delle trattative tra Washington e Teheran non è il frutto di un improvviso capriccio, ma il risultato inevitabile di due visioni del mondo totalmente opposte e apparentemente inconciliabili. L’Iran si trova in una posizione disperata e cerca ossigeno per la sua economia ormai asfissiata, chiedendo come condizione minima la fine del blocco navale e la rimozione delle sanzioni più dure. Tuttavia, la delegazione di Teheran non è disposta a mettere sul tavolo l’unica concessione che l’America pretende: la rinuncia definitiva al programma nucleare. Per il regime iraniano, l’atomo è considerato una vera e propria “assicurazione sulla vita”, l’unico deterrente in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere attuale. In un Medio Oriente dove la disparità delle forze è percepita come una minaccia esistenziale e dove altri attori regionali e globali già godono della protezione nucleare, Teheran vede nella ricerca della parità strategica l’unica via per non soccombere. Dall’altra parte, l’amministrazione Trump dimostra di non voler accettare alcun compromesso al ribasso, temendo che un Iran nucleare inneschi una corsa al riarmo fuori controllo in tutta la regione.

​Davanti a questo stallo, occorre però una riflessione che superi la cronaca immediata e assuma un’ottica di giustizia internazionale più profonda. La pretesa che un singolo Stato rinunci alle proprie ambizioni difensive appare monca se non viene inserita in un contesto di disarmo globale. Se l’obiettivo è davvero la pace, la richiesta di smantellare gli arsenali atomici non dovrebbe essere un diktat rivolto esclusivamente a Teheran, ma un impegno collettivo che coinvolga tutte le potenze nucleari, nessuna esclusa. Si tornerebbe così allo spirito dei grandi accordi del passato, come quello storico tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, che sognarono un mondo finalmente libero dall’incubo atomico attraverso un impegno reciproco e universale. Finché esisteranno nazioni che basano la propria sicurezza sul possesso dell’arma suprema, sarà difficile convincere altre realtà regionali a non perseguire la stessa strada in nome del bilanciamento delle forze. Senza un ritorno a quell’ideale di disarmo condiviso, ogni imposizione unilaterale rischia di essere percepita non come una misura di sicurezza, ma come un mero atto di sottomissione geopolitica.

​In questo scenario da “terza guerra mondiale a pezzi”, emerge con forza la fragilità di un’Europa che ha rinunciato al proprio protagonismo politico, scivolando in un ruolo di subalternità totale alle decisioni di Washington. Un’Europa davvero unita e consapevole della propria storia avrebbe potuto fare la differenza, ponendosi come un terzo continente mediatore, capace di proporre una visione tanto pacifista quanto politica. Il realismo impone di riconoscere che la vera soluzione strutturale richiederebbe il coraggio di riaprire il dialogo con la Russia, pilastro energetico e di sicurezza naturale per il vecchio continente, valutando seriamente la possibilità di trasformarla in un partner strategico dell’Unione Europea. Questo percorso passa necessariamente per la fine del conflitto in Ucraina, un dossier che non potrà essere chiuso finché si perseguirà la linea guerrafondaia inaugurata dall’amministrazione Biden e assecondata pedissequamente da Volodymyr Zelensky. Proprio l’estromissione di Zelensky — figura ormai legata a una visione di scontro frontale che ha ignorato le sofferenze delle popolazioni russofone nel Donbass — appare come la chiave per sbloccare l’impasse. Putin, che storicamente ha guardato all’Europa come a un partner privilegiato, si è trovato costretto a una reazione di forza dopo anni di espansionismo atlantico. Oggi, con un Trump che mette in discussione la NATO, l’Europa deve capire che non potrà mai esistere un continente stabile senza integrare la Russia nel proprio spazio politico ed economico.

​Dobbiamo quindi imparare a leggere con attenzione tra le righe del nuovo piano militare americano per capire cosa stia succedendo davvero. Project Freedom Plus non è solo un nome altisonante per mandare qualche nave in più a pattugliare il Golfo Persico. La vera differenza rispetto al passato è il cambio radicale delle regole d’ingaggio: le navi americane non hanno più l’ordine di assumere una postura puramente difensiva, ma possono intervenire preventivamente con una “difesa attiva” contro droni o postazioni costiere che mostrino intenzioni ostili. L’obiettivo finale di questa nuova fase è imporre un sigillo totale sullo Stretto di Hormuz, creando una barriera fisica e tecnologica impenetrabile per il commercio iraniano. Impedendo il passaggio della “flotta ombra” e bloccando ogni tentativo di contrabbando, gli Stati Uniti vogliono rendere il costo economico del blocco insostenibile per il regime, costringendolo a tornare al tavolo delle trattative in una posizione di estrema debolezza. In questo scenario si inserisce la mossa di Trump verso la Cina: una richiesta di aiuto pragmatica per convincere Teheran a cedere sul nucleare, trasformando una potenziale crisi energetica cinese in un “grande affare” di stabilità globale sotto regia statunitense.

​La situazione attuale ci mette comunque di fronte a scenari carichi di rischi. C’è il pericolo persistente di un incidente tattico fortuito, dove un errore di valutazione in un tratto di mare così affollato potrebbe far scoccare la scintilla fatale; al contempo, l’Iran potrebbe optare per una strategia di logoramento, sperando che l’aumento dei prezzi dell’energia metta in difficoltà Trump davanti ai suoi elettori. In ogni caso, il tempo della diplomazia ordinaria sembra essere scaduto, come spiega un alto funzionario della Difesa: «La situazione è talmente critica che il cessate il fuoco è ormai attaccato a un respiratore che sta per finire la batteria». Ma va anche detto che, senza un sussulto di autonomia dell’Europa e un intervento esterno potente, come quello auspicato con la Cina, il rischio è che la macchina diplomatica si spenga definitivamente, lasciando che il prossimo capitolo della storia sia scritto esclusivamente dal rumore delle armi; un monito, questo, che deve valere inevitabilmente anche per Israele e per le sue attuali politiche bellico-espansionistiche che alimentano la spirale dell’instabilità regionale.

In questa visione, l’Europa dovrebbe tornare a dialogare con la Russia non solo per rafforzarsi internamente, ma per farsi scenario e garante di pace nel conflitto ucraino attraverso un partenariato continentale rinnovato che recuperi la visione dello spazio comune “da Lisbona a Vladivostok”. Qui starebbe la vera vocazione europeista: quella di promuovere la pace nel mondo, proprio come sta auspicando la Chiesa con il magistero di un Papa che richiama i popoli alla fratellanza e al superamento dei blocchi. Solo un’Europa capace di smarcarsi dalla subalternità atlantica con la sua vera vocazione pacifista può evitare che la diplomazia esali l’ultimo respiro.

Antonio Laraia

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Antonio Laraia

Antonio Laraia è un giornalista ed opinionista di “Avanti Online”.

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