
L’epopea della Revolución si è ridotta a un agonia a bassa tensione. Il “tramonto di Fidel” non è più un’evocazione poetica, ma il rantolo di un sistema che ha barattato la sovranità con la paralisi. Cuba non è solo “spenta” nei suoi circuiti elettrici; è disidratata economicamente da un embargo che gli USA usano come un laccio emostatico, serrato fino a far cancrena. Gli Stati Uniti non assediano Cuba con i cannoni, ma con i database finanziari. Inserendo l’isola nella lista degli stati sponsor del terrorismo, Washington ha tagliato le arterie del credito. Il risultato è una nazione che non può comprare né il petrolio per far girare le turbine, né i pezzi di ricambio per aggiustarle. È un assedio chirurgico che punta al collasso biologico dello Stato. Le centrali termoelettriche di epoca sovietica sono monumenti alla ruggine. Nel marzo 2026, il 60% del territorio è rimasto al buio per giorni. La “resistenza” di Fidel è diventata la “sopravvivenza” di una popolazione che cucina a legna e vede marcire le poche razioni di cibo per mancanza di refrigerazione. Il tramonto è anche umano. L’isola si sta svuotando: i giovani non sognano più la gloria del socialismo o muerte, ma un visto per Miami. Questa fuga di cervelli e braccia lascia un Paese di vecchi in attesa di farmaci che non arrivano, mentre il governo si limita a incolpare il “nemico esterno” per mascherare decenni di immobilità gestionale. In un paradosso crudele, l’unica risorsa rimasta — il turismo — viene sabotata dalle regole USA sull’ESTA, (è l’autorizzazione elettronica obbligatoria per cittadini italiani che viaggiano negli USA per turismo/affari (fino a 90 giorni) senza visto) trasformando Cuba in un ghetto caraibico isolato dal resto dell’Occidente.L’assedio USA ha fornito la corda, ma l’incapacità del modello post-castrista di evolversi ha permesso che il nodo venisse stretto. Cuba oggi non è un faro ideologico, ma una terra d’ombra che attende la fine. Castro considerava l’omosessualità e la devianza religiosa come “vizi borghesi” incompatibili con l’uomo nuovo socialista. Tra il 1965 e il 1968, migliaia di gay, testimoni di Geova e intellettuali furono rinchiusi nelle UMAP (Unità Militari di Aiuto alla Produzione), veri e propri campi di concentramento dove il motto era “il lavoro vi farà uomini”. Solo nel 2010 Fidel ammise tiepidamente la propria responsabilità per queste “grandi ingiustizie”. Fidel ha perfezionato un sistema di repressione capillare attraverso i Comitati per la Difesa della Rivoluzione (CDR), trasformando ogni vicino di casa in una potenziale spia dello Stato. La libertà di espressione è stata soffocata in favore di un monologo durato 49 anni, dove il dissenso portava dritto alle carceri per “pericolosità sociale”.
Pur vantando successi nell’istruzione e nella sanità (spesso usati come paravento propagandistico), Castro ha condannato il suo popolo a una povertà strutturale. Mentre lui giocava a scacchi sulla scacchiera della Guerra Fredda — arrivando a sfiorare l’apocalisse nucleare nel 1962 senza consultare i cubani — l’isola deperiva in un’economia di sussistenza che oggi, nel 2026, ha raggiunto il suo punto di rottura definitivo. A marzo 2026, la situazione alimentare a Cuba ha superato la soglia della precarietà per entrare in una fase di collasso umanitario sistemico. Il Paese, che importa circa l’80% del cibo che consuma, si trova nell’impossibilità finanziaria e logistica di garantire anche i beni più elementari. I blackout prolungati (fino a 20 ore al giorno) impediscono la conservazione dei cibi. Le poche razioni di carne o latticini distribuite dallo Stato marciscono nelle case prima di poter essere consumate. Per la prima volta nella sua storia recente, il governo cubano ha dovuto richiedere ufficialmente aiuto al Programma Alimentare Mondiale (WFP) per garantire la fornitura di latte in polvere ai bambini. Il costo della vita è fuori controllo. Un cartone da 30 uova può costare oltre 3.000 pesos, quasi l’intero stipendio medio mensile di un lavoratore statale (circa 6.500 pesos, equivalenti a meno di 13 dollari al cambio informale).
Il sistema della libreta (il libretto di razionamento) è in crisi profonda. Prodotti come riso, fagioli, olio e sapone vengono consegnati con mesi di ritardo o in quantità drasticamente ridotte.
La produzione nazionale è ai minimi storici a causa della mancanza di carburante per i trattori, fertilizzanti e sementi. Ad esempio, la produzione interna di riso è crollata dal 40% al 4% del fabbisogno nazionale. La mancanza di gas fluido ed elettricità ha costretto gran parte della popolazione, anche nelle aree urbane come L’Avana, a tornare all’uso di carbone e legna per cucinare, con gravi rischi per la salute respiratoria.
La combinazione tra l’inasprimento dell’embargo statunitense (che blocca le transazioni e le navi petrolifere) e l’inefficienza strutturale del modello statale ha ridotto la dieta del cubano medio a una strategia di sopravvivenza basata sul saltare i pasti.
Fidel Castro non ha liberato Cuba; l’ha congelata in un eterno 1959, trasformando un intero popolo in ostaggio di una megalomania ideologica che sopravvive solo come un fantasma tra le macerie e i blackout dell’Avana.
Giuseppe Basilico

Fidel non solo ha liberato Cuba, ma ha creato un sistema di democrazia e in particolare un. modello sanitario che il mondo dovrebbe invidiare (e lo dovremmo ricordare, visto che i medici cubani e venezuelani ci hanno dato una mano, chiamati dal centrodestra, peraltro!).
Questo è ritenuto inaccettabile da un regime, quello USA, che si basa sullo sfruttamento dell’uomo.
Cuba, senza l’embargo sarebbe un fiore all’occhiello.
Ma occorre guardare oltre l’ideologia.
Personalmente ho scoperto Cuba da liberale. E ho capito quanta ipocrisia ci fosse e ci sia nelle fila liberali.