Un Presidente della Camera dichiaratamente e orgogliosamente comunista, un Presidente della Repubblica post-comunista che certo non rinnega niente della sua passata militanza politica, un Presidente del Senato ex dc. Difficile dare torto a quel giornale che ha titolato “Comunisti-Democristiani: due a uno”. In realtà, dal punto di vista politico, la partita istituzionale si è conclusa con una vittoria netta della cultura comunista italiana. Sia chiaro. Non siamo fra coloro che vedono nel comunismo il male assoluto, da laici ci limitiamo ad osservare che quella ricetta non funziona e non mai ha funzionato. Per essere più chiari riteniamo che, nel mondo di oggi, non funzioni nemmeno quello che del comunismo è rimasto, vale a dire una concezione politica che privilegia tutto quello che è pubblico e che fa capo allo Stato. Questo però è un altro discorso. In questa sede ci preme sottolineare il dato politico. L’elezione delle tre più importanti cariche istituzionali ha riqualificato, in un certo senso riabilitato, il comunismo italiano. Questo è tanto più vero se riflettiamo su un retroscena dell’elezione presidenziale: i ds, alla faccia della tanto sbandierata volontà unitaria, non hanno nemmeno preso in considerazione per un attimo la possibilità di eleggere al Colle Giuliano Amato, che pure è stato eletto nelle loro liste e il cui nome e il cui ruolo la Quercia spende a man bassa sul piano europeo ed internazionale. Eppure su quel nome sarebbe stato possibile far convergere la totalità del Parlamento. Ha prevalso, nel partito di Fassino, l’orgoglio della storia e dell’appartenenza. Perfettamente legittimo. Guardate però l’ironia della sorte. Il comunismo, che nelle grandi scelte della politica italiana è stato sempre, e questo sempre va sottolineato, dalla parte sbagliata è oggi all’onor degli altari mentre il socialismo, che di converso ha saputo coniugare la giustizia sociale con la salda appartenenza alla storia e alla cultura dell’Occidente, è nella polvere. Essere o essere stato socialista insomma è un handicap. Anche per quello che riguarda il futuro della sinistra i post comunisti chiedono ai socialisti l’abiura. Non potendo, per ovvi motivi, mettere l’aggettivo comunista nel nome del partito che dovrà nascere, hanno ottenuto che non ci fosse nemmeno quello socialista. Evidentemente il vederselo sempre davanti avrebbe ricordato a tutti chi aveva avuto ragione nella secolare contesa fra comunismo e socialismo. In futuro così a vedere la luce sarà il Partito Democratico.
Onestà intellettuale vuole che si dica, e questo forse è l’aspetto più triste della vicenda, che tutto questo è stato ed è possibile perché gli eredi della tradizione socialista, almeno quelli oggi sulla scena, non hanno nemmeno l’ombra dei cosiddetti attributi. Privilegiano l’esserci e per esserci devono pagare il prezzo di stare al gioco. Ogni tanto alzano la voce in nome della tradizione ma poi quando il gioco si fa non duro ma appena appena più forte abbassano subito i toni e tornano nei ranghi. Trattati quasi come una riserva indiana, si contentano di sopravvivere. Amato va bene per i convegni e la platea internazionale, fa fare bella figura, Boselli per un verso e Bobo Craxi per un altro solo per il diritto di tribuna. Almeno De Michelis ha il coraggio del nome ma da solo o quasi si limita alla testimonianza. Il caso dello SDI poi è emblematico. Questo partito, da quando esiste, non si è mai presentato alle politiche con l’orgoglio del suo nome. Ha sempre fatto alleanze, con altri partiti e movimenti e naturalmente ha sempre preso meno voti di quelli rappresentati dalla somma delle liste che costituivano l’alleanza. La stessa cosa che è successa a queste elezioni alla Rosa nel Pugno. Il tutto per paura che non scattasse qualche collegio. Appunto l’importanza di esserci. Perché allora meravigliarsi se su tre cariche istituzionali due sono andate a chi fino ad ieri vedeva nello Stato un nemico di classe?
Il torto di avere avuto ragione. Lo strano destino del socialismo italiano ormai destinato all’oblio
Il comunismo, che nelle grandi scelte della politica italiana è stato sempre, e questo sempre va sottolineato, dalla parte sbagliata è oggi all’onor degli altari mentre il socialismo, che di converso ha saputo coniugare la giustizia sociale con la salda appartenenza alla storia e alla cultura dell’Occidente, è nella polvere.

LA CRISI DEL SOCIALISMO DEMOCRATICO IN ITALIA STA NON SOLO NELL’ERRORE CHE RISALE AL 1948 COL FRONTE POPOLARE, MA SUCCESSIVAMENTE ANCHE NELL’APPIATTIMENTO DEL PSI VERSO IL PCI E DEL PSDI VERSO LA DC. UNA SITUAZIONE PER UN VERSO ANALOGA A QUELLA ATTUALE. INOLTRE E’ VENUTA A MANCARE L’ELABORAZIONE DI IDEE SOSTITUITA DA AFFARI PERSONALI E DA CORRUZIONE SENZA LIMITI CHE HA PORTATO A TANGENTOPOLI. IL TERMINE SOCIALISTA E’ SCREDITATO IN ITALIA PERCHE’ I COMPORTAMENTI NON SONO STATI CONSEGUENTI ALLE FINALITA’ DEL MOVIMENTO POLITICO.
Sul socialismo non si discute perchè il socialismo sta tutto nel dna della società italiana. Da Rosselli in poi a Nenni ed infine a Bettino Craxi_ grande e meritorio il suo tentativo di riformatore mai accettato perchè avrebbe emarginato le oligarchie ( leggasi cricche) dei partiti e dato all’Italia quel prestigio che i cittadini reclamano partendo dalla dignità, dal rispetto dei propri diritti e dalla democrazia compiuta.
Oggi una spinta va data alla complementarietà dell’azione della maggioranza con l’opposizione. Ma con chi si parla? Con i sordi.
Democrazia, libertà, liberalismo, libertarismo, federalismo, autonomie e serietà con impegno, sono le fondamenta per costruire una nazione – e la nostra ne ha proprio bisogno – perchè al popolo venga dato senso compiuto riconoscendo la centralità dei cittadini nel corpo della nazione, e considerando i politici che siedono in Parlamento impiegati a tutti gli effetti con diritti e doveri ma privi di privilegi assurdi che pesano come macigni nel bilancio dello Stato e nelle tasche degli italiani.
“Essere o essere stato socialista insomma è un handicap.” Beh ,non esageriamo sull’essere ! Indossare una casacca ,non ha mai fatto il monaco……….Del resto ,commentando “…l’aspetto più triste della vicenda, ….. tutto questo è stato ed è possibile perché gli eredi della tradizione socialista, almeno quelli oggi sulla scena, non hanno nemmeno l’ombra dei cosiddetti attributi. Privilegiano l’esserci e per esserci devono pagare il prezzo di stare al gioco…” viene confermato che quella caratteristica di “essere socialista” si squaglia oggi come neve al sole ! Quanto infine al “ pagare il prezzo ..“ ,neppure in questo caso ci piangerei su……….tra pensioni ,liquidazioni ,incarichi et similia , non credo che il “dottor sottile”debba rimpiangere la mancanza di un vitalizio presidenziale ! Più che sottile ,mi sembra abbastanza ingombrante di suo !
Giuliano Amato, poteva essere il presidente di tutti, Giorgio Napolitano sarà, suo malgrado, il presidente di una parte e dovrà dimostrare di essere superparte.
Che i DS non avrebbero speso un voto a favore di un ex P.S.I., era implicito nelle cose. DS e Margherita, come hanno sempre fatto, non lasciano nemmeno le bricciole a nessuno, parlano di unità, di convergenze, di alleanze sempre prima di ogni elezione,dopo se ne dimenticano, come si sono dimenticati i buoni propositi “il capo dello stato, se noi vinceremo le elezioni, sarà espressione di tutto il parlamento”, parole di piombo che come il piombo si sono fuse al primo calore. Mi chiedo chi potrà essere così stolto da imparentarsi nel “partito democratico” , con questi soggetti. Meglio la Rosa Nel Pugno, con qualche socialista fornito di attributi più di Boselli, potrebbe riuscire a ritagliare una spazio socialista riformista in cui riconoscersi. Pannella, certamente non è quel che si possa definire socialista emblematico, è certamente un gran combattente, non è un difetto, in difetto se mai c’è Boselli col suo fare da bravo ragazzo di campagna inconcludente.