
Quest’anno il bilancio arriva con il peso di una consapevolezza matura. Tre anni sono un tempo politico significativo, quello dopo il quale non si può più dire “abbiamo ereditato macerie” senza rendersi ridicoli. Tre anni sono sufficienti per capire se un progetto di governo ha gambe, visione, capacità. O se invece naviga a vista, trasformando ogni difficoltà in propaganda e ogni critica in complotto.
La sanità pubblica non è un’opinione, è un termometro sociale. Quando i pronto soccorso diventano anticamere dell’inferno, quando le liste d’attesa si misurano in stagioni anziché in settimane, quando chi ha soldi si cura e chi non li ha aspetta, allora qualcosa si è rotto nel patto di cittadinanza. E la rottura non si ripara con gli annunci o con le conferenze stampa compiaciute.
La scuola pubblica , quella costituzionale, laica, aperta a tutti , continua a perdere pezzi mentre i finanziamenti scivolano altrove. Non è ideologia, è aritmetica: ogni euro che va alla scuola privata è un euro che manca ai laboratori pubblici, agli edifici che cadono a pezzi, agli insegnanti pagati come commessi. E quando un ministro apostrofa gli studenti come “inutili”, non è più questione di gaffe: è lo specchio di una mentalità che ha smesso di credere nel valore dell’istruzione come ascensore sociale.
I salari fermi, i prezzi che corrono, la povertà che non è più solo disagio ma vergogna quotidiana per chi fatica ad arrivare a fine mese pur lavorando. Questa non è congiuntura, è sistema. Un sistema che ha smesso di redistribuire, di proteggere, di includere..
Ma sarebbe troppo comodo addossare tutto a un colore politico. La verità è più amara: l’opposizione si è suicidata con le proprie mani, affogando nelle correnti interne mentre il Paese affondava. Non ha saputo costruire un’alternativa credibile, non ha intercettato il disagio, non ha parlato al cuore e alla pancia della gente. Ha perso per inadeguatezza prima ancora che per sconfitta elettorale.
Eppure , ed è qui la differenza sottile ma decisiva , c’è una distinzione tra essere delusi da chi non ha saputo opporsi e sentirsi minacciati da chi governa. Tra la frustrazione per un’assenza e la paura per una presenza. Tra la critica libera e il sospetto che quella libertà si stia restringendo, parola dopo parola, decreto dopo decreto.
Marzo porterà i referendum. Non sono tecnicismi giuridici, sono scelte di civiltà. Riguardano il modo in cui la giustizia deve funzionare in una democrazia: autonoma dal potere o subordinata a esso. Non è materia da esperti, è questione che riguarda ogni cittadino che potrebbe un giorno avere bisogno di un giudice veramente libero.
Dire “no” significa impedire che anche l’ultimo argine , l’autonomia della magistratura, il ruolo del pubblico ministero , venga piegato al potere politico. Quando i contrappesi saltano, la democrazia non crolla all’improvviso: si svuota lentamente.
Sul territorio, il discorso si fa ancora più concreto. Le amministrazioni locali promettono il bene comune, ma il bene comune senza lavoro è retorica. Una città può essere pulita, sicura, curata – e deve esserlo – ma se i giovani scappano, se le saracinesche si abbassano, se il tessuto sociale si logora, allora quella pulizia diventa scenografia di uno spettacolo senza pubblico.
E poi c’è la voce. Chi ha diritto di parlare, chi viene ascoltato, chi viene silenziato. Troppo spesso salgono in cattedra i megafoni del potere, chi sa dove soffia il vento e vi piega la schiena. Mentre restano ai margini quegli intellettuali scomodi, quelli che illuminano invece di compiacere, che disturbano invece di confermare. L’arte e la cultura del territorio dovrebbero essere patrimonio condiviso, non trofei da esibire nelle inaugurazioni.
Questo non è comizio né manifesto. È solo il tentativo di raccontare quello che si vede quando si toglie il filtro della propaganda e quello dell’ideologia. Quando si prova semplicemente a capire, a scavare sotto la superficie, a chiamare le cose con il loro nome.
Forse è questo l’augurio più onesto per il Natale che viene: che ognuno trovi il coraggio di farsi domande scomode, di non accontentarsi delle risposte preconfezionate, di pretendere di più da chi governa e da chi si oppone. Di non rassegnarsi all’idea che tutto sia già scritto e che nulla possa cambiare.
La politica non è un destino. È una scelta che si rinnova ogni giorno, nel voto come nel pensiero, nel silenzio come nella parola. E forse è arrivato il momento di smettere di delegare e iniziare a pretendere.
Daniela Piesco

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