Con pazienza e rassegnazione ci stiamo abbandonando ad una strisciante compassione verso il nostro stato di esseri pulsanti ragione ed opera. Ci conduciamo al termine di una qualsiasi ipotesi di dignità, comunque la si intenda. Sfuggiamo per una acquisita –non conquistata e meditata – abitudine i percorsi del divenire. Alterando, finanche, le condizioni spazio-temporali della nostra fisicità.
Potrebbe essere l’annuncio di un’era di divinità. Vestirci dei panni di un oltre-profeta, di un oltre-messia. Una condizione assoluta di libertà.
Ma siamo compiaciuti nel solo gioco dell’apparire ex. Un “già” che ci attribuisca una provenienza di incertezze risolte ed un avvenire da esibire.
Con percorsi inversi, alterati. In un paradosso che può anche apparire incruento ma che nella sua frenesia disturba la condizione stessa della vita.
Così, un “già” vecchio è l’icona di una apparente estetica giovanile, una “già” foresta tropicale è il motivo di prati plastificati, un “già” millantatore è l’imbonitore di un credo religioso o politico.
E il “già” non è più il segno di un percorso di consapevolezza, ma il luogo di raduno delle verità mistificate.
Con un pizzico di idiota egoismo, personale,: il tempo dei “già” mi potrà consentire, un giorno, di dire di me “già defunto” …?
(f)
il tempo dei “già”
Con pazienza e rassegnazione ci stiamo abbandonando ad una strisciante compassione verso il nostro stato di esseri pulsanti ragione ed opera. Ci conduciamo al termine di una qualsiasi ipotesi di dignità, comunque la si intenda. Sfuggiamo per una acquisita –non conquistata e meditata – abitudine i percorsi del divenire. Alterando, finanche, le condizioni spazio-temporali della nostra fisicità. [segue]

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