
Il mondo sembra compiacersi della clamorosa sconfitta di Trump, quasi considerasse già acquisita la sua morte politica. Lungi da me voler difendere l’operato del tycoon: ogni volta che vado a fare benzina mi viene voglia di prendere lui e Netanyahu a pedate nel sedere. Ma l’entusiasmo non deve far perdere di vista un particolare: per altri due anni il presidente degli Stati Uniti resta lui. L’anatra sarà anche zoppa, ma nessuno è ancora riuscito a metterla in forno. C’è poi un altro aspetto da considerare: la variegata coalizione che ha contribuito alla vittoria democratica non è affatto un blocco politico omogeneo. Per battere Trump si è messo insieme tutto il possibile, comprese forze e sensibilità che difficilmente potranno convivere senza contraddizioni. È una formula che potrebbe riproporsi nelle prossime sfide elettorali in Spagna, Francia, Polonia e Italia, dove sembra riaffacciarsi persino l’ipotesi di un nuovo Ulivo. Un’esperienza che non possiamo dimenticare: non solo quell’Ulivo mandò a casa Prodi dopo pochi mesi, ma alle elezioni successive Berlusconi conquistò il massimo consenso della sua carriera politica. Dunque, cautela. Prima di lanciarsi in facili proclami di vittoria, sarebbe opportuno serrare le fila e capire quanto sia davvero solida questa nuova maggioranza. Perché il tacchino, prima di finire arrosto, venderà cara la pelle. E soprattutto, come insegna un vecchio adagio, non è cotto finché non è cotto. Anche la prospettiva di un incontro a tre tra Stati Uniti, Cina e Russia meriterebbe qualche riflessione. Se l’iniziativa diplomatica dovesse concretizzarsi, non sarebbe un appuntamento qualsiasi. Mettere allo stesso tavolo Trump, Xi Jinping e Putin significherebbe riportare il presidente americano al centro di una partita internazionale nella quale si decidono equilibri strategici, rapporti economici e persino il futuro dei conflitti. Pechino avrebbe tutto l’interesse a proporsi come interlocutore indispensabile, mentre Mosca cercherebbe di recuperare spazio e legittimazione. Non sappiamo ancora quali risultati potrebbe produrre un simile vertice, ma una cosa è certa: chi considera Trump politicamente archiviato rischia di sottovalutare il peso degli Stati Uniti e, soprattutto, il ruolo che il loro presidente intende ancora giocare. Mi riferisco soprattutto a certi commenti nostrani, nei quali improvvisamente tutti sembrano diventati esperti, e qualcuno persino espertissimo, di Costituzione americana. C’è già chi evoca l’impeachment, immaginando una sorta di forca politica immediata per l’inquilino della Casa Bianca. Ma la politica, soprattutto quella americana, non si liquida con un entusiasmo da curva. Trump non ha alcuna intenzione di spennarsi da solo né di accomodarsi docilmente nella teglia, pronto per essere servito ai suoi avversari in un Ringraziamento anticipato. I democratici possono anche preparare la tavola, ma prima di festeggiare il ritorno allo Studio Ovale farebbero bene ad aspettare. Perché il tacchino, a quanto pare, non ha ancora nessuna intenzione di farsi arrostire.
Angelo Santoro


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