Della breve stagione concertistica di quest’anno proposta dalla Camerata Strumentale, il secondo concerto, di giovedì 16 dicembre, è stato di sicuro uno dei più attesi. In programma, la musica di Mozart e Haydn diretta dall’ottimo Bressan, ha ritrovato al Politeama di Prato il suo affezionato pubblico. Per questa occasione il gelo, che ha sorpreso la nostra città, ha scelto di vestirsi d’eleganza, per lo spirito, la fantasia delle celebri pagine cui il maestro Martin Frost ha posto come protagonista, il clarinetto. Prima del concerto K622, la serata si è aperta con la sinfonia nr. 27 nella tonalità Sol maggiore k 199 scritta da Mozart, forse, nell’aprile del 1773, che nella versione originale era composto di due flauti, due corni ed archi. E’ in questo periodo che il genio salisburghese porta alla musica strumentale un nuovo cammino originale ed autonomo, stimolato dai grandi quartetti per archi di Haydn. Nella luminosa sinfonia, accenti piacevoli e delicati s’alternano. Dai flauti orchestrali e dal pizzicato delle viole e violoncelli, l’Andantino scivola via, per poi passare al presto finale di spirito giocoso, meritato suggello dell’orchestra. Tema centrale della serata ed atteso, è stato, però, il concerto per clarinetto, l’ultimo di Mozart, scritto per l’amico e virtuoso Anton Stadler cui aveva già dedicato il quintetto k581 datato 1789, più una parte ritagliata apposta nel concerto k550. Martin Frost il grande interprete di strumenti a fiato, ne ha lasciato una nitida quanto mirabile esecuzione riscuotendo applausi dalla sala. In un abbigliamento classico ma non troppo, più da jazz, che da classico musicista, all’emozionante esecuzione, ha dato un’immagine di contemporaneità a musica senza tempo. L’Adagio, vertice di questa interpretazione ci ha lasciato un effetto profondo che era inevitabile, data la capacità espressiva dell’artista interprete. Il rondò finale ha regalato spazio alla brillantezza dello strumento. Frost, ha poi salutato il pubblico con due brevi bis d’altro genere. Non poteva, però, mancare Haydn in conclusione di serata, amico riconosciuto di Mozart ed entrambi massoni, con un’eccellente “ Gallina”, sinfonia dell’epoca parigina commissionata con altre cinque proprio da una loggia massonica francese. Lo spirito del compositore, di un irriducibile ottimismo, aveva scelto quel nome per il caratteristico pigolio dei suoi violini e dell’oboe nel secondo movimento Andante. Diremmo, una “Gallina” fantastica, piacevolissima sinfonia in sol minore Hoboken I: 83, anche un po’ chioccia che ha accompagnato verso casa un pubblico fatto di tanti bambini, come pulcini portati alla serata concertistica da mamme e nonni per ascoltare uno stupefacente clarinetto.
Enrico Martelloni

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