
La distruzione di una città alla periferia dell’Impero hittita passò quasi inosservata nei grandi regni del Vicino Oriente. Eppure, grazie ai poemi omerici, l’assedio di Troia è da tremila anni oggetto di ermeneutica antropologica nel senso coniato da Clifford Geertz: andare oltre gli eventi per analizzare i significati simbolici che li sottendono.
L’Iliade, ad esempio, rivela l’assurdità della guerra. Da essa si dipartono percorsi obliqui, trasversali, tracciati dai tragici della Grecia classica e da poeti, artisti, studiosi di scienze umane di ogni tempo. A Troia si combatté per il controllo degli Stretti e l’accesso al Mar Nero. Il ratto/fuga di Elena nasconde tali obiettivi. Ancora più significativo che Euripide, seguendo Stesicoro, accolga una variante del mito omerico: a Troia non c’era Elena ma un suo “simulacro”. Ma era solo un artificio narrativo per salvare la rispettabilità della regina di Sparta, reintegrata da Menelao nel suo rango?
In realtà, si vuole sottolineare che le vere motivazioni erano state occultate da una strategia di comunicazione che non si faceva scrupolo di ricorrere a un plateale falso. Un po’ come si è fatto qualche decennio fa scatenando una guerra in Iraq per debellare inesistenti armi di distruzione di massa.
Infatti, se a Troia c’era solo un simulacro, una sosia, dovevano ben saperlo Menelao, Agamennone e i più autorevoli wanax, anche perché una simile trama non poteva che essere stata ordita dal solito Odisseo.
La distruzione di Troia è archetipo delle violenze, delle atrocità sulla popolazione civile che sono il frutto di tutte le guerre. La vendetta degli dei si compie sulla stirpe di Priamo ma genera a sua volta una nemesi che si abbatterà sugli Atridi, sul sacrilego Aiace Oileo, su Odisseo e Diomede, i trafugatori del Palladio. Pagheranno colpe antiche e anche la furia distruttrice del saccheggio, la droga psicologica di ogni assedio.
Più volte il destino del mondo mediterraneo è stato deciso sul Bosforo. Nel 1453 la fine dell’Impero bizantino sancì il predominio turco sulle vie di comunicazione per l’Asia, ma spinse l’Occidente a cercare nuove mete sull’Atlantico. Anche la caduta di Troia testimonia una duplice svolta epocale: la fine di una civiltà egea e la parallela decadenza della potenza micenea.
Ci sono altri due aspetti che hanno contribuito alla singolare “fortuna” del ciclo troiano. Il conflitto non era fra Oriente e Occidente ma si collocava all’interno dell’oikoumene mediterranea: Greci e Troiani avevano la stessa cultura, analoghe usanze. Nel mito greco l’Oriente iniziava “oltre” Troia: ad Hattusa, ad Assuwa.
In Omero, per gli Achei, il pretesto di difendere il proprio diritto – che cela una considerazione della donna come oggetto da possedere – è sempre in sottofondo rispetto alla brama di conquista.
Tuttavia, il mito non chiede mai una lettura univoca. Allora si può ipotizzare che Afrodite, più che conquistare la mela d’oro destinata “alla più bella” (che, essendo lei dea della bellezza, avrebbe dovuto spettarle di default), intendesse utilizzare il ratto/fuga di Elena (la cui vera madre non era Leda ma Nemesi!) per abbattere l’orgoglio dei “rozzi” Achei che si erano sostituiti alla civiltà minoica.
Perciò si può qui abbozzare un racconto “alternativo” in cui si immagini che sul Monte Ida, mentre trionfava nel giudizio di Paride, Afrodite avesse tutt’altri sentimenti: i suoi occhi cerulei erano persi in un sogno… il sogno della civiltà minoica di città senza mura, ricche di ville e palazzi con mosaici policromi. Il sogno di una civiltà egea matrilineare in cui il Mediterraneo, crocevia di traffici, non divideva ma univa i popoli.
Thira, nelle Cicladi, meglio conosciuta come Kallisti (la bellissima), vantava città e villaggi a picco sulla costa o sulle colline, tra i vigneti e i lentischi. Ad Akrotiri, palazzi che non avevano nulla della fortezza, finemente decorati da scene di pesca, delfini e pesci volanti. Ovunque papiro e mirto. Una civiltà affascinante e misteriosa. Ricordava lo splendore dell’Egitto e delle civiltà mesopotamiche ma aveva carattere fondamentalmente autoctono, a partire dalla particolare sensibilità per la natura.
A Creta, il palazzo di Cnosso, con la sua imponente scalinata in pietra, le verande colorate, ospitava, nelle sue 1400 sale, non solo la famiglia reale e i dignitari, ma un’intera folla di carpentieri, orafi, mobilieri, tessitrici, pittori.
In mezzo a vigneti e ad alberi da frutta, grandi strade lastricate, le prime del loro genere in Europa, collegavano Cnosso ai porti meridionali dell’isola con architetture studiate in modo da valorizzare gli aspetti naturalistici.
Le donne, con abiti raffinati, vistosi, dalle caratteristiche maniche a sbuffo, erano i soggetti più frequenti della pittura e protagoniste della vita pubblica. Non ci sono pervenuti ritratti di sovrani ma di sacerdotesse o regine che offrivano doni votivi, mentre i giovani erano impegnati in gare sportive, danzavano o compivano giochi acrobatici.
L’arte minoica rispecchia una lunga pace esterna e interna: mancano scene grandiose di battaglia, di eserciti in marcia. Prevalgono le feste: della primavera, del mare, della raccolta.
Ma sotto le splendide sale dei ricevimenti, del palazzo di Cnosso, si estendeva il labirinto in cui si aggirava il Minotauro. Perché in ogni civiltà c’è sempre un lato oscuro, una forza repressa. C’è la cicuta di Socrate, il rogo di Savonarola.
Quello di Afrodite era, però, solo un sogno. Voleva umiliare gli Atridi favorendo la fuga di Elena. Certo, non ignorava che ne sarebbe scaturita una guerra nella quale Troia poteva uscirne sconfitta. Ma sperava che, in ogni caso, i Greci vincitori non avrebbero tratto vantaggi dalla loro impresa. Ma tutto ciò non avrebbe resuscitato la civiltà minoica.
Le disavventure dei nòstoi rivelano, infatti, che i reduci, indeboliti da dieci anni di assedio, si trovarono a fare i conti con usurpatori e conflitti interni e, nel giro di pochi decenni, divennero preda delle invasioni dei Dori. La hybris non sarebbe rimasta impunita. Ma, con una sorta di eterogenesi dei fini, la guerra combattuta sulle rive del Simoenta fu l’ultimo scenario dei “cavalieri antiqui”, gli uomini vestiti di bronzo, dai grandi scudi istoriati. Poi sarebbero giunti dal nord gli uomini armati di ferro e non sarebbero bastate a fermarli le ciclopiche mura di Argo e di Tirinto. Dal pomo della discordia non poteva sorgere che l’età del ferro.
Da questo abbozzo di racconto può sorgere una domanda: perché ad Afrodite stava così a cuore la civiltà cretese? Qui si ipotizza che Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e quindi anche della fertilità, si identificasse o, comunque, avesse molto in comune con la Grande Madre (a sua volta assimilabile alla mesopotamica Ishtar), che era la divinità principale della Creta minoica.
E il sito archeologico di Viannos, che si trova a Kria Vrisi, vicino al villaggio di Kato Simi, nella regione di Heraklion, a 31 km da Ierapetra, è stato ritrovato un grande santuario dedicato a Hermes e Afrodite che risale all’inizio del secondo millennio a.C.
Gabriele Parenti
Questo articolo sintetizza e rielabora un capitolo del mio libro Il sogno di Afrodite, l’inganno di Apollo. Firenze 2013

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