
Al netto dei risultati ancora tutti da capire di questa pseudo tregua a Gaza, colpisce più del resto il silenzio imbarazzato della sinistra italiana. Ieri tamburi in piazza, megafoni, parole d’ordine a rotazione. Oggi, quando servirebbe una linea politica, cala il sipario. Non è prudenza, è afasia. La protesta diventa alibi, lo scontro con la polizia una posa, il corteo un palinsesto fisso. Di programmi niente. Di costi e coperture neppure l’ombra.
Nel frattempo il governo incassa un segnale di fiducia dai mercati. Standard & Poor’s, una delle principali agenzie internazionali di rating, tutt’altro che tenera con l’Italia, ha confermato la solidità dei conti pubblici e, per la prima volta dopo anni di stagnazione, ha accompagnato il giudizio con una classificazione di incoraggiamento. È una sorta di “pollice alzato” verso le politiche economiche in corso, un piccolo ma significativo passo che riconosce la direzione intrapresa: ridurre il disavanzo, contenere il debito e riportare la finanza pubblica su binari credibili.
Non è un miracolo, ma un segnale. È la differenza tra chi urla e chi lavora. La sinistra, invece, resta ferma, ostaggio del proprio vocabolario e della nostalgia di un mondo che non c’è più. Si definisce riformista ma non riforma nulla. Parla di lavoro e dimentica la manifattura, invoca diritti e smarrisce doveri e merito. Su energia, scuola, industria, difesa europea, migrazioni e fisco arrivano solo titoli generici, nessuna struttura reale. Il Paese intanto chiede tre cose semplici e concrete: lavoro, sicurezza, servizi che funzionano. Non slogan da balcone.
Anche sulla politica estera prevale la scorciatoia morale. Si preferisce la posa all’analisi, il gesto simbolico alla strategia. Ma il mondo non premia le buone intenzioni: guarda ai fatti, agli equilibri, agli interessi nazionali. Chi resta fermo viene superato, chi si isola viene dimenticato.
Il governo non è immune da errori, ma almeno prova a mettere ordine nei conti e a ridare credibilità a un Paese che ha bisogno di stabilità più che di chiacchiere. La politica non è un hashtag, è un bilancio. Finita la scenografia restano numeri, fabbriche, buste paga, bollette, scuole e cantieri. Tutto il resto è rumore, e il rumore alla lunga stanca.
Eppure non si può non notare un rischio serio: per una democrazia sana, la mancanza di vero bipolarismo è un pericolo silenzioso. L’assenza prolungata di un’opposizione credibile, capace di controbilanciare e proporre alternative reali, non ci fa dormire sonni tranquilli. Una democrazia si regge sull’equilibrio dei poteri e sulla vitalità del confronto. Quando uno dei due poli scompare, anche il migliore dei governi finisce per parlare da solo.
C’è un’Italia che cerca di tenersi in carreggiata e un’altra che si accontenta di urlare dal marciapiede. La prima costruisce, la seconda commenta. E i mercati, che piaccia o no, se ne sono accorti. Ma una democrazia senza opposizione non è un segno di forza. È un campanello d’allarme.
Piero Terracina

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