
C’è un cinema che non si limita a raccontare il passato, ma scava nelle zone d’ombra della memoria per farne un dramma universale. Nasce da questa urgenza “Il silenzio della fafoglia”, un affascinante progetto cinematografico d’autore attualmente in itinere che punta a rinfrescare i canoni del genere storico meridionale. Ambientata negli anni cruciali del brigantaggio post-unitario, l’opera si muove tra le pagine di una sceneggiatura in via di definizione e si sposta idealmente dalle montagne del Sannio molisano alle pietre millenarie di Melfi, svelando un disegno ambizioso, destinato a lasciare un segno nel panorama culturale contemporaneo per l’audacia di una scelta strutturale che intreccia tre aspetti fondamentali: storico, antropologico e psicologico.
Dietro questa complessa macchina narrativa c’è l’ideazione di Nicolino Valente. Molisano di nascita (classe 1960) e psicologo professionista presso l’Asp di Potenza — con una lunga esperienza sul campo all’IPM e alla Casa Circondariale di Melfi —, l’autore riversa nell’opera una spiccata attitudine alla dissezione clinica dell’animo umano. Valente contamina la genesi del racconto unendo il rigoroso esame della ricerca storica alla straordinaria sensibilità nell’ascolto del disagio profondo. L’idea progettuale nasce dalla memoria di una vicenda familiare che si fa epopea collettiva, trasformandosi in una lucida riflessione sull’ambiguità morale. Nelle sue intenzioni più profonde, l’opera si inserisce idealmente nel solco di quel cinema d’autore italiano in cui il paesaggio cessa di essere sfondo geografico e si fa tormento interiore: impossibile non cogliere un’analogia con il rigoroso realismo rurale di Ermanno Olmi, lo sguardo antropologico di Vittorio De Seta o le grandi ballate storiche dei fratelli Taviani. Oggi, quella stessa urgenza etica e visiva torna a pulsare in questo progetto in preparazione, che pianifica di restituire alla luce un’eredità sommersa attraverso la lente del dramma psicologico.
Strutturata in due movimenti distinti, la trama scinde il “fatto” storico grezzo dalla sua risonanza etica. Il primo movimento è un vibrante omaggio alla tradizione orale del Sud e ai racconti davanti al fuoco a Sessano del Molise: una favola d’altri tempi adatta ai bambini, fatta di avventure rocambolesche, furbizia rurale e una beneficenza concreta che trasforma il fuorilegge — figura emblematica di quel complesso fenomeno di ribellione sociale che fu il brigantaggio — in uno scudo per i più deboli. Il secondo movimento compie invece una virata netta verso la complessa moralità, rivolgendosi esclusivamente a un pubblico adulto. La cinepresa abbandona gli spazi aperti per rinchiudersi nei luoghi intimi della penombra e del silenzio, penetrando nel dramma interiore della coscienza. In questa fase della vecchiaia, la beneficenza non basta più a placare i tormenti: la scrittura mette in luce il peccato di onnipotenza del vecchio Cola e il peso insostenibile di un inganno reputato necessario ma umanamente devastante.
A metà della pellicola, la narrazione si interrompe bruscamente con un audace stacco temporale che proietta l’azione nel presente a Melfi, nel contesto di una toccante celebrazione familiare e istituzionale. Qui, il piccolo nipotino Nicola — chiamato Cola proprio come l’avo — rompe il silenzio chiedendo il perché di quel nome, seguito a ruota dalla sua sorellina Marta, che accarezzando la corteccia di un albero e avvertendo il respiro del passato cerca di incasellare l’antenato nelle rassicuranti categorie della storiografia: «Era un eroe, un ladro o un benefattore?». A quel punto la risposta del nonno Nicolino, affidata a un sospiro carico di commozione — «Era… era un uomo» —, racchiude l’intero manifesto filosofico del film: la rinuncia al giudizio manicheo in favore dell’accettazione della fragile natura umana.
I piani di lavorazione promettono una “scena madre” di rara potenza visiva. In una stanza contadina rischiarata solo dal camino, il vecchio Cola compie un rito ancestrale: con dita nodose sfarà un mozzicone per recuperare il tabacco, adagiandolo dentro una fafoglia (la foglia di faggio secca usata storicamente dai contadini più poveri al posto delle cartine). Illuminato solo dal bagliore intermittente della brace e nel silenzio della colonna sonora, il protagonista mette a nudo i tormenti della propria coscienza, confessando alle sole pietre di casa un paradosso lacerante: «Ho fatto bene? O ho fatto male? Ho ingannato il mio compare per escluderlo dal bottino… l’ho tradito per tenermi tutto. Ma se non l’avessi fatto, se fossimo rimasti insieme, oggi saremmo stati linciati tutti e due. Dov’è il bene in tutto questo? Il denaro giustifica il tradimento di un fratello?».
Dall’abbozzo della sceneggiatura emerge un finale studiato come un’esperienza sensoriale e filosofica di altissimo livello. Interamente dedicata al dramma degli emigrati “oltremare”, la colonna sonora ospiterà il canto pulito e intimo di una voce femminile solista, contrappunto ideale alla solitudine che avvolge Cola davanti al fuoco che muore. Sullo stacco a nero definitivo, apparirà una scritta fissa in lettere bianche destinata a sigillare l’opera. Questa didascalia legherà il dramma dell’onnipotenza umana alla ricerca della Verità di Sant’Agostino, radicandosi nella celebre massima «In interiore homine habitat veritas». L’opera mette in scena il paradosso squisitamente agostiniano dell’insufficienza delle “opere esterne”: Cola tenta disperatamente di espiare il proprio peccato attraverso la filantropia e la beneficenza pubblica, ma la filosofia agostiniana insegna che non ci si può nascondere dietro le azioni visibili se il nucleo dell’anima è corrotto da un inganno. La coscienza si trasforma così in un tribunale intimo e ineludibile, dove il perdono degli uomini non può sanare la frattura spirituale del tradimento originario. Si tratta di un impianto teologico e filosofico così profondo da essere già stato sottoposto con successo all’analisi del Padre Generale dell’Ordine degli Agostiniani: «I briganti cercavano il potere con le armi… Cola ha cercato la redenzione con la beneficenza. Ma la Verità, come insegnava Agostino, abita nell’interno dell’uomo: nessuna azione pubblica può curare il tarlo di una coscienza che ha tradito l’amico per l’oro». Resta l’eterno dilemma: può il bene nascere dall’inganno?
Un finale volutamente sospeso, un vuoto etico che promette di costringere lo spettatore a interrogarsi sul peso della propria moralità ben oltre i titoli di coda. “Il silenzio della fafoglia”, la cui uscita nelle sale è prevista per il 2027, si lancia così verso il suo futuro cammino produttivo come un’opera cinematografica necessaria, urgente e coraggiosa, capace di restituire la massima dignità alle storie dimenticate del nostro Meridione.
Antonio Laraia

Lascia un commento