L’altro giorno ho avuto l’onore ed il piacere di intervistare l’attore napoletano Antonio Milo per la trasmissione “Sabato Italiano” condotta dall’inarrivabile Josephine Maietta per Radio Hofstra dell’omonima università di New York. Milo, con cortesia e garbo, mi si è aperto partendo dalla sua città natale: Castellamare di Stabia in provincia di Napoli dove il padre lavorava, come tecnico, nei Cantieri navali della famosa Fincantieri e dove, fra le tante cose, costruirono l’Amerigo Vespucci. La voglia di fare l’attore gli nasce intorno ai 18 anni quando, per uno spettacolo natalizio organizzato dall’istituto per ragionieri dove studiava, un prete lo catapultò sul palcoscenico e la polvere di quel palcoscenico lo fece innamorare di quest’arte.

A quel punto, con un suo amico, mise in piedi un’associazione teatrale con spettacoli amatoriali per beneficenza. L’idea fu geniale in quanto con queste rappresentazioni vinse una borsa di studio per una scuola di recitazione a Napoli diretta dal grande Ernesto Calindri, l’Università popolare per lo spettacolo così chiamava. A quel punto la sua passione teatrale decollò definitivamente e quando lo comunicò ai genitori non ne furono granché felici, infatti il padre gli disse:
“Guarda che stai facendo un salto nel vuoto!”.
A questo punto, interpretando il pensiero di molti suoi estimatori, gli ho chiesto come avesse fatto a calarsi nei panni del personaggio del brigadiere Raffaele Maione nella fiction che lo vede coprotagonista con Lino Guanciale nella serie legata alla figura del Commissario Ricciardi.
“Mi sono trovato avvantaggiato perché avevo letto l’opera di Maurizio De Giovanni e già leggendolo lo immaginavo nelle movenze e negli incontri con Bambinella. È un personaggio che crea subito empatia!”.
A questo punto mi ha rivelato che il personaggio Maione gli faceva ricordare il nonno materno come uomo rispettoso della legge, della famiglia e della tradizione. Un uomo tutto d’un pezzo che non se ne trovano più in quanto hanno buttato via lo stampino e in più simile nella mole.
Subito dopo sono passato ad una scena madre in cui Milo, nei panni del brigadiere Maione, accetta di cenare con Filomena, un altro personaggio della fiction, che è stata sfregiata al viso e di cui il Maione subisce il fascino e l’avvenenza. Mi dice che, come nella scena, la “genovese napoletana” è il suo piatto preferito e che le famiglie napoletane trasferiscono i loro sentimenti attraverso la tavola soprattutto nel sacro e lungo pranzo domenicale. Inoltre la lunga preparazione del piatto significa voler rassicurare e trasmettere quell’amore materno soprattutto fra la madre ed il primo figlio maschio.
Continuando nell’intervista gli ho chiesto:
“All’Actors studio si insegna all’attore a lavorare “da dentro a fuori” per arrivare a creare potenti ritratti psicologici dei personaggi, a mettere l’anima nella sua recitazione, e lei?”
La sua risposta è stata:
“Io ho studiato il metodo con Michael Margotta, membro dell’Actors Studio di New York, per cui mi rifaccio a quel metodo perché trovo la metodologia degli strumenti di lavoro molto forti e potenti per costruire ciò che serve ad un personaggio, l’empatia che lo fa giungere alla pancia del pubblico”.
Giunti a questo punto vitale dell’intervista non ho potuto fare a meno di chiedergli se esiste ancora una scuola teatrale napoletana e la sua risposta è stata bella in quanto ha dichiarato di essere, lui stesso, cresciuto con i film di Totò e le commedie dei De Filippo, soprattutto Eduardo e che i suoi tempi teatrali da questi grandi li ha appresi con la semplice osservazione. È fermamente convinto che il suo “mestiere” si ruba anche con gli occhi a chi più ne sa. Ci siamo lasciati per rincontrarci a Napoli per conoscere di persona il suo Actors Lab, un laboratorio per giovani aspiranti attori.
L’ultima battuta non poteva che riguardare il calcio dove, of course, è un tifosissimo del Napoli.
Raffaele Romano

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