In occasione del venticinquesimo anniversario della scomparsa
Venerdì 18 settembre ore 10.00-13.30
Auditorium del Consiglio Regionale della Toscana
via Cavour n.4 – Firenze
Il ruolo della politica nel XXI secolo
L’attualità del pensiero di Riccardo Lombardi

Mi scuso per la consecutio temporum non sempre lineare ed alcuni refusi del precedente scritto, ma ieri ho portato il contributo dell’attualità del pensiero di Riccardo Lombardi in modo ultrafrettoloso, fra la chiusura di una pagina e l’altra del giornale in cui lavoro. Anche i giornalisti “piangono”.
Mi scuso per la consecutio temporum non sempre lineare ed alcuni refusi del precedente scritto, ma ieri ho portato il contributo dell’attualità del pensiero di Riccardo Lombardi in modo ultrafrettoloso, fra la chiusura di una pagina e l’altra del giornale in cui lavoro. Anche i giornalisti “piangono”.
Mi scuso per la consecutio temporum non sempre lineare ed alcuni refusi del precedente scritto, ma ieri ho portato il contributo dell’attualità del pensiero di Riccardo Lombardi in modo ultrafrettoloso, fra la chiusura di una pagina e l’altra del giornale in cui lavoro. Anche i giornalisti “piangono”.
Un ricordo riaffiorato
Proprio durante gli ultimi scampoli di fine agosto sistemavo alcune delle foto che corrispondono cronologicamente alla mia età giovanile. Età che coincise fra il 1971 e il 1989 con la mia militanza politica (l’unica che ho fatto con quell’intensità) prima nella Federazione giovanile socialista italiana (nella direzione e segretaria e nella presidenza nazionale) e poi nel Psi (nel direttivo provinciale della federazione riminese e nell’esecutivo regionale socialista emiliano-romagnolo). Poi, poco prima della tragedia (di cui avvertivo segnali) e della diaspora (che cominciava lentamente proprio allora) ho seguito la politica da altre visuali, ma non più in prima persona come militante di partito. Di qualsivoglia partito.
Continuò però ad essere quello che ero fra i quindici e i trentatre anni: un socialista-liberale grande ammiratore di Carlo Rosselli ed estimatore di Riccardo Lombardi.
E veniamo proprio a Lombardi.
Per la grande maggioranza dei giovani socialisti, almeno fino alla sua morte, era il simbolo della coerenza, dell’intransigenza morale, del rigore aristocratico delle idee prima dell’utile e della convenienza.
Ricordo l’immagine di alcune delle riunioni che fra il 1976 e il 1980 ho visto in quanto esponente nazionale della Fgsi vicino a Riccardo Lombardi e rivelerò anche come, lentamente, il crudo realismo politico abbia trasformato la linea di Lombardi in un connubio, sempre più stretto da parte di altri dirigenti socialisti con l’emergente (e vincente) Bettino Craxi. Lo scontro, se pure condotto per linee interne, fra Lombardi e i “giovani turchi” avvenne. Poi esplose anche fra i “giovani turchi”. Nel 1980, tra l’altro nello scenario del congresso nazionale della Fgs che si svolse a Siena (nel quale venne consacrato Enrico Boselli segretario, collocato su posizioni di sinistra socialista ma proveniente dalle posizioni di riscossa socialista (De Martino e Manca), mentre – anche per mia responsabilità – la sinistra socialista che aveva sulla carta la maggioranza accettò il compromesso e io – disciplinatamente – accettai un ruolo comprimario a quello di Enrico (e divenni presidente nazionale, carica abbastanza simbolica). Evitammo uno scontro fratricida e questo mantenne, in effetti, per altri sei anni la Fgsi su posizioni critiche nei confronti del segretario Craxi, poi la Fgs cambiò volto e divenne molto più timidamente Mgs, Movimento giovanile socialista. Qualcosa di molto più neutro rispetto alle tesi di Bologna e di Siena della Fgs che parlavano apertamente di alternativa di sinistra e di programma comune delle sinistre contro il sistema di potere e di valori guidato dalla Democrazia Cristiana. Idealmente per la maggioranza di quei giovani (erano sulla carta oltre 35 mila iscritti) Lombardi rappresentava un leader riconosciuto, capace di muovere entusiasmi che l’allora fascinoso Claudio Signorile non riusciva ad evocare, per non parlare della delusione e quindi del clima di sospetto che aveva suscitato nella maggioranza dei giovani prima l’ammissione di Fabrizio Cicchitto di essere transitato nella P2, poi l’apertura di Gianni De Michelis ad un rapporto privilegiato ed esclusivo con Craxi e la piccola e aggressiva minoranza di Autonomia Socialista. Per i giovani socialista che partecipavano al congresso nazionale di Bologna nel 1977 e poi di Siena nel 1980 paradossalmente era necessario “un congresso straordinario, Lombardi segretario”. Alcuni di noi, però, si rendevano conto che il Lombardi in grado di essere intelligente leader e uomo di movimento dopo il 1976 con il convegno all’hotel Midas Palace e l’avvento, in parte inevitabile, dei quarantenni al potere “uccisori” dei padri, non solo De Martino, capro espiatorio di un voto che fra il 9,2 del 1972 aveva conseguito il 9,6 per cento ma anche, meno simbolicamente, Nenni e lo stesso Lombardi, oltre che Mancini. I fatti della storia andarono nel superamento, perdendo anche la tensione ideale e morale di quei “padri fondatori” del Psi. I dirigenti quarantenni erano figli del nostro tempo, anche se seppero offrire – soprattutto secondo me Claudio Martelli e Valdo Spini una buona caratura intellettuale del Psi di “Meriti e Bisogni” degli anni Ottanta. Lombardi aveva sempre il mezzo toscano, non sempre spento nonostante il mezzo polmone, sulle labbra e bei vestiti di tweed dalle tonalità verdi e marroni. Parlava con voce flebile, ma netta con quell’accento di origine siciliana che lo rendevano ancora più acuto e penetrante di quanto non già fosse il suo pensiero. Era un’autonomista, anche lui, ma di sinistra ed anche se, forse, l’alternativa alla Mitterrand era difficile in un Paese come l’Italia di quegli anni (per non parlare di questi) la sua era una linea post-azionalista e socialista-liberale coerente e credibile. Dunque, per me, Riccardo Lombardi rimane un uomo politico di grande rilievo e sicuramente una figura a cui, senza retorica, rimarrò legato con stima e riconoscenza, nel tempo che resta della mia vita. A me però non piace definirmi “lombardiano” e nemmeno a lui sarebbe piaciuto la mitizzazione non solo del partito-persona, ma anche della corrente-persona. Amava la stima dei compagni, soprattutto quelli più giovani, ma in fondo, soprattutto, era rimasto integro capace di sognare insieme ad Antonio Giolitti, Giorgio Ruffollo quel razionalismo delle riforme rivoluzionarie che sono la soglia di un socialismo pensato non solo come finzione, ma tentativo di costruire un percorso fra realtà ed utopia.
Pietro Caruso – Forlì