
C’è un momento, nella politica come nella vita, in cui la distanza tra quello che si dice e quello che succede diventa così grande che non la copri più con una conferenza stampa, un post o un talk show. La parabola trumpiana è lì da un po’. Rumorosa, ripetitiva, sempre più scollegata dalla vita vera.
Partiamo da una cosa semplice, che semplice non è mai quando si parla di soldi: i dazi. La banca centrale americana lo ha detto in modo abbastanza chiaro, senza giri di parole utili solo a chi fa propaganda. Quando alzi i dazi, il conto lo pagano soprattutto gli americani. La storia del “li facciamo pagare agli altri” funziona sul palco, ma non funziona alla cassa del supermercato. Se aumenti il costo di quello che importi, quel costo rimbalza dentro casa. Sulle aziende, sui prezzi, sulle famiglie.
E qui arriva la parte più amara. Gli Stati Uniti stanno attraversando i peggiori danni economici degli ultimi vent’anni. Inflazione che non molla, potere d’acquisto che si sbriciola, gente che taglia prima sul carrello e poi sul resto. I frigoriferi si svuotano davvero, non è una metafora da editoriale. È l’economia reale che ti prende per il colletto e ti dice: guarda che la narrazione non mi paga la spesa.
In parallelo, la macchina dei proclami continua a girare come una giostra che non si ferma mai. Valanghe di colloqui bilaterali annunciati come svolte epocali, incontri “storici”, accordi “imminenti”. Poi si va a vedere cosa resta, e spesso resta poco o niente. Una foto, un comunicato, qualche frase a effetto. La politica estera ridotta a scenografia, e i risultati che si dissolvono come fumo. Il problema non è trattare, parlare, incontrarsi. Il problema è vendere ogni chiacchierata come un successo e poi non portare a casa nulla di misurabile.
Sul piano geopolitico il copione è lo stesso: quando manca una strategia, si mostra la forza. L’ennesima portaerei nel Golfo Persico è un gesto che fa rumore, certo. Ma il rumore non è stabilità. È un segnale, spesso più utile a tenere accesa la percezione di potenza che a costruire un equilibrio vero. E in un mondo che ormai è multipolare sul serio, la forza senza direzione rischia di diventare solo consumo, logorio, perdita di credibilità.
Nel frattempo, dall’altra parte dell’Atlantico, qualcuno ha iniziato a fare i conti con lucidità. L’Europa non ha alcun interesse a rompere con l’alleato storico americano. È un legame profondo, fatto di storia, di sicurezza, di economia, di cultura. Ma è altrettanto vero che non può fingere di non vedere l’inconsistenza di una linea politica che cambia umore ogni settimana e obiettivo ogni mese. Francia e Germania hanno lasciato intendere una cosa molto pratica: non si può costruire un progetto comune su sabbie mobili. Quindi si prende distanza, senza spettacolo, senza dichiarazioni incendiarie, cercando di non bruciare i rapporti bilaterali e aspettando che passi la piena.
Ecco il nodo. Questa non è solo una critica a un personaggio, è una critica a un metodo. La politica fatta di slogan, muscoli esibiti e contabilità creativa prima o poi si scontra con i numeri. E i numeri, a differenza degli slogan, non si commuovono. Se l’inflazione mangia i salari, se i prezzi salgono e la gente si arrangia come può, non basta dire “stiamo vincendo” per far tornare il benessere.
La storia è piena di leader convinti di essere indispensabili, e di corti convinte che il potere sia eterno. Poi arriva il tempo, quello che non ha fretta e non fa sconti, e rimette tutto in prospettiva. Quando un progetto politico si rivela vuoto, incoerente e dannoso, la sua destinazione naturale è l’oblio. Una fine ordinaria, quasi domestica, senza eroismi. Come certe cose che, quando capisci che non servono più e non si possono recuperare, finiscono nel bidone dell’indifferenziata.
Mi verrebbe da dire: tutto secondo copione, almeno per chi non fa il tifo ma analizza freddamente lo stato reale dei fatti.
Piero Terracina

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