
C’è un’Italia che tira quotidianamente la cinghia, costretta a districarsi tra bollette che non accennano a scendere e un’inflazione che divora i risparmi di una vita. È l’Italia che aspetta mesi per una mammografia o un controllo cardiologico in strutture pubbliche ormai al collasso, e che vede il proprio potere d’acquisto eroso da un costo della vita implacabile. E poi c’è l’Italia dorata di Palazzo Madama, una bolla privilegiata dove il tempo sembra essersi fermato o, meglio ancora, dove la maggioranza che sostiene l’esecutivo ha deciso deliberatamente di farlo correre all’indietro per tornare ai tempi d’oro dei privilegi intoccabili, quelli che la cittadinanza credeva ormai sepolti sotto il peso della crisi e del buon senso.
Con una decisione che pesa come un macigno sul senso di giustizia sociale, il Consiglio di Garanzia del Senato — organo oggi controllato dai rappresentanti di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia — ha dato il via libera definitivo al ripristino dei vitalizi per 851 ex senatori e 444 familiari. Non si tratta di una scelta tecnica o di un automatismo burocratico, ma di una precisa volontà politica della maggioranza che sostiene Giorgia Meloni. Un colpo di spugna ideologico che cancella la riforma del 2018 e restituisce ai “soliti noti” un tesoretto da 40 milioni di euro l’anno, proprio nei giorni in cui dai banchi dell’esecutivo si continua a ripetere che le casse sono vuote per la sanità, la scuola e le pensioni minime. Mentre si nega un aumento dignitoso a chi ha lavorato una vita intera per il minimo salariale, si firmano con estrema naturalezza assegni giganti per ex parlamentari già ampiamente garantiti.
Il nodo della questione non è solo economico, ma profondamente etico: evidenzia l’ipocrisia di un centrodestra che predica austerità per i deboli e garantismo per i potenti. Il provvedimento abbatte il principio della proporzionalità tra contributi versati e assegno ricevuto, finendo per regalare letteralmente fiumi di denaro pubblico a chi ha già molto, e creando un solco incolmabile tra i doveri imposti ai cittadini e i diritti auto-attribuiti dalla casta dei soliti noti della politica. Se per i comuni lavoratori il calcolo contributivo è una legge ferrea e spesso punitiva — che obbliga a decenni di fatiche per ottenere assegni spesso al limite della sussistenza — per gli ex parlamentari la maggioranza Meloni ha preteso e ottenuto il ritorno al sistema retributivo. L’assegno pensionistico smette così di riflettere quanto effettivamente versato durante il mandato, restando agganciato all’ultimo stipendio percepito e garantendo rendite d’oro che lievitano di migliaia di euro al mese, anche per chi ha occupato lo scranno parlamentare solo per una manciata di anni.
Questa restaurazione stride ferocemente con la realtà del Paese. Parallelamente allo smantellamento del Reddito di Cittadinanza, liquidato come “metadone di Stato” dai palchi del governo, la stessa maggioranza concede una vistosa eccezione per i propri ranghi storici. Si invoca la “Nazione” della meritocrazia e del sacrificio per giustificare i tagli al welfare, ma la solerzia nel tagliare svanisce magicamente quando si tratta di proteggere gli interessi di ex colleghi e amici di partito. Bisogna dirlo con chiarezza: sottrarre fondi al welfare è una scelta sempre sbagliata e pericolosa. Ogni euro tolto alla protezione sociale, al sostegno alla disabilità o ai fondi per l’infanzia non è un risparmio di bilancio, ma un colpo letale inflitto a un sistema già al collasso, il cui unico effetto è quello di impoverire ulteriormente chi non ha voce e di smantellare progressivamente i pilastri della nostra democrazia. Quando lo Stato smette di essere lo scudo dei più fragili per diventare il bancomat dei più forti, perde la sua stessa ragion d’essere. Eppure, per il Governo Meloni, la scure si abbatte solo sulla povera gente, mentre i privilegi della politica restano un dogma intoccabile che non ammette revisioni. Quei 45 milioni di euro di risparmi annui, che potevano finanziare asili nido, ricerca scientifica o il potenziamento dei consultori, vengono ora regalati a chi ha già beneficiato per decenni della generosità del sistema pubblico.
La tempistica di questa operazione appare quasi provocatoria, consumandosi mentre le liste d’attesa negli ospedali spingono i cittadini meno abbienti verso la rinuncia alle cure o verso l’indebitamento per accedere al privato. La destra al potere si è trincerata dietro la formula dei “diritti acquisiti”, un paravento giuridico che suona come una beffa per milioni di italiani che hanno visto i propri diritti reali — alla salute, alla casa e alla dignità — costantemente erosi dai vincoli di bilancio e dalle riforme “lacrime e sangue”. È il paradosso di un esecutivo che si definisce “del popolo” e “sovranista”, ma che nei fatti blinda i privilegi della Prima Repubblica, proteggendo una casta che non risponde più alle logiche del merito, ma solo a quelle dell’appartenenza e del mantenimento dello status quo.
Giorgia Meloni e i suoi alleati sbandierano quotidianamente i concetti di sovranità e merito, agendo però nell’ombra del Senato per garantire una rendita di posizione perpetua a spese del contribuente. Il segnale è devastante per la tenuta del patto sociale: la politica non viene più percepita come un servizio civile a termine, ma come un’assicurazione sulla vita blindata e pagata da chi fatica ad arrivare alla terza settimana del mese. Questo comportamento conferma l’idea di una politica autoreferenziale che vive di regole proprie, scisse dalla realtà vissuta da chi ogni mattina deve fare i conti con un mercato del lavoro precario e una protezione sociale sempre più anemica. È un corto circuito democratico in cui chi detiene le leve del potere le usa per auto-esentarsi dal sacrificio collettivo richiesto a tutti gli altri.
Quarantacinque milioni di euro non sono solo numeri freddi su un bilancio dello Stato; sono la traduzione numerica di ambulanze mai comprate, di borse di studio mai erogate e di aiuti mai arrivati alle piccole imprese che faticano a non chiudere i battenti. Il “giochetto” è stato servito con precisione chirurgica, confidando nella distrazione generale di un Paese stanco e sopraffatto dalle emergenze quotidiane. Tuttavia, chiamare “coerenza” questa operazione richiede un’impudenza senza precedenti. A fronte di un Governo Meloni che brinda tra i velluti di Palazzo Madama alla restaurazione dei propri privilegi, il resto del Paese osserva con un misto di rabbia e disgusto, consapevole di essere, ancora una volta, l’unico a pagare il conto salatissimo per la felicità dei “soliti noti”.
Antonio Laraia

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