Vediamo nuovamente i candidati al Consiglio regionale correre da un impegno all’altro rianimando circoli, manifestazioni ed eventi. Una positiva novità per la democrazia.
La campagna elettorale che si sta svolgendo in Toscana per le elezioni del 31 maggio registra, rispetto alle altre regioni, la novità del ritorno all’espressione delle preferenze per il cittadino elettore, che potrà quindi scegliere una, o due preferenze, se saranno di genere diverso, per individuare i quaranta consiglieri regionali.
In realtà la Toscana ha avuto fino al 2005 i candidati eletti come in tutte le altre regioni, col voto di preferenza, ma dieci anni fa, con un accordo trasversale che portò alla ribalta un’intesa fra Claudio Martini, Presidente della Regione dell’epoca, e Denis Verdini, leader di Forza Italia in Toscana, la legge regionale n.25 del 2004 fu cambiata eliminando le preferenze e imponendo le liste bloccate. Allora si parlò con trionfalismo di legge che sarebbe stata di esempio per tutte le regioni, ma la trasformazione del consigliere regionale, da eletto a nominato dal segretario del suo partito, fu elemento di arretramento nel rapporto fra cittadino ed eletto. Per fortuna l’esperimento, rimasto solo nella negativa esperienza toscana, fu abolito con la modifica legislativa nel settembre scorso, che ha giustamente riportato alle elezioni del Consiglio regionale con voto di preferenza, con la nuova legge elettorale 51/2014.
Oggi che vediamo nuovamente i candidati al Consiglio regionale correre da un impegno all’altro rianimando circoli, manifestazioni ed eventi, non possiamo che trarre l’oggettiva valutazione che la scelta dei propri rappresentanti in Consiglio regionale sia un elemento fondamentale per la democrazia, soprattutto nelle regioni dove costituisce l’istituzione più giovane rispetto a Comune e Stato e che dunque ha bisogno di un supplemento di attrazione di interesse.

Tornare al voto di preferenza è già un fatto positivo per il riavvicinamento del politico al popolo e viceversa.
Siamo lontani dal politico del collegio e dalla diretta dipendenza dal popolo del collegio sia per l’elezione sia per la sfiducia.
Domenico Civitano
Beh Giani del resto fa parte di quella grande scuola e fucina di democrazia che fu il socialismo riformista, democratico e libertario italiano. E pure se nel tempo si è adattato all’inesorabile imperativo “la politica è l’arte del possibile” dimostra di non aver dimenticato la lezione di civiltà politica che egli stesso trasmetteva a noi più giovani di qualche anno.