
C’è un momento, nella storia di una democrazia, in cui il dettaglio tecnico deve
lasciare il passo alla visione d’insieme e alla responsabilità storica. Quel momento
è oggi. Mentre il dibattito sulla riforma costituzionale della magistratura rischia di
arenarsi in un labirinto di codicilli, procedure e tecnicismi giuridici che spesso
finiscono per confondere i cittadini, la voce di Rino Formica, 98 anni di
lucidissima memoria socialista e passione civile, squarcia il velo dell’ipocrisia
politica. La sua analisi è tagliente: non è in gioco la semplice carriera dei
magistrati, né una maggiore efficienza dei tribunali; in gioco c’è la tenuta stessa
del sistema democratico e l’autonomia di un intero potere dello Stato.
Per Formica, la separazione delle carriere o le nuove norme sull’autogoverno dei
giudici non sono che “riforme fantasma”, specchi per le allodole che nascondono
un’intenzione molto più profonda e pericolosa. In un contesto di progressiva
decadenza democratica, avverte lo statista, ogni frammentazione o indebolimento
del potere giudiziario non serve a renderlo più libero, ma a renderlo più
vulnerabile alle pressioni dell’esecutivo. Se il sistema dei pesi e contrappesi viene
alterato, la magistratura — unita o divisa che sia — finirà inevitabilmente per
scivolare sotto l’influenza di un potere politico con tratti sempre più autoritari,
perdendo la sua funzione di baluardo della legalità e dei diritti dei cittadini.
“Il diritto non c’entra”, incalza Formica con la forza di chi ha attraversato le
stagioni più intense della Repubblica. C’entra la politica nel suo senso più alto,
etico e drammatico. Votare NO, e prima ancora mobilitarsi per la raccolta firme,
non è un esercizio di stile per nostalgici o un dibattito per accademici del diritto.
È un dovere civico impellente, un atto di fedeltà alla Carta del 1948. È la scelta di
chi rifiuta di chiudere gli occhi davanti a un declino che rischia di diventare
irrecuperabile. Formica cita l’esempio recente di New York come una lezione
universale: lì l’elettorato ha capito per tempo che la posta in gioco non era la
semplice amministrazione quotidiana, ma il futuro stesso delle istituzioni
democratiche. Anche l’Italia è oggi chiamata a un “risveglio nazionale” per evitare
di trovarsi, domani, in un sistema che non riconosce più.
Ma come si trasforma l’allarme di un grande vecchio della politica in un’azione
concreta capace di incidere sulla realtà? La risposta operativa arriva da Maurizio
Landini. Il segretario generale della CGIL è categorico: la battaglia contro quella
che Formica definisce “distruzione democratica” non si vince nei salotti televisivi,
nelle polemiche social o attraverso semplici appelli lanciati dai vertici nazionali.
La democrazia vive se respira nei luoghi fisici. Per Landini, questa sfida si vince
centimetro su centimetro, quartiere su quartiere, parlando alle persone nei luoghi
di lavoro e nelle piazze, ricostruendo quel legame di fiducia e consapevolezza che
è l’unico vero antidoto all’apatia e all’autoritarismo.
Per Landini, la raccolta firme non deve essere vissuta come un mero
adempimento burocratico o un passaggio formale, ma come il primo, potente atto
di una mobilitazione popolare diffusa. L’obiettivo è capillare: coinvolgere ogni
singolo comune d’Italia, istituire comitati locali che diventino punti di riferimento
per la cittadinanza, assicurare una presenza costante anche nei piccoli centri. È
la “democrazia del territorio”, quella che non aspetta che i cittadini si informino
da soli, ma va a spiegare loro cosa si nasconde dietro gli slogan del governo. La
presenza dei rappresentanti in ogni seggio e in ogni assemblea è fondamentale
perché questa non è una battaglia di parte, ma una difesa collettiva della libertà.
La difesa della Costituzione passa dunque oggi per un gesto semplice ma carico di
significato: una firma. È un atto di partecipazione attiva che non ammette pigrizia
e che può essere compiuto attraverso diversi canali per facilitare il più possibile il
cittadino. Si può firmare online in pochi secondi sulla piattaforma ufficiale del
Ministero della Giustizia tramite SPID, CIE o CNS, conferendo valore legale
immediato al proprio dissenso. Oppure ci si può recare fisicamente presso gli
uffici elettorali dei Comuni, o ancora nelle sedi della CGIL e ai banchetti dei
comitati locali, dove la firma diventa anche un momento di incontro, di scambio
di idee e di solidarietà civile.
Siamo di fronte a un bivio storico che non permette neutralità. Da una parte c’è la
deriva verso un modello di governo che mal sopporta il controllo della legalità e i
contrappesi istituzionali; dall’altra c’è la possibilità di innescare una “valanga di
no” capace di segnare l’inizio di una nuova riscossa democratica. Firmare contro
la riforma della magistratura e contro il governo Meloni significa, in ultima
analisi, rivendicare il proprio ruolo di sovrani, come recita l’Articolo 1 della nostra
Costituzione. Significa dire che la democrazia non è un ostacolo all’efficienza del
potere, ma il terreno indispensabile su cui costruire il futuro dei nostri figli. Il
risveglio è iniziato: ora tocca a ciascuno di noi fare in modo che sia, come auspica
Formica, finalmente in tempo per salvare la nostra libertà.
Antonio Laraia

Lascia un commento