
Roma, si sa, ha memoria lunga. Talmente lunga che, nei suoi quasi tremila anni di storia, ha visto passare imperatori, papi, condottieri, rivoluzionari, furbi, furbetti e personaggi capaci di cadere dal piedistallo e, qualche tempo dopo, di tornarci sopra. Del resto, questa è Roma: la città nella quale può accadere quasi tutto e nella quale, quando accade, qualcuno trova sempre una spiegazione. Questa volta la storia porta i nomi di Wanna Marchi e Stefania Nobile, madre e figlia, protagoniste di una vicenda televisiva e giudiziaria che per anni ha occupato giornali, salotti televisivi e tribunali. Oggi, però, le ritroviamo in Campidoglio, nella Sala della Protomoteca, a ricevere un riconoscimento nell’ambito di un evento culturale. E qui comincia la storia. Perché se quelle due signore non fossero quelle Wanna Marchi e quella Stefania Nobile, probabilmente nessuno si sarebbe posto troppe domande. Sarebbe stato un normale evento culturale, con due autrici premiate per i loro libri. Ma i nomi, in questo caso, sono tutt’altro che un dettaglio. Wanna Marchi e Stefania Nobile sono state infatti condannate in via definitiva nel 2009, rispettivamente a 9 anni e 6 mesi e a 9 anni e 4 mesi di reclusione, nell’ambito del procedimento per le vicende legate alle televendite, ai cosiddetti “rituali” e alle truffe ai danni dei telespettatori. Dopo gli anni della detenzione, la semilibertà e il ritorno alla vita normale, entrambe hanno ricominciato la propria attività pubblica. Durante la detenzione, Wanna Marchi ha conseguito il diploma di cuoca e si è dedicata alla pittura. Stefania Nobile ha lavorato come bibliotecaria. Poi il tempo ha fatto quello che spesso sa fare meglio: ha attenuato i contorni del passato e restituito spazio al presente. Fino al 2025, quando Stefania Nobile è tornata al centro delle cronache giudiziarie nell’inchiesta milanese sulla Gintoneria insieme all’ex compagno Davide Lacerenza. Si tratta di un procedimento distinto da quello che aveva portato alla condanna del 2009 e nel quale Wanna Marchi non risulta coinvolta. E arriviamo a oggi. Il Campidoglio. Il riconoscimento. Le fotografie. Gli applausi. E quella domanda che inevitabilmente si affaccia alla mente: ma siamo sicuri che sia tutto normale? Perché Roma è Roma, appunto. E può succedere di tutto. Può persino succedere che un consigliere comunale spieghi di aver firmato senza conoscere i nomi delle persone che sarebbero state premiate. Una spiegazione possibile, naturalmente. Ma proprio perché siamo a Roma, viene quasi spontaneo domandarsi: sarà davvero andata così? Non è una questione di impedire a qualcuno di cambiare vita. Al contrario. Una persona che ha scontato la propria pena deve poter ricominciare. Il passato giudiziario non può trasformarsi in una condanna perpetua. Ma una cosa è il diritto al riscatto personale, un’altra è il riconoscimento pubblico e istituzionale. Ed è qui che la storia delle due protagoniste assume quasi i contorni di un romanzo. Il riferimento al Conte di Montecristo viene spontaneo: prigione, caduta, anni difficili e poi il ritorno alla vita, alla notorietà, al successo. Con una differenza che non è affatto secondaria: Edmond Dantès era un personaggio di fantasia e la sua prigionia era ingiusta; le condanne di Wanna Marchi e Stefania Nobile, invece, sono state pronunciate dalla giustizia italiana e sono diventate definitive. Per questo forse sarebbe meglio parlare non di “innocenti contesse di Montecristo”, ma di due donne che hanno attraversato una lunga parabola pubblica e giudiziaria e che oggi si trovano nuovamente sotto i riflettori. La domanda, allora, non è se abbiano il diritto di ricominciare. Quello dovrebbe essere fuori discussione. La domanda è un’altra: chi decide quando il riscatto personale diventa un riconoscimento pubblico? E soprattutto, quali criteri dovrebbe seguire un’istituzione quando sceglie a chi consegnare un’onorificenza? Perché una sala del Campidoglio non è semplicemente una bella cornice per una fotografia. È un luogo istituzionale. E quando da quelle sale parte un applauso, quell’applauso, volenti o nolenti, racconta qualcosa anche dell’istituzione che lo ha ospitato. Forse, alla fine, il vero romanzo non è quello delle due “contesse di Montecristo”. È quello di Roma. Una città capace di ricordare tutto e, allo stesso tempo, di dimenticare molto. A volte persino troppo.

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