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Il rientro a scuola: Perché demonizzare l’on line?

Occorre pensare ad un equilibrio nuovo tra lezione a distanza, coinvolgimento dello studente, rapporto col docente e con i compagni favorito da sviluppi delle piattaforme per altro in continua positiva evoluzione

di Angelo Varni | 17 Giugno 2020

Certo è facile per me, dopo 46 anni di  insegnamento da cattedre liceali e universitarie, consentire a pieno con il comune, imperioso, diffuso sentire proclamato nelle piazze, dalle televisioni, sui giornali, nei social, sintetizzato nella richiesta del tornare a settembre alla scuola “in presenza”, esorcizzando quel maleficio rappresentato dalle lezioni on line.

Eppure, di fronte ad un simile onnicomprensivo schieramento che va dalle famiglie agli intellettuali, dai sindacati alla classe politica in questo caso senza troppe distinzioni di appartenenza, non può non scattare l’inevitabile meccanismo di reazione in risposta ad un’unanimità che pare escludere dubbi, domande,  perplessità, chiarimenti.

Intanto, c’è da chiedersi perché, se era così impellente il bisogno di scuola nelle tradizionali modalità, non si è cercato di riaccogliere subito gli scolari senza attendere il trascorrere di tanti mesi. Così come, poi, hanno fatto, con diverse modalità, alcuni degli altri  paesi europei.

Tanto più che le regole che saranno date per settembre non mi sembra si discostino da quelle valide per tutte le altre attività: igiene, distanziamento, mascherine. Ma evidentemente, come sempre, alla scuola in Italia è riservato un trattamento residuale, che riguarda edifici, stipendi, organizzazione, e quindi, anche ora, le esigenze della ripresa. E allora bene riaprire subito fabbriche, uffici, laboratori, palestre, piscine, ecc., ma chissà perché non le scuole, secondo le stesse norme che da ultimo saranno poi applicate identiche a settembre.

Per altro, è evidente che l’unanimità di cui sopra raccoglie le assolutamente legittime esigenze dei genitori di assicurarsi una sistemazione per i figli durante le loro ore lavorative; così come l’aspirazione degli insegnanti non strutturati ad una definitiva sistemazione nei ruoli dello Stato, secondo una tradizione di ope legis sempre sostenuta dalle richieste sindacali e dagli interessi elettorali dei politici. Né si può ignorare, a livello psicologico, il legittimo rimpianto degli intellettuali per quanto fatto nella loro vita di insegnanti ( che poi è anche il mio caso), a stretto contatto umano con gli studenti.

Tutto giusto, dunque. Tutto ugualmente legittimo, ma di quale scuola stiamo parlando nel momento in cui ne reclamiamo la riapertura? Quella scuola di esperienze sociali gratificanti, di formazione individuale e collettiva, di crescita culturale, di acquisizioni di conoscenze assorbite dal rapporto di riconosciuta autorevolezza verso l’insegnante, così insistentemente evocata in ognuno di questi appelli alla ripresa?

O non piuttosto ad un ritorno, anche se certo condizionato  dalle esigenze anti contagio, alla scuola che abbiamo attraversato negli ultimi decenni e tanto criticata da quegli stessi che ora la invocano. Dov’era in questa scuola la crescita individuale e sociale minata dal lassismo e dal pressappochismo? Dov’era il rapporto fecondo di esperienze e conoscenze con una classe di insegnanti privata di ogni autorevolezza e, assai spesso, addirittura minacciata di non attenersi all’unico compito ormai ad essa riconosciuto di custodire il parcheggio degli allievi e garantir loro il “ pezzo di carta”? Dov’era l’auspicata trasmissione di un sapere formativo delle coscienze, in grado di unire l’apprendimento delle nozioni indispensabili con la maturazione della personalità ( per non parlare delle delinquenziali forme di bullismo, o addirittura dei collegamenti tra scuola e degrado di quartieri non solo periferici)?

È evidente a tutt’oggi che il ritorno alla scuola “di presenza” ha una dimensione, diciamo così, quantitativa ( i numeri, le misure…) senza alcun tentativo di interventi qualitativi, dominati dal rifiuto, che mi pare di sapore “ideologico”, dell’on line.

E questo è davvero singolare in un tempo dove si guarda ad un futuro di mutamenti in tutti i settori definiti da un utilizzo sempre più marcato degli strumenti innovativi della tecnologia. Fino ad individuare forme di intelligenza artificiale in grado di intuire e ritrasmettere i nostri pensieri; o di sostituire artificialmente parti del nostro corpo; e pure di animare in modo assolutamente realistico personaggi del passato che ci parlano oggi; come anche di proporci modalità inedite di produzione del cibo; fino ad immetterci in un’infinita rete di connessioni che riescano a controllare movimenti e finanche pensieri di tutti noi, ponendoci di fronte a problemi di scelta individuale e collettiva i cui rischi non vanno certo pregiudizialmente negati.

Un mondo, dunque, dove – come sempre- ci sarà del positivo e del negativo, dei vantaggi e degli svantaggi, dei guadagni e delle perdite; ma verso il quale stiamo correndo, proclamando ad ogni piè sospinto la necessità di misurarci con un simile futuro, di attrezzare proprio le giovani generazioni ad affrontarlo con consapevolezza culturale ed adeguate strumentazioni tecniche ( quanto sembrano lontane le tradizionali diatribe tra preparazione “umanistica” e capacità “scientifiche”!).

E allora non sarà proprio la scuola a dovere assumersi il compito di organizzarsi in modo da preparare le nuove generazioni a quel futuro ( o forse ormai presente) tecnologicamente avanzato ? A quell’insegnamento  a distanza che già esisteva in non pochi ambiti didattici e che ora, come in tante altre questioni, è stato accelerato dal covid ?

Occorre pensare ad un equilibrio nuovo tra lezione a distanza, coinvolgimento dello studente, rapporto col docente e con i compagni favorito da sviluppi delle piattaforme per altro in continua positiva evoluzione. Senza trascurare la capacità di queste forme d’insegnamento di accentuare l’attenzione e la concentrazione degli allievi, magari invitati a periodici reciproci “riconoscimenti” fisici preparati dagli scambi avvenuti on line tra loro e con gli insegnanti.

 Ma questo è tutto un mondo nuovo da scoprire e da costruire, verso cui inevitabilmente si andrà, già a partire dalle elementari con quei nativi digitali cui pure da ora in tanti si industriano ad insegnare gli usi delle “macchine” e dei loro algoritmi. A che pro’ altrimenti, se non si struttura la scuola a tali nuove modalità?

Che sia questa l’ennesima battaglia di retroguardia contro un fastidioso mutamento di orizzonte ( quante se ne sono combattute nei secoli!), che ferisce le nostre ( mi ci metto anch’ io da vecchio insegnante “da cattedra”) più care memorie, i nostri schemi interpretativi ben poco rispondenti – come detto – alla realtà degli attuali ed effettivi rapporti esistenti nella scuola a tutti i livelli tra chi ha il compito di insegnare e quanti hanno il  compito di apprendere?

Angelo Varni

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, classe politica, futuro, genitori, giornali, giovani, italia, mondo, mondo nuovo, nuove generazioni, paesi europei, personaggi, scuola, sindacati, studenti, usi

Info Angelo Varni

Angelo Varni è professore emerito dell’Alma Mater -Università di Bologna, dopo avervi insegnato storia contemporanea e storia del giornalismo ed avervi ricoperto vari ruoli istituzionali quale, tra gli altri, prorettore, direttore dei musei universitari e fondatore e direttore della Scuola di giornalismo. Le sue numerose pubblicazioni sono relative, per lo più, alla storia economico-sociale dell’Italia tra Ottocento e Novecento, ma pure alle vicende del giornalismo cui ha dedicato il volume sul primo ventennio del Corriere della sera edito da Rizzoli, nonché la poderosa pubblicazione delle prime pagine del Corriere medesimo, uscite in successive numerose edizioni. In tempi recenti si è dedicato a temi più ” lievi” , attenti alla dimensione storico-culturale della sua Bologna e della sua Emilia Romagna, connessa alla tradizione gastronomica. Ecco allora Lungo un nastro di sfoglia. Personalissimo viaggio nell’Emilia-Romagna della pasta ripiena e dei brodi, e Bologna a tavola con la storia.

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