Oggi ho passato una giornata allucinante, un pomeriggio drammatico, traumatico. Vi ricordate il film Dog Day Afternoon? Si proprio un pomeriggio di un giorno da cani e non me ne vogliano i cani.
Gli amici sanno che in questi giorni ho chiuso il negozio di cui mia moglie era titolare. La crisi ha falcidiato anche noi, il nostro articolo non necessario, non indispensabile, non ha sopportato questo periodo. Dovevamo recarci, io e mia moglie, in un posto che vi dirò dopo e per forza di cose siamo passati davanti a quello che fino a l’altro ieri era il nostro negozio. C’era il cartello “Affittasi”. Lisa, trattenendosi, ha pianto poco poco fuori, ha urlato dentro, ha pianto a dirotto dentro, ve lo garantisco, io la conosco troppo bene. Abbiamo continuato il nostro tragitto verso il Centro di impiego di area territoriale, un modo edulcorato e dolciastro di definire quello che un tempo si chiamava Ufficio di Collocamento. Come se chiamare diversamente abile una persona le facesse dimenticare il suo handicap, o chiamare operatore ecologico facesse dimenticare ad uno spazzino di usare la ramazza, mestiere nobilissimo, ma non considerato tale se gli si cambia nome ad arte.
L’ufficio di collocamento nella mia area è modernissimo ed efficiente all’apparenza. All’interno di un edificio sotto una galleria di plexiglas, una galleria di Milano in miniatura, dove però mulinano foglie morte, evidentemente l’architetto non ha ben giudicato la posizione rispetto allo spirare normale del vento in quella zona.
Abbiamo preso il numerino, una cinquantina di persone davanti. Ci siamo seduti. Tutti giovani, da venti a trent’anni. Capelli rasati o lunghi indifferentemente, cavallo basso e scarpe da ginnastica, jeans per uomini e donne. Ma i loro sguardi, il loro stare in silenzio o, al limite, il loro parlare a voce bassissima mi ha colpito. Potevano essere tutti i miei figli. Intimoriti, dimessi, timidi al contrario del loro abbigliamento prepotente. I piercing sul ciglio o sulla narice, simboli strani e quasi fuori luogo in quell’ambiente.
In fila quasi a mendicare, in fila corretti e tranquilli, accattoni di un loro diritto che i nostri padri avevano garantito loro, accattoni di un briciolo di speranza, di un briciolo di futuro. Gli occhi cerchiati, minuscole rughe improbabili su volti della loro età, occhiaie di disillusione, di perdita di speranza. Speranza quasi invisibile anche nelle coppie che si tenevano per mano appoggiate alla parete spoglia dell’Ufficio di collocamento.
Ma quali padri siamo stati noi? Quali genitori siamo stati? Quale futuro abbiamo lasciato loro? Che tipo di generazione, la mia, che ha fatto tabula rasa, che ha loro precluso ogni speranza?
Ed io che ci facevo lì? Il mio futuro, in fondo, potevano essere tre o quattro anni di non lavoro fino ad arrivare alla pensione, alla minima, ma per loro?
Quanti anni senza lavoro, quanti anni senza dignità, quanti anni senza speranza?
Due ragazzi ho visto contenti, solo due, anzi solo uno dei due, la ragazza: tre mesi in un call center e niente per lui, ma sembravano lo stesso dei privilegiati fra tutti quelli che se ne andavano con le mani nelle tasche dei jeans con il cavallo sempre più basso.
Signora Lisa, vedremo per le sue competenze cosa potremo trovare, ma mi capisce, lei ha una certa età, non è in mobilità, né in disoccupazione.
E lei Sig Rigli cosa vuole che conti conoscere due lingue, il pacchetto office, internet, i social network alla sua età? Cosa vuole che conti il suo titolo di studio alla sua età? Comunque il colloquio attitudinale è fissato sia per lei che per la signora per il 28 prossimo. Arrivederci.
Mario Rigli

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