Il passato serve per capire il presente e quindi se parliamo di viaggio questo è un viaggio nella memoria. Un film assolutamente da vedere.
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La resa, la disperazione per una speranza ormai fallita. L’impossibilità della convivenza civile e pacifica tra arabi algerini e francesi algerini.
Ma “Il primo uomo” non è la storia della guerra d’Algeria, anche se il fatto che il film in Francia uscirà solo ad ottobre, avrà pure un significato; è la storia delle guerre, è la storia della contrapposizione violenta tra etnie.
Gianni Amelio legge Albert Camus e ne resta folgorato. Riconosce nel romanzo incompiuto “Cormery”, (una sorta di autobiografia ) trovato nella macchina dello scrittore al momento dell’incidente del 1960 che costò la vita al premio Nobel, pubblicato solo nel 1994, qualcosa che gli appartiene. L’infanzia povera in un paese pieno di sole ma difficile per un bambino che deve crescere senza la figura paterna, con una madre e una nonna (l’Algeria di Camus e la Calabria di Amelio, così vicine),
Jean Cormery (alter ego di Camus), come lo stesso Amelio, raggiunge il riscatto dalla “povertà dignitosa” attraverso il “sapere”. Come non impegnarsi nella stesura della sceneggiatura difficile e sofferta ma fortemente voluta? Amelio ne esce realizzando uno dei suoi film più belli.
Una lunga carrellata su un cimitero, in primo piano le lapidi dei tanti, troppi caduti della grande guerra, alla ricerca di un nome, quello del padre. Così si apre il film, così comincia un viaggio.
L’ultima tappa del lungo viaggio di Amelio alla ricerca dei legami tra padri, figli, fratelli, ma questa volta il Jean Cormery tornando nell’Algeria in cui è nato, alla ricerca dei ricordi di un padre che non ha mai conosciuto, perché morto durante la grande guerra, compie il viaggio nel nome della madre.
Jean Cormery, scrittore affermato, torna ad Algeri per trovare la vecchia madre, torna in quella terra dove è nato e dove ha passato gli anni giovanili sotto la guida di due forti figure di donna che segnano la sua vita di bambino povero che deve crescere nell’Algeria degli anni ‘20, solare ma difficile. L’intransigenza severa e dispotica della nonna, il silenzioso affetto della madre, aiutano il giovane Cormery a crescere e formarsi (intensa e chiarificatrice la scena dal macellaio), accompagnato in questa sua faticosa crescita dal maestro Bernard (che lo avvia allo studio) e sorretto nella sua decisione di continuare gli studi, nonostante l’estrema povertà, da uno zio, amico e unica figura maschile nella casa dominata dalla nonna.
“Ogni bambino contiene già i germi dell’uomo che diventerà” è la frase che si sentirà ripetere da Bernard che, ormai anziano, parlerà di colonialismo con lo scrittore affermato.
Il passato serve per capire il presente e quindi se parliamo di viaggio questo è un viaggio nella memoria.
Il Cormery bambino interagisce con lo scrittore che cerca i segni del passaggio del padre in un’Algeria dominata da un regime coloniale chiuso ad ogni possibilità di convivenza civile tra algerini arabi e francesi nati in Algeria.
Una madre analfabeta quella di Jean , non certo una madre ignorante…le sue parole dette con semplicità nascondono un conoscenza profonda. ‘Chi è il primo uomo? Siamo tutti noi’
Con lo stile asciutto che gli è congeniale, (da non confondere, come ha detto qualche critico, con uno stile “algido”) le inquadrature senza sbavature, le panoramiche con la macchina a mano, i primi piani intensi sui volti segnati dalla vita dei protagonisti, la fotografia che illumina, grazie al sole o alla luce di una candela, la scena con la forza di un quadro, dando spazio a una bellezza infinita, Amelio racconta, emoziona, commuove, aiutato in questo da un cast esclusivamente franco algerino ad esclusione di Maya Sansa (la madre da giovane). Su tutti emerge Jacques Gamblin malinconico e carismatico Jean Cormery, alter ego di Camus . Ma insieme anche gli altri, bambini e non; spiccano il sorprendente piccolo Nino Jouglet e l’intensa, superba, Catherine Sola, la madre di Jean anziana, tutti guidati dall’attenzione e la passione di Amelio, maestro di recitazione.
Una sceneggiatura attenta e accorta alterna i piani temporali: l’ieri dell’infanzia di Jean e il momento, quanto mai difficile, del suo ritorno nell’Algeri della metà degli anni ‘50. Cormery torna a crede ancora che sia possibile una convivenza pacifica, ma quando vede fallire il tentativo di aiutare il figlio di un ex compagno di scuola, quando alla radio annuncia che un ragazzo di diciotto anni è stato ghigliottinato, capisce che ormai le sue speranze sono naufragate ed è la disperazione vera del pied – noir Camus, quella che Amelio mette in scena nel finale del film.
Se vogliamo avere il polso della situazione del cinema italiano per verificare quanto sia grave lo stato in cui versa, basta considerare il fatto che il film è prodotto con finanziamenti franco algerini mentre l’Italia figura solo come “partecipazione” pur essendo italiane regia e sceneggiatura (Amelio) e musiche (Piersanti). Il film, presentato al Festival di Toronto 2011, ha ottenuto il premio della critica.
Se lo avete perso cercatelo nelle sale all’aperto questa estate, va assolutamente visto.

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