
L’anno scolastico comincia con un documento da leggere ad alta voce: mozione pronta per il primo collegio, minuto di silenzio, attività per la prima ora, modulo da restituire agli organizzatori per certificare cosa si è fatto, e se il collegio boccia si procede lo stesso avvalendosi dell’opzione di minoranza, perché la conclusione non è in discussione, è già allegata al testo. Non è una lezione, è un ordine del giorno con l’esito scritto in fondo, e chi insegna dovrebbe sentire la differenza sotto le dita: un’ora di storia si apre con una domanda e finisce consegnando strumenti, una mozione si apre con una tesi e finisce chiedendo una firma. Se davvero interessasse la storia si comincerebbe da qualcosa che i ragazzi hanno addosso, la kefiah, che diventa simbolo nazionale palestinese durante la rivolta del 1936-39, il cui capo politico è Amin al-Husseini, gran muftì di Gerusalemme, ricevuto da Hitler a Berlino nel novembre 1941, impegnato per anni nella propaganda radiofonica dalla Germania e nel reclutamento di musulmani balcanici per le Waffen-SS, e non è revisionismo, è documentazione tedesca; nessuno chiede a nessuno di togliersi una sciarpa, si chiede solo di sapere da dove viene, che poi è l’unica cosa che la scuola dovrebbe fare con i simboli, prima ancora che con le opinioni. E dopo la sciarpa verrebbe la nostra, di storia, quella che si insegna in casa e che nel 1938 ha censito gli ebrei, espulso gli insegnanti ebrei dalle scuole del Regno, cacciato i bambini ebrei dalle aule, e lo ha fatto la scuola italiana con i suoi presidi e i suoi collegi docenti, senza che servisse imporlo con la forza, perché quel meccanismo non comincia mai con la violenza, comincia con l’identificazione, comincia con qualcuno che prima di ogni altra cosa vuole sapere chi ha davanti. Come in Val d’Orcia, dove una donna israeliana prenota due notti a Campiglia per i suoi trent’anni, chiede se può pagare sul posto, e riceve dal gestore che ha letto la nazionalità un messaggio sul BDS e sulle politiche dello Stato di Israele, e allora cancella: la struttura precisa di non aver negato il soggiorno, e formalmente è vero, l’ha annullato lei, ma nessuno le ha chiesto cosa pensasse del suo governo perché non è stato necessario, è bastato il passaporto per farle recapitare un avvertimento che nessun altro cliente riceve, esattamente come a maggio a Poggibonsi, dove l’ospite israeliana sarebbe stata la benvenuta a condizione di dissentire dal proprio governo, ospitalità subordinata all’esame politico, in Toscana, nel 2026; e basta sostituire la nazionalità con qualunque altra, o con una fede, o con un orientamento sessuale, per capire che reazione avrebbe la stessa scuola che vota le mozioni. Mentre qui si distribuisce il catechismo, Israele va al voto il 27 ottobre, alla scadenza fissata per legge, con Netanyahu sotto processo per corruzione, sotto la soglia dei sessantuno seggi nei sondaggi e con Eisenkot davanti, e proprio stamattina Haaretz ha pubblicato un’inchiesta secondo cui dieci giorni prima del 7 ottobre il presidente degli Emirati avrebbe avvertito il premier che Sinwar preparava un’operazione di grandi dimensioni e lui non ne avrebbe informato i vertici della sicurezza, mentre il suo ufficio smentisce tutto ed Eisenkot risponde che ha portato il Paese al disastro e non è adatto a governare: questo è il quadro reale, un giornale che accusa il proprio primo ministro alla vigilia del voto, un premier che replica, un’opposizione che chiede il conto e un elettorato che tra sette settimane deciderà, cioè una società che discute di sé stessa in pubblico e rischia di mandare a casa chi la governa, mentre nelle nostre aule la prossima settimana si leggerà un testo con la risposta già dentro e si compilerà un modulo. Insegnare significa dare gli strumenti per arrivare a una conclusione, anche a quella che non ci piace; tutto il resto è catechismo, e il catechismo non ha bisogno di insegnanti, ha bisogno di chierichetti.
Nico Kir
Il Testo della mozione
Docenti per Gaza, una rete di insegnanti italiani nata il 20 novembre 2023 (a poco più di un mese dal 7 ottobre), ha scritto una nuova mozione per il collegio docenti dell’anno scolastico 2026/2027 in cui si stabilisce cosa mettere in testa ai nostri studenti dal primo giorno di scuola.
“Non dimentichiamoci di Gaza”: sei pagine di indicazioni e materiale didattico in cui le parole «7 ottobre», «Hamas» e «ostaggi» non compaiono mai. Nemmeno una volta.
Solo un insieme di terrificanti menzogne: Israele è “l’entità sionista” e il ddl antisemitismo diventa una “intimidazione giunta dal governo”.
E se anche il collegio docenti votasse contro la mozione, non ci sarebbe problemi. La loro intenzione è di agire lo stesso. È pronto un modulo con cui ogni insegnante può rendere conto all’organizzazione cosa ha fatto per la causa.
Ai nostri ragazzi non si insegna più il pensiero critico. Zero confronto, zero contraddittorio, zero possibilità di alzare la mano e dire “non sono d’accordo”, o anche solo “ho un dubbio”.
Vietato pensare. Indignazione obbligatoria entro l’ora di ricreazione.
Fonti: ”Mozione per il collegio docenti”, pubblicata da Docenti per Gaza — docentipergaza.it, sezione Risorse, consultata il 7 settembre 2026.

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