
Non importa sempre vincere. A volte è sufficiente far credere di aver vinto. In politica, soprattutto, la percezione del risultato può diventare più importante del risultato stesso. La vecchia massima secondo cui l’importante è che se ne parli sembra essere tornata di grande attualità. Oscar Wilde non l’aveva pronunciata esattamente in questi termini, ma il concetto è rimasto. La visibilità è diventata una forma di potere. E chi riesce a occupare la scena, anche soltanto per qualche giorno, può trasformare un episodio in una storia politica. È quello che sta accadendo con la vittoria dell’AfD nella microscopica Sassonia. Un risultato elettorale viene presentato come il segnale di una rimonta nazionale, quasi fosse l’inizio di una nuova stagione politica. La grancassa suona forte. Forse troppo forte rispetto alla dimensione del risultato. Ma non siamo al Gran Premio di Monza. Antonelli, partito diciannovesimo, è arrivato primo. Una rimonta vera, costruita giro dopo giro. Lì non serviva alcuna narrazione. Il risultato parlava da solo. Antonelli era già Antonelli. In politica invece bisogna raccontare. E qualche volta bisogna raccontare molto per dimostrare poco. La grancassa diventa così lo strumento preferito di chi cerca spazio. Dei partiti di seconda fila che aspettano l’errore del più forte. Di chi non ha ancora conquistato il potere ma ha già cominciato a immaginare la poltrona dell’altro. È una competizione che non si svolge più soltanto tra Destra e Sinistra. Si combatte dentro gli stessi schieramenti, spesso con una ferocia maggiore di quella riservata all’avversario. Il Campo Largo italiano ne è una dimostrazione. Dopo la netta vittoria al referendum sulla Giustizia avrebbe potuto aprirsi una fase di consolidamento. Invece il risultato è diventato quasi subito materia di una contesa interna. Chi aveva vinto davvero? Chi aveva portato più voti? Chi aveva più diritto di rivendicare quel successo? E così una vittoria comune rischia di diventare una sconfitta collettiva. È la politica del nostro tempo. Non basta ottenere un risultato. Bisogna essere colui che lo interpreta. Non basta vincere. Bisogna essere il vincitore riconosciuto. E se necessario bisogna convincere gli altri di esserlo. In Germania si cerca di cogliere ogni difficoltà di Merz per metterne in discussione la leadership. In Francia Macron tenta di recuperare il terreno perduto anche attraverso il richiamo ai fantasmi più bui della storia europea. In Spagna Sánchez vede la Destra avanzare e mettere nel mirino il Governo. Tutti cercano il proprio momento. E proprio per questo, forse, Meloni sembra aver scelto una strada diversa. Almeno per ora. Non rincorre ogni provocazione, non sente il bisogno di commentare ogni avvenimento, non sembra voler cavalcare tutte le onde che arrivano. Sa che non tutte le onde portano a riva. Alcune travolgono. Soprattutto quelle nere. La prudenza, in politica, viene spesso scambiata per debolezza. Può invece essere una forma di intelligenza. Perché quando gli avversari si affannano a conquistare l’attenzione, talvolta è sufficiente aspettare che siano loro stessi a consumarla. Il vero problema è un altro. È che la politica sta lentamente confondendo la comunicazione con la realtà. Una frase può contare più di una legge. Una polemica può durare più di un programma. Un’immagine può diventare più importante di una decisione. La politica sembra così aver bisogno di un pubblico permanente. Non importa necessariamente cosa si dice. Importa che qualcuno ascolti. Non importa sempre cosa si fa. Importa che se ne parli. È una tentazione antica, che appartiene all’uomo prima ancora che alle ideologie. Destra o Sinistra cambiano poco. Cambiano i protagonisti, cambiano le bandiere, cambiano gli slogan. Rimane il desiderio di stare davanti agli altri. Giorgio Gaber lo aveva raccontato con la sua ironia. E forse aveva ragione più di quanto pensassimo. Piccoli uomini che sognano di cavalcare l’onda e di ritrovarsi su un destriero bianco, convinti di poter abbattere una volta per tutte quello nero. Il problema è che, mentre tutti cercano di salire sul destriero, qualcuno dovrebbe ancora ricordarsi dove stiamo andando. Perché una cosa è certa. La politica può vivere di consenso, di comunicazione e di attenzione. Ma non può vivere soltanto di questo. La grancassa può ingigantire una vittoria. Può attenuare una sconfitta. Può trasformare un episodio in un evento. Può persino far apparire un piccolo uomo più grande di quello che è. Ma la grancassa, prima o poi, smette di suonare. E quando il rumore finisce resta la realtà. Nel bene e nel male, purché se ne parli. Ma forse sarebbe meglio che, qualche volta, si parlasse anche di ciò che davvero conta.
Angelo Santoro

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