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IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NEL BUNKER DELLA CANCELLERIA.

Se maggioranza e minoranza continueranno sulle strade che sembrano aver avviato, si preannunciano tempi grami, sia per la Repubblica Italiana intesa come corpus istituzionale, che per l’ Italia intesa come sistema sociale ed economico. Di Gim Cassano ( da Laboratorio Lib-Lab )

di Gim Cassano | 21 Giugno 2009

“Il premier è ricattabile”: è la voce della minoranza parlamentare. Vero, anzi, verissimo, ed è ben vero che il ricatto non solo è cosa spregevole per chi lo perpetra, ma è anche condizionante per chi lo subisce e che, proprio per questo, l’unica strada per chi si trovi in queste condizioni è quella di fare chiarezza, ed assumersi le proprie responsabilità. E dimostrare, se possibile, che il ricatto, o il complotto in questo caso, si fonda su falsità e sul nulla, oppure tacere senza parlare di congiure. Ma appare evidente che il cavaliere ed i suoi più vicini collaboratori non stiano scegliendo questa strada, e che invece preferiscano limitarsi ad invocare il complotto, associandovi la figura di un D’Alema perfido, che ha anticipato lo scoop parlando di “scossa”.
E la linea strategica adottata consta di due elementi: di un gioco d’attacco, corrispondente alle naturali inclinazioni del Capo, che ribatte ai sospetti col consueto repertorio di accuse e minacce nei confronti di magistrati, giornalisti ed avversari politici. “No pasaran”: è la voce di un Berlusconi furibondo, che si considera investito dell’unzione plebiscitaria a proteggerlo da tutto. E di una linea di difesa arretrata, affidata, naturalmente, all’avvocato Ghedini, che si limita ad affermare la non rilevanza penale di comportamenti che eventualmente dovessero venir addebitati al capo del governo. E’ questa la teoria “dell’utilizzatore finale”, infelicemente espressa da Ghedini. Come dire: “sarà anche riprovevole, ma non è reato”. Esattamente come per i voli di Stato.
Non credo che agli italiani interessi granchè la sanzionabilità penale di comportamenti riprovevoli da parte del presidente del consiglio o di personaggi a lui direttamente riconducibili: a parte il fatto che, in ogni caso, almeno per quanto riguarda il Capo, vi è sempre una terza linea di difesa, quella del Lodo Alfano, che poi fa sì che la stampa amica possa definire non imputato o assolto chi semplicemente non è, al momento, e per qualche anno, processabile. E, tra qualche anno, sarà un nuovo giorno e si vedrà.
Penso invece che sia interesse degli italiani, e che agli italiani importi molto il fatto che un Presidente del Consiglio sappia star lontano dal semplice sospetto di comportamenti riprovevoli.
Detto questo, occorre anche dire che, se maggioranza e minoranza continueranno sulle strade che sembrano aver avviato, si preannunciano tempi grami, sia per la Repubblica Italiana intesa come corpus istituzionale, che per l’ Italia intesa come sistema sociale ed economico.
Perché, da una parte non verrà fatta alcuna chiarezza: papi continuerà a non dar risposta alcuna alle “10 domande” di Repubblica, alle quali se ne sono nel frattempo aggiunte di ulteriori, continuando a far leva sul concetto che la legittimazione plebiscitaria faccia premio su tutto: è il concetto, riaggiornato ai tempi moderni, del monarca tale “per grazia di Dio e volontà della Nazione” (manifestate, l’una e l’altra, una volta per tutte). Ma le 10 + altre domande sono ciò che gli italiani tutti, anche coloro che hanno votato per Silvio, chiedono che venga chiarito, pronti anche, e probabilmente in molti, a “perdonarlo”. In definitiva, viviamo in un Paese nel quale l’etica si regge sulla confessione.
A questo dovere morale e politico, chi chiede la fiducia di quegli italiani ai quali la crisi economica impone sacrifici, avrebbe il dovere di ottemperare, senza, per una volta, mentire, tirando o meno in ballo la testa dei propri figli. Quel che rende inestricabile il pasticcio è la commistione tra pubblico e privato, che il cavaliere per primo ha praticato. I voli di Stato, l’aver reso Villa Certosa e Palazzo Grazioli sedi pubbliche, i criteri di scelta di candidati/e che avrebbero dovuto rappresentare gli italiani (e non mi riferisco solo alle rappresentanti del gentil sesso, ma anche allo stuolo di personaggi la cui candidatura o nomina a funzioni pubbliche rilevanti è dovuta a rapporti professionali, di dipendenza, di vassallaggio direttamente e personalmente riconducibili al Capo), la mancanza di una legge sul conflitto di interessi; tutto ciò fa sì che il privato diventi pubblico, e viceversa, e che la loro commistione diventi uno dei tratti caratterizzanti il Papistan. Ciò non sarà censurabile penalmente, ma rappresenta uno stile di governo da basso impero, da corte del despotismo orientale popolata di consiglieri interessati, favorite, servitori, più che di civil servants, incompatibile, prima ancora che con il funzionamento di qualsiasi democrazia, con il più elementare concetto di buongoverno, fosse anche di tipo autoritario.
Vi sono democrazie nelle quali l’Esecutivo è quasi inamovibile, salvo fatti eccezionali, per tutta la durata del suo mandato. Ma in queste democrazie si richiede che la magistratura ed il sistema dell’informazione possano liberamente ed autonomamente svolgere il proprio ruolo, che l’opinione pubblica sia informata e possa esprimersi, e che sussistano organi politici e giudiziari in grado di intervenire efficacemente, quando ciò sia necessario. E si richiede che il rispetto della verità e della Norma sia la precondizione del funzionamento di una qualsiasi delle Istituzioni. Un Presidente USA fu sottoposto ad empeachement per atti di interferenza politica che in un’Italia dove si “acquistano” deputati e senatori farebbero sorridere; un altro, rischiò altrettanto per aver mentito per i suoi rapporti con una signorina, e non a causa dei rapporti in sé.
Nel Papistan, si intende invece percorrere una strada del tutto opposta, che è quella di non ritenere importante l’accertamento della verità, pretendendo che un fatto possa esser ritenuto non sussistente non in quanto dimostrato falso, ma solo perché si siano adottate norme tali da impedirne, in primis l’accertamento, ed in secondo luogo la messa a conoscenza dell’opinione pubblica.
Il concetto di vero/falso, e quindi l’attribuzione delle conseguenti responsabilità, si sposta dal piano oggettivo, a quello della conoscenza. Ciò che non è noto, non è: e così, ovviamente, non si può esser chiamati a rispondere, giudiziariamente o davanti all’opinione pubblica, di ciò che sia vero ma non noto. Tale è il senso del DDL “intercettazioni”.
Detto questo, la minoranza parlamentare non può limitarsi a dichiarare “ricattabile” il presidente del consiglio. Questi sarà ricattabile, ed avrebbe il dovere politico di fare chiarezza al riguardo, e di trarne, se del caso, le conclusioni, ma non è su questo presupposto che la minoranza potrà proporre al Paese un’idea diversa della democrazia e terapie per le questioni economico-sociali che lo affliggono.
Il problema di quella che dovrebbe essere opposizione e non minoranza, e del PD in particolare, è proprio che quest’idea e queste terapie non vi sono. E ciò contribuisce ad infragilire la democrazia italiana altrettanto efficacemente che la hybris berlusconiana. Troppe volte ci si è mostrati rinunciatari, e ci si è limitati ad una sorta di difesa d’ufficio dei ruoli autonomi delle istituzioni; troppe volte si è stati perfettamente contigui al cavaliere nel collaborare alla normalizzazione della RAI, o allo sconcio della legge elettorale Europea ed alla spartizione del relativo bottino dei rimborsi. Troppe volte si è data la precedenza alla convergenza di interessi tra le due forze politiche maggiori nel disegnare un bipartitismo necessariamente rinunciatario e non competitivo. E troppe volte, con la giustificazione dell’opposizione cosiddetta responsabile, si sono adottati comportamenti di sostanziale condivisione con gli indirizzi politici del governo, sulle scelte istituzionali, di politica estera, economiche. Da ultimo, la perla del SI al Referendum da parte di un PD rimasto unica forza politica a sostenerlo apertamente, quale inutile e gratuita concessione all’idea di democrazia limitata del cavaliere.
“Il complotto”: è la voce della maggioranza. Se per tale si intende una manovra organizzata per “far fuori” il capo del governo, lo si dimostri. Ma se per tale si intende il fatto che settori importanti ed influenti del Paese, che pure non avevano lesinato comprensione e soddisfazione nei confronti dell’assetto politico-istituzionale che il cavaliere prometteva abbiano iniziato a rendersi conto che quest’uomo (non le sue idee) è di ostacolo a qualsiasi razionalizzazione ed agli interessi nazionali, allora ho l’impressione che, vista così, il Capo abbia più di un motivo di preoccuparsi. Ma questa è vicenda politica e di opinione pubblica, anche se non parlamentare, e non può esser definita come attentato alle istituzioni. E chi aveva governato sulla base dei sondaggi d’opinione e disprezzato il Parlamento, non può oggi definire complotto quanto gli italiani hanno iniziato a chiedersi.
Le elezioni europee hanno visto ridursi l’appeal personale del capo del governo. La credibilità internazionale è quella che è: basti l’esempio della candidatura a Presidente, per il gruppo popolare, al Parlamento Europeo, dove l’amico Sarkozy ha abbandonato l’italiano per il polacco. Il sultano è sempre più isolato e chiuso nel bunker della Cancelleria, a sognare controffensive che non produrrebbero altro che ulteriori macerie.
C’è solo da sperare che la combinazione del suo “Après moi, le déluge” con l’incapacità di alternativa della minoranza parlamentare non portino alla totale paralisi della Repubblica; resa ancor più grave da una pessima legge elettorale alla cui riforma nessuno, seriamente, ha voluto por mano, ad iniziare da un’opposizione che ne avrebbe avuto tutto l’interesse di prospettiva, ma non il tornaconto immediato.

Gim Cassano

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