Di Sanremo si è detto tutto, troppo. Ugualmente vorrei focalizzarne la parte più interessante: il segno della croce di Amadeus la prima serata mentre si apprestava a salire sul palco. Un segno della croce sulla sedia dell’imputato. Le polemiche sono state varie e abbondanti, in nome del politically correct. Lungi dalla tentazione di fare una disamina teologica della vicenda (lasciamo a Dio ciò che è di Dio e occupiamoci di Cesare), mi limito a dire che ultimamente il politicamente corretto ha rotto un po’ le scatole. L’imperativo di ospitalità è stato mistificato, declinandolo in occultamento della nostra tradizione e infine della nostra identità. Via il presepe, via il crocifisso, via il tortellino con la carne. L’alterità da tempo non è più sinonimo di arricchimento ma di annichilimento. Accoglienza significa accettare l’altro in tutta la sua diversità, non strisciare per appiattirsi al terreno. Del resto ciascuno è diverso per definizione. L’alterità subentra anche all’interno di una comunità. Due operai della medesima azienda, percependo lo stesso stipendio, saranno motivati in misura diversa e per ragioni completamente asimmetriche. Lo stesso ampio mondo della cristianità, magari di una medesima confessione, pur ponendo un unico Cristo al centro dell’adorazione non potrà mai escludere la differenza tra me e il confratello perché, stante il rapporto personale tra l’adorato e l’adoratore, il mio Gesù sarà diverso dal suo. Accomunati, non omologati. Un concetto storpio e deforme di diversità ha finito per attecchire su quello di terrore. Il diverso, parola orrenda un tempo usata per abbruttire e imbrattare di omofobia l’omosessuale, atterrisce, non attrae. E’ un catarifrangente, non una calamita. E la genuflessione o l’arretramento sono indice del timore che l’altro possa rendersi ostile e operare una sorta di ritorsione. La colpa è nostra, soltanto nostra, se per ricevere l’altro ricusiamo noi stessi e secoli di passato e persino la nostra genealogia. Evidentemente le nostre radici non erano ben affondate e benvolute. La colpa è soltanto nostra se ci spogliamo di ogni cosa che caratterizza l’ambiente in cui siamo nati e cresciuti e prendiamo a prestito costumi ed usanze altrui. Significa che, per tanti motivi, i più opinabili e i più insindacabili, non ci identifichiamo più con la nostra terra. E le dietrologie si sprecano. Ma resta il fatto che se qualcuno vuol farsi il segno della croce, ha comunque espresso un bel gesto, poiché ha esplicitato sé stesso, nella piena libertà d’azione e di pensiero in quanto individuo. Pubblicamente o in privato non fa differenza. Del resto un gesto è solo un gesto. Se faccio il segno della croce non significa che sono un immacolato cristiano (come del resto non penso siano tutti chierichetti i tanti calciatori che la domenica lo fanno prima di entrare in campo o dopo una marcatura). Esattamente come non penso sia un pendaglio da forca chi, in un alterco, si lascia andare ad un vaffa gesticolato. L’essere umano è molto più di un gesto, è infinitamente più grande e complesso. Charles Dickens disse che “Ogni creatura umana è composta in modo da essere per tutte le altre un profondo segreto e un profondo mistero”. Ognuno sorpassa il proprio gesto con la sua stessa inconoscibilità. Analogamente se espongo un presepe non perdo il mio mistero ed il mio segreto. Sto solo rispettando una tradizione che pur mi connota e mi contraddistingue in quanto membro di una comunità più vasta dove la memoria delle origini è utopia e ogni esternazione rischia di essere vagliata, cosicché anche un pianto può essere molto “pop” e poco “glam”. Un segno della croce non guasta.
Andrea Randighieri

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