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Il PIL è una cosa e i redditi per le famiglie e le imprese sono ben altro

Bisogna capire che il PIL è una cosa e che i redditi per le famiglie e le imprese sono ben altro, infatti nelle tasche di ogni persona finisce solamente la redistribuzione che del PIL ne fa lo Stato. Va detto, quindi, a chiare note che chiunque giochi con questo numerino a livello nazionale o locale non fa che ingannare la gente, basti guardare, a titolo di esempio, ciò che accadde nel 1997 dove l’Italia, pur avendo chiuso con un + 2,0% la crescita del PIL, dopo la redistribuzione dello Stato, avemmo un rendimento negativo del 3,0% nella crescita dei redditi. Da queste brevi precisazioni, ormai, è chiaro che oltre al PIL bisogna preoccuparsi di quello che accade nella divisione delle quote di reddito ai lavoratori dipendenti. A proposito delle balle che si continuano a sparare sulla Prima Repubblica nel 2003 ai lavoratori andava il 48,9% del reddito ma, nel 1972, esso raggiungeva il 59,2% e questa la dice lunga sui tanti compiti che ci attendono e sul riequilibrio che toccherà innescare pena la distruzione del reddito da lavoro dipendente produttivo

di Raffaele Romano | 18 Settembre 2023

Ai miei amici liberali e socialisti ovunque voi siate non lasciatevi tramortire dalla santa ignoranza e le balle cosmiche (oggi le chiamano fake) che, ormai, in molti casi sono divenute verità scientifiche.
Prendiamo un elemento principe di cui molti cianciano compreso l’attuale governo e le opposizioni: il PIL ovvero il Prodotto Interno Lordo elevato a sinonimo di totale certezza di ricchezza economica. È utile sapere che il PIL questo bel numerino che dà croce e delizia a tutti i governi di qualsiasi colore essi siano. È convinzione diffusa, in estrema sintesi, che esso sia il valore di ricchezza assoluta di un Paese. Storicamente, invece, va stabilito che fu un’invenzione economica che serviva a stimare il valore aggiunto ai consumi intermedi di quanti lavoravano e che, applicato al lavoro di tutte le aziende ed industrie di ogni settore, diventa un semplice indice della produzione di una nazione. Questo indice fu adottato per la prima volta, durante la seconda guerra mondiale, dai paesi anglosassoni per certificare le misurazioni delle loro economie durante il conflitto. Per cui esso altro non è altro che la misura della potenza della produzione e nulla di più! Quindi il PIL non è assolutamente un indice della ricchezza che i cittadini si trovano in tasca e che, gioco forza, esso non incide automaticamente né sui salari, né sulle rendite e né tantomeno sui profitti delle aziende. Purtroppo esso è stato fatto diventare, nel tempo, sinonimo di crescita in generale sia dei redditi e sia della ricchezza in un anno e questa confusione ha alimentato e continua ad alimentare gli equivoci che ne hanno fatto un valore di ricchezza assoluto e, di conseguenza, positivo o negativo per i redditi ed i profitti ma, come dicevamo, così non è in quanto misura tutt’altro. Bisogna capire che il PIL è una cosa e che i redditi per le famiglie e le imprese sono ben altro, infatti nelle tasche di ogni persona finisce solamente la redistribuzione che del PIL ne fa lo Stato. Va detto, quindi, a chiare note che chiunque giochi con questo numerino a livello nazionale o locale non fa che ingannare la gente, basti guardare, a titolo di esempio, ciò che accadde nel 1997 dove l’Italia, pur avendo chiuso con un + 2,0% la crescita del PIL, dopo la redistribuzione dello Stato, avemmo un rendimento negativo del 3,0% nella crescita dei redditi. Da queste brevi precisazioni, ormai, è chiaro che oltre al PIL bisogna preoccuparsi di quello che accade nella divisione delle quote di reddito ai lavoratori dipendenti. A proposito delle balle che si continuano a sparare sulla Prima Repubblica nel 2003 ai lavoratori andava il 48,9% del reddito ma, nel 1972, esso raggiungeva il 59,2% e questa la dice lunga sui tanti compiti che ci attendono e sul riequilibrio che toccherà innescare pena la distruzione del reddito da lavoro dipendente produttivo.
Il PIL tiene conto solamente delle transazioni in denaro, e trascura tutte quelle a titolo gratuito: restano quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare, quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore economico del non lucrativo) ecc.; non vengono inglobate nemmeno le attività sommerse e i proventi derivanti da attività illecite e non vengono separati i costi dai benefici delle attività produttive, non tiene in nessun conto il loro impatto sociale ed ambientale delle attività produttive, ossia le loro esternalità negative. Il PIL non riesce a fornire informazioni sulla distribuzione del reddito all’interno di una nazione né a quantificare l’ammontare di ricchezza accumulata. Un altro grande limite del PIL risiede nel “costo” che la collettività sostiene – in termini di impatto ambientale – per produrlo, poiché “l’uomo in un anno consuma più di quanto la terra può riprodurre
Il crollo del prodotto interno lordo (PIL) nel 2020 è stato di gran lunga il più forte, in un solo anno, della storia dell’Italia repubblicana: in termini reali, il 9%, rispetto al 5,3% nel 2009 (crisi finanziaria globale) e al 3% nel 2012 (crisi dei debiti sovrani). Come nelle altre economie avanzate, la caduta del PIL si è però trasferita solo in parte ai redditi familiari. Sia i sussidi monetari pubblici (quelli esistenti e quelli introdotti durante l’emergenza) sia il minore ammontare dovuto per imposte e contributi sociali hanno molto sostenuto il reddito disponibile delle famiglie, contrastando il notevole calo dei redditi da lavoro e di quelli da proprietà. Nel 2020 il reddito reale delle famiglie è diminuito in termini pro capite dell’1,8% rispetto al 2019, ma sarebbe caduto del 6,8% senza l’accresciuto intervento redistributivo del bilancio pubblico.
L’ingente intervento pubblico ha anche attenuato gran parte dell’allargamento nelle disparità di reddito tra le famiglie.
Ettore Gotti Tedeschi dal 2009 al 2012 ha ricoperto l’incarico di presidente dello IOR (Istituto per le Opere di Religione) la banca del Vaticano in un convegno di quel periodo ebbe a dimostrare una specialità truccata che avveniva negli Stati Uniti dove dimostrò che negli stati Uniti nei 10 anni precedenti il PIL americano era cresciuto mediamente del 3,3% ma, nello stesso periodo, le famiglie USA si erano indebitate ancor di più passando dal 68% del debito delle famiglie al 96% del PIL, un buon 28% in più che diviso per gli ultimi 10 anni era uguale al 2,8% annuo. Per cui su una crescita media del Pil del 3,2% il 2,8% era interamente dovuta al debito delle famiglie cosa che da noi non era e non è mai avvenuta. Capito l’artificio?
Il rapporto debito pubblico/Pil italiano resta più alto di quello spagnolo, francese e tedesco. La situazione però cambia radicalmente se si considera il debito del settore privato non finanziario (famiglie e imprese) per il quale l’Italia presenta valori sensibilmente più bassi di quelli degli altri Paesi. Infatti se si aggrega il debito pubblico a quello privato la situazione italiana, in rapporto al Pil, risulta essere migliore rispetto a quella di tutti gli altri Paesi (salvo la Germania): infatti la Francia è al 340,1%, la Grecia al 292,2%, la Spagna al 263,6%, Italia al 254,4% e la Germania col 193,2%. In ottima o pessima posizione, dipende cosa si calcola e cosa no, è il debito delle famiglie americane con 16.100 miliardi di dollari. Infine il quadro sembra delineare un contesto in cui il debito privato torna ad essere un fardello e non certamente un volano di sviluppo per gli americani. Però per come viene escluso dai conteggi finanziari la barca galleggia ancora.

Raffaele Romano

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bilancio pubblico, costi, crisi, crisi finanziaria, debito pubblico, finanziaria, francia, germania, governo, grecia, guerra mondiale, italia, la germania, lavoratori dipendenti, lavoro, Liberali, nazione, prima repubblica, religione, repubblica, seconda guerra mondiale, situazione italiana, socialisti, spagna

Info Raffaele Romano

Raffaele Romano è laureato ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti del Lazio.
Ha fatto studi storici e filosofici.
Da giornalista si occupa di Storia Contemporanea quindi, per inerzia, si deve occupare di geopolitica e di economia e finanza avvalendosi di 15 anni di esperienze in banca.
Non disdegna, ogni tanto, di scrivere articoli sul “Cinema ed il Teatro”.
Ovviamente tifa per il Napoli da sempre.
Ha collaborato con molte testate a partire dal glorioso “Avanti” dove ha imparato il mestiere.
Attualmente collabora con alcune testate on line e, dal 2016, svolge l’attività di volontario per il Messico della Onlus N.P.H. USA (Nuestros Pequenos Hermanos).
Più altre cose.
L’autunno scorso ha pubblicato “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” con documentazione desecretata presso la Centrale di Intelligence statunitense e dal Dipartimento di Stato.
A fine settembre uscirà il sequel che si occupa del movimento sindacale italiano dagli anni ’30 agli ’80 del XX secolo.

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