
di Francesco Sassi
Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale si è da tempo spostata su temi differenti, tra cui in questa torrida estate il cambiamento climatico e i seri danni a infrastrutture, attività produttive e popolazioni, la guerra tra Federazione Russa e Ucraina ha traguardato i 18 mesi e appare sempre più invincibile per ambo le parti. L’energia rimane al centro del conflitto, e non soltanto tra Mosca, Kiev e le capitali occidentali. Le tensioni geopolitiche stanno trasformando le relazioni stesse tra il Cremlino e la sua industria energetica, incidendo sullo status della Russia come superpotenza dell’energia.
L’energia al centro del conflitto
Le forze russe continuano a minare le fondamenta dell’economia di Kyiv. In Ucraina, non un singolo impianto idroelettrico è scampato agli attacchi. Mentre il Paese rischia di assistere a ripetuti deficit energetici nel prossimo autunno, notizie tutt’altro che rassicuranti giungono dall’impianto di Energodar, teatro a più riprese di scontri militari e minacciato ora dal minamento del suo perimetro, un fatto denunciato dalla stessa International Atomic Energy Agency (IAEA). Eppure, l’Ucraina si sta preparando per il prossimo inverno, riparando il sistema elettrico nazionale e offrendo ai trader europei le proprie imponenti infrastrutture per stoccare il gas che sempre più difficilmente potrà essere trattenuto all’interno dei confini UE, visto il livello ormai saturo della capacità a disposizione.
L’energia rappresenta uno dei punti chiave nel conflitto caldo tra Russia e Ucraina e nella contrapposizione tra Cremlino e cancellerie occidentali. Essa non è però soltanto uno strumento d’offesa per la Federazione Russa. L’intera industria energetica è infatti il principale mezzo con cui il Cremlino garantisce la perpetuazione dei propri obiettivi strategici.
L’economia russa è largamente dipendente dall’andamento dei mercati energetici internazionali e le entrate provenienti dagli idrocarburi sono pari a una percentuale tra il 40-50% di quelle federali. La stabilità di questi flussi, principalmente petrolio e gas naturale, ha così una diretta influenza sulla capacità di mantenere operative le proprie forze militari, nonché di finanziare le politiche di welfare. Ciò è ancor più vero da quando l’export di petrolio e prodotti derivati, oltre che di carbone, è sottoposta ad un regime di sanzioni internazionali senza precedenti.
Obiettivo del Cremlino: un’economia a prova di sanzioni
Il Fondo Monetario Internazionale è tra gli istituti che per il 2023 si attendono una crescita dell’economia russa (figura sotto). Lo stesso Putin si è vantato più volte dei risultati positivi ottenuti da una schiera di preparatissimi tecnocrati, a dispetto dell’ondata di sanzioni occidentali. Risultati arrivati anche di fronte a un aumento della spesa pubblica di oltre il 20% su base annuale e volta a supportare gli sforzi bellici.

Gli immensi costi della campagna in Ucraina non danno tregua, costringendo il governo a dirottare i proventi derivati dall’export di idrocarburi dal National Welfare Fund, il fondo sovrano russo, verso le spese militari. Una pressione incalzante, provocata dalla grande mobilitazione della seconda metà del 2022, mentre recentemente è emersa la possibilità di una nuova, imminente, chiamata alle armi. Se il Cremlino ha optato per modalità alternative e meno vistose per rinfoltire le fila dell’esercito, i più alti gradi degli apparati di difesa sono stati costretti a bollare la notizia come una fake-news. Un segno che fa trasparire quanto il timore di possibili reazioni a catena derivate da un’intensificazione della controffensiva ucraina, ora al culmine, spaventi l’élite del Paese, a pochi mesi di distanza dalle prossime elezioni presidenziali.
La stabilizzazione dell’economia rimane quindi un imperativo categorico per il governo russo e la situazione dell’economia di guerra è oggi tutt’altro che serena. La disoccupazione è scesa a livelli che mai sono stati toccati nell’epoca post-URSS. Se i numeri potrebbero far riecheggiano i fasti dell’industria pesante sovietica, la realtà del mercato del lavoro è plasmata da una minacciosa spinta dal basso che ha portato a un incremento dei salari come mai si era visto nel corso degli ultimi quindici anni.
L’effetto combinato di mancanza di manodopera e le crescenti spese militari stanno facendo surriscaldare l’economia, portando la Banca Centrale a intervenire per aumentare i tassi d’interessi e frenare la caduta del rublo. Una situazione che, se nel breve non pone pericoli significativi, difficilmente potrà migliorare strutturalmente nel lungo periodo, almeno finché le sanzioni occidentali e i prezzi delle materie prime continueranno a limare i ricavi di valuta forte, dollaro ed euro su tutti.
La sottile linea tra Cremlino e imprese energetiche
Il governo russo deve oggi invertire un pericoloso deficit nel budget statale pari a 24,3 miliardi di dollari accumulatosi nei primi otto mesi dell’anno e provocato, in buona parte, dalla riduzione dei ricavi dalla vendita di petrolio e gas naturale sui mercati internazionali. Durante la prima parte dell’estate le stime sul deficit si erano attestate ad un 2,5% del Pil e significativamente oltre quelle del governo, costringendo il ministro delle Finanze Anton Siluanov a proporre un pericoloso taglio del 10% delle spese statali nel 2024, in gran parte focalizzato sul finanziamento di programmi pubblici dedicati al sostegno delle fasce più fragili della società.
La situazione è però in evoluzione. Il deprezzamento del rublo nei confronti del dollaro, l’effetto a caduta sull’incremento delle entrate (in valuta forte) derivate dall’export di idrocarburi – e petrolio in particolar modo – e un aumento della domanda interna hanno portato nel mese di agosto a un surplus di poco meno di 5 miliardi di dollari. Un’inversione di rotta che il Cremlino spera diventi strutturale, lasciando addirittura presagire la possibilità di un surplus complessivo già nel 2024.
Il rapporto assolutamente ambiguo tra il governo russo e le compagnie energetiche del Paese, siano queste pubbliche, come i colossi Rosneft e Gazprom, o private, come Lukoil e Novatek, ha da tempo alimentato l’interesse di una folta schiera di studiosi. Nel corso degli ultimi due decenni, l’influenza esercitata dallo stesso Putin sull’evoluzione della strategia energetica russa si è andata ad intensificare, grazie a una conoscenza non indifferente dello stesso presidente riguardo il funzionamento dell’industria e mercati energetici. Un fattore che ha sigillato un legame strettissimo tra gli obiettivi strategici del Cremlino e le enormi potenzialità delle riserve energetiche localizzate nel sottosuolo della Federazione Russa, facendo assumere allo stesso presidente della Federazione una funzione di bilanciamento di interessi contrapposti, guadagnandone in termini di autorità e prestigio.
Energia come collante della strategia del Cremlino
Nel nuovo scenario di tensione e isolamento dall’Occidente, una delle linee guida prioritarie del Cremlino è quella di rendere l’industria energetica russa sempre più autonoma dalle tecnologie delle imprese occidentali, in gran parte ritiratesi dal Paese nel corso dell’ultimo anno e mezzo. Ogni società russa è stata così chiamata a perseguire programmi di avanzamento tecnologico nei campi in cui essa eccelle.
Ad esempio, a Rosneft è stata affidato il compito di rinnovare il parco tecnologico in campo di raffinamento petrolifero e fratturazione idraulica, mentre a Novatek quello di avanzare il know-how russo nelle nel settore del GNL. Nonostante le sanzioni, le imprese russe continuano a foraggiare imponenti programmi di spesa. Lo Stato esige d’altra parte un efficientamento di questi processi, soprattutto per quanto riguarda il settore della raffinazione, risparmiando centinaia di miliardi di rubli in sussidi e destinando maggiori fondi ad altre voci di spesa, tra cui ovviamente la campagna militare in Ucraina. Ciò ha causato una quantomai paradossale scarsità di carburante per la produzione agricola nelle fertili regioni meridionali russe, potenzialmente incidendo sul prossimo raccolto di grano in uno dei tre principali produttori di petrolio al mondo.
L’industria energetica è nei fatti anche una delle protagoniste della politica estera russa. Basti pensare che, nel contesto della campagna militare in Ucraina, i colossi energetici hanno dato vita a veri e propri battaglioni, reclutati tra il personale e includendo ex-forze dei servizi di sicurezza. Truppe che sono state utili al fine di evitare un’altra ondata di mobilitazione interna e che negli scorsi mesi si sono dimostrate essere un’alternativa alla crescente influenza del Gruppo Wagner, entrando in conflitto con lo stesso Prigozhin prima della sua morte.
Rosneft e Lukoil, gli assi portanti dell’industria petrolifera russa, hanno messo in prima linea le proprie sussidiarie internazionali nell’organizzare la risposta all’embargo occidentale riguardante greggio e prodotti raffinati russi, anticipando di mesi le disposizioni messe in atto dai governi europei e trasferendo i centri nevralgici della logistica dall’Europa nel Medio Oriente o in Asia Orientale.
Il mondo multipolare della diplomazia energetica
Le imprese russe hanno così fatto leva su di una diplomazia energetica cinica e pragmatica. Quantità crescenti di petrolio (+200% tra il primo e secondo trimestre del 2023) viaggiano su navi che hanno celato la propria posizione, creando un effetto a catena di insicurezza collettiva nel trasporto marittimo internazionale ed evadendo il regime sanzionatorio. Ciò è stato reso possibile attraverso un’ottimizzazione delle catene logistiche preesistenti, o generandone di completamente nuove, come nei casi degli acquisti massivi di petroliere, per la maggior parte greche e cinesi, da parte di oscure compagnie con sede in India o negli Emirati Arabi Uniti.
Le diplomazie occidentali hanno cercato in questi due Paesi una sponda per creare nuovi grattacapi a Mosca, ma l’iniziativa ha sinora generato magri risultati. Grazie all’effetto dei tagli coordinati alla produzione di petrolio tra Federazione Russa e Arabia Saudita all’interno dell’alleanza OPEC+, la produzione totale di petrolio dell’alleanza rimane ai minimi degli ultimi due anni (vedi figura sotto) e ha condotto a un rialzo generalizzato sopra i 90 dollari al barile, mentre i rischi di prezzi ancor più alti entro la fine dell’anno permangono.
Produzione di greggio OPEC+ ai minimi negli ultimi due anni

Di conseguenza, l’Urals russo ha ridotto da 30 a 15 dollari il differenziale con il Brent e viaggia ormai stabilmente su di una soglia dai 10 ai 15 dollari oltre lo stesso price cap imposto sul petrolio russo. Mentre il G7 sembra incapacedi trovare un accordo per implementare misure sanzionatorie maggiormente stringenti, la Russia gode di entrate in espansione.
La situazione per quanto riguarda l’export di gas naturale è meno rosea, soprattutto per Gazprom. Incapace di accedere in larga parte al proprio mercato principale, quello europeo, il gigante del gas ha visto i propri profitti dissolversi nel primo semestre del 2023. Una conseguenza tanto del taglio dei volumi esportati quanto di un calo dei prezzi rispetto i record del 2022. Ad ogni modo, la nuova volatilità del TTF osservata questa estate, causata da problemi alla produzione ed export di gas norvegese e australiana, ha rivitalizzato i guadagni russi e inciderà positivamente su quelli di Gazprom.
Da segnalare vi è anche che ad agosto l’export di gas russo verso l’Europa attraverso i gasdotti passanti per Turchia e Ucraina ha raggiunto livelli record da un anno a questa parte. Anche in vista di un inverno che al perdurare della volatilità dei prezzi unirà l’imprevedibilità dell’incognita meteo, non è scontato che la l’indicizzazione dei contratti tra imprese europee e il colosso di Stato russo faccia ulteriormente incrementare questi volumi, mandando al vento i ripetuti richiami delle autorità europee ad azzerare le importazioni di gas russo. Nel frattempo, durante un incontro con il presidente turco, i due Capi di Stato hanno discusso nuovamente la creazione di un hub del gas in Turchia e Putin non ha esitato a definire Erdogan “un uomo di parola”. Un elemento che conferma l’intento del Cremlino di trovare opportunità alternative per raggiungere i mercati europei e che la personalizzazione rimane una caratteristica vitale della diplomazia energetica russa.
La partnership con la Cina e il nodo GNL russo in Europa
Come sul lato politico, la partnership energetica tra Mosca e Pechino rimane vitale per lo status di superpotenza energetica della Russia e la Cina è oggi il principale importatore di petrolio, gas naturale e carbone. Un pivot politico ed energetico che, durante l’ottavo Eastern Economic Forum a Vladivostok, lo stesso Putin ha definito sotto attacco da parte dell’Occidente.
Quest’anno, le esportazioni di gas russo verso la Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia dovrebbero raggiungere il record di 30 miliardi di metri cubi e il presidente Putin in persona ha suggerito in persona l’accelerazione del progetto Power of Siberia-2. Il gasdotto intende connettere i giacimenti nella Siberia Occidentale con il mercato cinese ma le parti sono state sinora incapaci di raggiungere un accordo definitivo. L’annunciata visita di Putin in Cina in occasione del Belt and Road Forum il prossimo ottobre diverrà l’ennesimo test per toccare con mano la concretezza di questa partnership.
L’estrema volatilità dei mercati associata a un ordine energetico in trasformazione continua ad influenzare la geopolitica dell’energia russa. Da una parte, i giacimenti sviluppati da Gazprom per il mercato europeo rimangono largamente inutilizzati. Dall’altra, il consumo di gas è frenato dagli alti prezzi sui mercati spot e mentre il carbone nel 2022 è tornato poderosamente nel mix energetico di molti Paesi europei, esso continua a costituire il carico di base del sistema energetico di Pechino.
In previsione di un mercato sempre più volatile e un’offerta spot ancor più tirata, non è da escludere che gli Stati membri dell’UE maggiormente esposti al mercato globale del GNL come Spagna, Francia e Belgio, ma anche Paesi Bassi, Italia e Germania incrementino ulteriormente le importazioni di GNL russo, già il secondo fornitore dell’UE nel primo trimestre del 2023 (vedi figura sotto).

La strategia di espansione nella produzione ed esportazione del GNL è uno dei punti cardine della strategia energetica di Mosca da diversi anni e intende supportare il raggiungimento di obiettivi economici e politici di primaria importanza per il Cremlino. Il ministro dell’Energia Nikolay Shulginov ha recentemente confermato che la Russia intende produrre 100 milioni di tonnellate di GNL entro il 2030, un quantitativo maggiore a quello oggi prodotto dai tre pesi massimi del mercato: Australia, Stati Uniti e Qatar. Una dichiarazione molto ambiziosa per un Paese che oggi produce soltanto un terzo dell’ammontare previsto al 2030 e che rimane, ai fatti, dipendente da tecnologie estere.
Nonostante ciò, il primo treno del megaprogetto Arctic LNG-2 dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2023 e i partner internazionali, tra cui la francese TotalEnergies, le cinesi CNPC e CNOOC e il consorzio giapponese JOGMEC, hanno accettato di finanziare il progetto, inclusi i costi eccedenti quelli programmati inizialmente. Nei giorni scorsi, Putin ha riunito i ministri maggiormente influenti nel governo proprio su questo tema, lanciando lo sviluppo di un nuovo progetto da oltre 20 milioni di tonnellate, Murmansk LNG, operato e gestito dalla russa Novatek e geograficamente posizionato per servire i mercati europei. In questa fase, la permanenza della Federazione Russa tra i principali esportatori di gas naturale al mondo e il suo status di superpotenza dell’energia passano per la realizzazione della strategia del Cremlino nel GNL.

(Ispi)

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