C’è da chiedersi se non sia il caso di pensare ad un ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”.

Una strada non nuova in verità, che, come ha scritto Luciano Gallino, presta il fianco alle critiche di provvedimenti non selettivi, che sul piano della grave emergenza occupazionale, in particolare nel Sud, legano il nuovo lavoro alla percezione materiale delle incentivazioni, fiscali, previdenziali o creditizie.
C’è da chiedersi, quindi, se non sia il caso di pensare ad un ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, collegandosi alla fondamentale esperienza americana del New Deal di Roosewelt, che l’attuale presidente degli Stati Uniti Obama ha deciso di rinverdire attraverso la presentazione al Congresso di stanziamenti per 140 miliardi di dollari, per opere pubbliche infrastrutturali, strade, aeroporti, trasportistica, per rinnovare le scuole e mantenere in servizio quasi 300 mila insegnanti. Un colossale investimento che riguarda la modernizzazione di sistema e il sapere delle future generazioni.
E in Italia torna alla memoria il “Piano del lavoro” lanciato tra la fine del 1949 e i primi mesi del 1950 dal grande leader sindacale Giuseppe Di Vittorio. Il “Piano del lavoro” della Cgil, che raccolse i contributi di significativi esponenti del mondo accademico italiano (tra gli altri Paolo Sylos Labini, Giorgio Fuà, Sergio Steve, Alberto Breglia) era ispirato dalle teorie keynesiane per bilanciare il mercato con l’intervento pubblico, allo scopo di stimolare la domanda e, quindi, generare direttamente occupazione. Il piano ruotava attorno a quattro punti essenziali: nazionalizzazione dell’industria elettrica, costituzione di un ente nazionale per la bonifica delle terre, irrigazioni e trasformazioni fondiarie, costituzione di un ente nazionale per l’edilizia popolare, realizzazione di un programma per infrastrutture e opere pubbliche.
Si tratta di una proposta che, aggiornata, conserva una notevole attualità anche ai giorni nostri, segnati dallo spettro della recessione globale e della disoccupazione di massa, per fronteggiare la crisi non con l’idea deflazionista di una “libera economia in un governo forte”, di derivazione germanica e fondata sul monetarismo e sugli effetti-annuncio delle liberalizzazioni (senza toccare i veri “poteri forti”, banche e assicurazioni!), ma attraverso un programma generale di sviluppo per modernizzare il Paese, partendo, per un volta, non dal Nord ma dal Mezzogiorno.

Lascia un commento