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Il Piano Obama tra luci e ombre
PER UNA “NEW AMERICA”

Purtroppo un “pacchetto” keynesiano da noi resta solo una lontana chimera. Di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 3 Febbraio 2009

Una partenza tra luci ed ombre, quella del “piano Obama”. Il primo obiettivo, tutto politico, del neo-presidente americano – far adottare in maniera bipartisan il suo piano di stimolo all’economia da 825 miliardi di dollari – è fallito. Perché non solo non c’è stato un solo deputato repubblicano ad averlo avallato, ma ben 12 membri del Partito Democratico gli hanno mostrato il pollice verso.

Adesso, il verdetto toccherà al Senato, e anche se è probabile che alla fine il piano anti-crisi verrà approvato – anche alla “camera alta” i Democratici sono in vantaggio – non è comunque un risultato scontato, come si è visto recentemente con la bocciatura del piano Paulson. Ma i rischi veri per Obama non sono tanto legati a una possibile bocciatura, bensì alla sua approvazione. Un paradosso? Mica tanto: non vi è dubbio, infatti, che il suo “pacchetto” – classicamente keynesiano, ed è un bene che sia così – potrà rimettere in piedi l’economia.

Basato per due terzi sugli investimenti pubblici, servirà a rifondare quella “new America” che l’ex senatore dell’Illinois sogna e di cui ha tracciato i confini nel suo già celebre discorso d’insediamento. “Costruiremo strade e ponti, reti elettriche e linee digitali, imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche”, aveva detto non senza un certo lirismo il presidente. Tradotto in prosa, ciò significherà un colossale rinnovo delle infrastrutture, sia fisiche (scuole, ferrovie, strade e autostrade) che digitali (wi-max e internet a banda larga) ed energetiche. Un piano ineccepibile, ma gigantesco, che andrà a far salire un debito pubblico già colossale (pari al 72,5% del pil, il livello più alto dal 1955) e che deve essere finanziato tramite emissione di titoli. Tanto che il Tesoro si prepara a metterne sul mercato per ben 2 trilioni di dollari.

Ma, a differenza che in passato, questa montagna di carta dovrà fare i conti con un mercato obbligazionario intasato dai buoni emessi da tutti gli Stati, che a loro volta devono finanziare i loro piani di salvataggio. E con un possibile attendismo della Cina, prima acquirente mondiale di “T-bond”, che però potrebbe raffreddarsi dopo le improvvide dichiarazioni di guerra lanciate nei giorni scorsi dal Segretario del Tesoro Geithner, e nel caso con conseguenze pesanti per la sostenibilità del debito Usa.

Eppure, la nuova Amministrazione sembra aver fatto una scelta di campo precisa in tema di commercio internazionale: non c’è solo la baruffa dei cambi con la Cina. In tutto il “piano Obama” è contenuto, infatti, il concetto del “buy american”, comprare americano. Che si traduce, per esempio, nell’obbligo di utilizzare soltanto acciaio made in Usa nei progetti delle nuove infrastrutture, ma che potrebbe ulteriormente declinarsi in nuove forme protezionistiche nei prossimi giorni, con la marea di emendamenti in arrivo. Uno scenario, quello del parlamento americano, che ricorda da vicino le vecchie Finanziarie italiane.

Ma le similitudini con il nostro paese non finiscono qui. Se ci pensiamo bene, infatti, il senso del discorso di insediamento di Obama era straordinariamente simile a quello di fine anno del presidente Napolitano: applicabilità accettare la situazione con consapevolezza, e soprattutto, cito testualmente, “approfittare della crisi per liberarci delle debolezze del nostro sistema”. Purtroppo, pur con le sue ombre (legate alla sua finanziaria), un piano Obama noi possiamo solo sognarcelo: non tanto perché stiamo messi meglio, anzi, quanto perché da una parte rimangono gli stretti vincoli di finanza pubblica imposti da Maastricht (entro i quali gli Usa, bisogna ricordarlo, non avrebbero mai potuto varare misure di questa entità), mentre dall’altra manca nella classe dirigente quella consapevolezza della situazione che negli Usa è stata coraggiosamente presa su di sé da Obama, e che da noi è stata invocata dal presidente Napolitano e niente più. Pur essendo un “ingrediente”, la consapevolezza, senza il quale non si va da nessuna parte.

Enrico Cisnetto – da Terza Repubblica giornale on line di Società Aperta

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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