In quei mesi del 2015 due immagini fecero il giro del mondo attraverso il Web. Il corpicino inerte di Alan Kurdi, tre anni, bambino siriano di etnia curda, annegato mentre cercava di raggiungere l’Europa. Il ragazzo in maglietta verde che suonava il pianoforte tra le rovine di Yarmouk, laddove sorge un enorme campo profughi palestinese, ventimila persone ammassate ed affamate che vivono (si fa per dire) nel continuo terrore delle bombe. Il giovane pianista si chiama Aeham Ahmad. Lui è poi riuscito ad attraversare il mare. Oggi vive in Germania e ha raccontato in un libro la sua storia (“Il pianista di Yarmouk”, edito in Italia da La nave di Teseo). Una vicenda da cui traspare l’angosciante domanda di ogni sopravvissuto (perché io sì e tutti gli altri no?); pagine in cui, al di là della vicenda personale, si rappresenta un dramma collettivo che quasi ogni sera entra e subito esce dalle nostre case, tanto quanto dura un servizio di telegiornale.
Il pianista di Yarmouk caricava il suo strumento su un carretto e andava a suonare nelle strade, in mezzo alle macerie, per contrapporre all’abbrutimento la commozione della musica; per restituire, dopo lo sconquasso, la dolcezza dei suoni; per ridare al silenzio della distruzione il canto della speranza, agli uccellini spauriti il ritrovato diapason d’un cinguettio. Un toccante atto di fede nell’uomo e nell’arte.
«Ci incamminammo. Il piano lo spingevamo io e Marwan. Cavolo se era pesante. Di solito su quelle strade scassate lo spostavamo in sei o sette. Mi sentii ancora più abbandonato. Niraz ci girava intorno e fotografava, Marwan sbuffava.
“Se gentilmente potessi darci una mano” disse a un certo punto.
“Hai voglia a fotografare!” Ma Niraz non ci pensa nemmeno.
La casa di Niraz era alla periferia di Yarmouk. Da lì al fronte erano pochi minuti. Imboccammo Palestine Street, un tempo piena di negozi, ora completamente deserta. A un certo punto Niraz si fermò e gonfiando il petto disse: “Qui. Giriamo qui”.
Lì la distruzione era particolarmente evidente. Carcasse di cemento s’innalzavano verso il cielo a mo’ di enormi monumenti sepolcrali, l’interno delle case rovesciato verso l’esterno. Ovunque, dentro e fuori, antri pieni di tubi, cavi e persiane. Tra i detriti sparpagliati per strada crescevano erbacce.
Presi posto al piano e riflettei su che cosa cantare. Negli ultimi mesi avevo scritto decine di canzoni, musica che mi era sgorgata da dentro. Mi tornò in mente una poesia che un uomo mi aveva dato qualche giorno prima. Leggi tutto: http://www.toscanalibri.it/it/scritti/il-pianista-di-yarmouk-un-atto-di-fede-nell-uomo-e-nell-arte_2670.html

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