
Il “Peace Board” voluto e sbandierato da Trump non è un tavolo di pace nel senso classico, non è una conferenza multilaterale con regole e garanzie condivise, non è nemmeno la solita macchina diplomatica che si muove lenta ma almeno prova a restare dentro un perimetro riconoscibile. È un’idea più moderna e più brutale: la pace come governance e la governance come affare.
Il meccanismo, per come viene descritto, ruota attorno a una struttura guidata dagli Stati Uniti che supervisiona un comitato tecnico palestinese incaricato della gestione quotidiana di Gaza. Sopra, nei piani alti, c’è un livello esecutivo con nomi pesanti della politica e dell’economia. È qui che la faccenda cambia faccia, perché quando in un organismo nato per stabilizzare entrano figure legate alla raccolta di capitali e alla gestione di grandi interessi, diventa inevitabile farsi spiegare una cosa: stiamo parlando di pace o di una gigantesca operazione di ricostruzione messa in forma da consiglio di amministrazione.
La parte più rivelatrice è l’idea della membership. L’impostazione che circola è questa: partecipare può essere temporaneo, ma se vuoi un posto stabile, paghi. E non spiccioli. Qui la pace smette di essere un processo politico e diventa un biglietto d’ingresso. Chi porta soldi entra nella stanza dove si decide. Chi non li porta resta fuori e spera che qualcuno abbia a cuore anche i suoi interessi. È una logica cinica, sì, ma soprattutto concreta: la stai vedendo in diretta.
E allora la domanda vera viene naturale: chi ha aderito, e perché? Perché se aderiscono in tanti, non è detto che lo facciano per idealismo. Spesso lo fanno per non essere tagliati fuori.
Tra i Paesi che risultano coinvolti si vedono soprattutto quelli che hanno interesse strategico, economico o di controllo sul dossier Gaza. Ci sono potenze regionali con capitali e leva diplomatica, mediatori già coinvolti da anni, Paesi che vogliono contare nel dopo guerra e non farsi imporre una soluzione dall’esterno. In poche parole, se questa cabina di regia diventa la stanza dove passano appalti, infrastrutture, energia, telecomunicazioni e flussi di denaro, nessuno vuole svegliarsi tra sei mesi e scoprire che la partita è stata chiusa senza di lui.
Poi c’è l’altra faccia della medaglia: non è solo chi aderisce con la bandierina, è anche chi siede nelle stanze operative. Nell’esecutivo vengono accostati nomi della politica americana e figure che evocano immediatamente un certo tipo di approccio, quello dove “attrazione investimenti” diventa la parola magica e la ricostruzione si racconta come un mercato da organizzare. Quando nello stesso perimetro finisci a mettere insieme ricostruzione, mobilitazione di capitali, grandi fondi e grandi mediatori, non serve immaginare trame oscure: basta conoscere come funzionano gli incentivi.
Perché ricostruire Gaza significa muovere montagne di soldi e contratti, decidere dove si costruisce, cosa si costruisce, chi firma, chi controlla, chi incassa e chi resta con le macerie. Se la regia è concentrata in un gruppo ristretto e il diritto di restare seduti al tavolo dipende dal contributo economico, il rischio non è un incidente. È incorporato nel modello.
Qualcuno dirà: senza una struttura forte, la ricostruzione diventa caos. Vero. Solo che “struttura forte” non deve significare “struttura comprabile”. Perché nel momento in cui la pace viene appaltata a una cabina di regia dove contano i versamenti e il peso politico, Gaza rischia di diventare una formula elegante per dire “zona di gestione”, una piattaforma dove si fa stabilizzazione e, già che ci siamo, si valorizza, si concede, si monetizza.
Trump continua a ragionare come se il mondo fosse un condominio. Come se tutto, alla fine, fosse solo una questione tra palazzinari e speculatori: tu metti i soldi, tu decidi, tu costruisci, tu incassi. La pace diventa una commessa, la diplomazia una trattativa, una tragedia umanitaria un “progetto” da far partire. È una visione che non è solo cinica, è pericolosa, perché trasforma la stabilità in un prodotto finanziario e la vita delle persone in una riga su un foglio di calcolo. Il mondo vero però non è un cantiere da vendere a lotti, e la storia non la sposti con una ruspa. Chi insiste a trattare la geopolitica come un giro di affari finisce sempre allo stesso modo: lascia dietro di sé più macerie di quante ne abbia promesso di ricostruire.
Piero Terracina

Lascia un commento